Cold War è un omaggio sentito dell’autore alla propria famiglia. Un racconto incantevole e delicato, dove le emozioni e la musica prevalgono sugli eventi e sui limiti che vengono imposti dallo spazio e dal tempo che passa.

La guerra è finita. Quella visibile a occhio nudo, fatta di bombe, aerei che svolazzano sul cielo, spari provenienti da ogni direzione e, non per ultimo, i morti che rimbalzano nella mente di chi l’ha vissuto. Ora però bisogna rialzarsi, costruire, ricordare. È quello che accade in Polonia agli inizi degli anni ’50. Si parte dalle fondamenta, dalla cultura contadina, con quelle canzoni folkloristiche che, sbiadite dal tempo, hanno bisogno di essere riascoltare. La compagnia che si verrà di lì a poco a formare è alla ricerca di voci fresche, talentuose, capaci di emozionare e sorprendere. Una di queste proviene dalla giovane Zula, che, al secondo provino (il primo lo fa insieme a un’altra donna), colpisce subito Wiktor, compositore e pianista che s’innamorerà perdutamente di lei.

Dalla premessa, Cold War sembra essere la classica storia d’amore, accompagnata da una musica in grado di enfatizzare quel legame, magari con qualche alto e basso che, anche nei film, ci può stare. Non è così. Pawel Pawlikowski va oltre, nonostante l’apparenza. Il film è infatti un gioco di contrasti, persino quando un autore decide di puntare ancora una volta con il bianco e nero, l’esatto opposto dell’altra grande love story, questa volta hollywoodiana, di La La Land, diretto da Damien Chazelle. Cold War, più alla città delle stelle, assomiglia in alcuni punti al film d’esordio di Chazelle, Guy and Madeline on a Park Bench, forse non in maniera volontaria. Anche lì viene raccontato una storia d’amore turbolenta tra chi sognava la musica jazz (Guy) e chi cerca semplicemente fortuna e un posto dove sentirsi a suo agio (Madeline). Certo, la messa in scena di Cold War non ha paragoni rispetto all’opera prima del regista canadese, essendo praticamente agli antipodi. Il film di Pawlikowski è composto, curato, fermo nelle inquadrature, sebbene l’equilibrio narrativo è totalmente inesistente.

shoplifters, le vie del cinema, cannes, festival di venezia, cold warLa storia d’amore Zula e Wiktor è un tira e molla surreale e imprevedibile. La ragione non viene messo in considerazione quando il cuore comanda. I due si amano, ma a dominare è soprattutto la parte folle di quel sentimento autentico, che li porta inevitabilmente a sbagliare e a infilarsi in strade che si riveleranno le più complicate. Non si è visto davvero una storia dove tutti e due, per motivi diversi, non prendono una decisione che possa davvero giovare alla loro relazione. In parte la causa è prima di tutto esterna. Nonostante tutto venga lasciato sfocato, aiutato anche dall’uso dell’inquadratura in 4/3 che focalizza l’attenzione sugli oggetti vicini, siamo in Polonia, nel pieno della Guerra Fredda. Il comunismo certamente ha influito sulla loro crescita artistica e sul loro rapporto sentimentale altalenante. La politica del terrore, del sospetto, è percepibile in alcune scene, come quella in cui il Mistero della Cultura impone (con le parole) di inserire la propaganda stalinista all’interno delle loro canzoni, che, effettivamente, nulla hanno a che fare con le leggi e la politica, essendo brani popolari sulla vita contadina.

Nonostante la questione ideologica fosse preponderante in quel periodo, Pawel Pawlikowski decide di mettere tutto ciò in secondo piano, sottolineando come questo non sia il motivo centrale di questa (stra)ordinaria storia d’amore. La questione riguarda loro, o meglio, il loro carattere decisamente passionale che stravolge ogni passaggio e che, paradossalmente, li rende discordanti, come la musica che si ascolta durante il film. Il racconto sembra diviso in piccoli capitoli, ognuno dei quali evidenzia le diverse città dove i protagonisti hanno vissuto. In ogni sequenza la colonna sonora rinforza la parte visiva. Si passa da Varsavia e Berlino Est, dove la musica imponente è sostenuta dal coro, da ballerini e da scenografia smisurata, ai piccoli locali parigini, in cui basta una piccola orchestra e una voce a trasmettere emozione. Il jazz è il suono che più si avvicina a Wiktor e Zula, due personaggi ribelli, istintivi, che, nonostante la loro diversità, faranno di tutto pur di mantenersi uniti.

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