Corpo e anima è per chi possiede uno stomaco di roccia ma un cuore tenero. La regista Ildikó Enyedi dirige un film delicato, ironico, ma con fasi sensibili e cruenti che non lasciano indifferenti chi guarda.

A Budapest, in Ungheria, Endre, il direttore di una macelleria della città, nota sin da subito la presenza della nuova arrivata. Mária è la nuova assunta al controllo qualità della carne prodotta dall’azienda, una ragazza dai lunghi capelli biondi ma che dalle prime impressioni non sembra essere molto socievole nei confronti degli altri colleghi. Non mancano infatti occasioni che questi ultimi si prendano gioco di lei per la sua estrema attenzione nel suo lavoro. L’incredibile professionalità della donna non viene nascosta. È il protocollo la sua Bibbia, e su quello non si sgarra, nemmeno di un millimetro.

Le inimicizie crescono a causa di quello che tutti ritengono un atteggiamento troppo altezzoso e preciso durante le ore lavorative, ma a Endre, nonostante più volte affermi la sua eccessiva severità e precisione nella valutazione, interessa ben altro che il declassamento dei suoi prodotti, ritenuti da tutti di ottima qualità. La osserva dalla finestra del suo studio, dal momento che, a causa del suo problema al braccio, non può più essere in prima linea. Fissa i suoi movimenti, i suoi gesti; ogni suo comportamento viene in pratica immagazzinato nei suoi occhi. Deve averla vista da qualche parte. Quel dubbio che assale la sua mente si palesa con l’arrivo di una psicologa nello stabilimento, dopo un recente caso di furto che ha visto l’immediato intervento della polizia. L’analista nota che loro due condividono ogni notte lo stesso sogno: due cervi che si incamminano in un bosco e che si inseguono reciprocamente.

Non può essere una coincidenza, e già dal titolo, Corpo e anima, è percettibile questa impercettibile relazione. Le prime sequenze del lungometraggio di Ildikó Enyedi si aprono proprio in quella foresta innevata dove i due animali sembrano dialogare senza l’uso della parola, con gli sguardi e i singoli movimenti. Se questa può sembrare un’immagine allegorica e scollegata rispetto a quello che si vedrà nella parte successiva del racconto, tutto questo si capovolge con l’inserimento della parte reale e più vicina al quotidiano. Molto spesso la regia si sofferma sugli occhi dei bovini, in procinto di essere mandati al macello, ma questo fa parte dell’intero processo, in cui due poli inevitabilmente rappresentano l’insieme dello stesso sistema. Da un lato la violenza materiale, accostata alla morte, raffigurata dai corpi delle mucche uccise e dal sangue che sgorga in una delle scene senza filtro del film, e dall’altro una visione spirituale e lieve della vita, rappresentato nel sogno dai due cervi e dove il contatto (se non con il muso dei due animali) è semplicemente dovuto alla relazione con lo spirito.

Da questo punto di vista, il personaggio di Mária è quello più vicino all’immagine iniziale del film: difficilmente intrattiene degli approcci fisici o sociali con l’altro, e c’è una scena in particolare che illustra questa sua indisposizione. Il suo piede, l’unico a essere a contatto con il sole, si protrae verso l’ombra assieme al resto del corpo. Al contrario, Endre ha avuto diversi rapporti, ma ha perso la voglia di amare, rimanendo asettico, isolato, e rigido di fronte alla vita stessa, che gli ha privato persino l’uso di un arto. Tutti e due, anche se in modi diversi, condividono questa solitudine di fondo, incapaci forse di essere accettati dagli altri se non nell’ambito lavorativo dove il livello relazionale si abbassa o addirittura di azzera, nel caso di Mária, un personaggio riuscito grazie all’attrice Alexandra Borbély, capace di dare un tono drammatico, delicato e, in alcuni punti della storia, ilare alla sua figura fuori dall’ordinario.

4

Buono

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