Neorealismo nobile, costruito intorno alle persone fino a renderle attori credibili, rimanendo narrativamente in binari consolidati e un po’ consunti. A Ciambra è un film rivoluzionario perché non spiega, né banalmente mostra, ma realmente vive.

Il regista Jonas Carpignano, italiano di nascita e di formazione americana, ha trovato il suo universo attorno a Gioia Tauro, fino alla tendopoli in cui sono ammassati centinaia di immigrati a Rosarno. Dopo il cortometraggio A Chjàna sulla rivolta dei lavoranti africani di Rosarno, ha raccontato la storia di Ayiva (Koudos Seihon), protagonista del lungometraggio Mediterranea, e in A Ciambra non protagonista accanto al giovane rom Pio Amato, insieme alla sua famiglia e alla comunità di Gioia Tauro. A Cannes, alla Quinzaine des Réalizateurs, il film ha vinto il premio Europa Cinemas Label come miglior film europeo.

a ciambra, recensione, jonas carpignanoLa pellicola ritrae Pio e famiglia per quello che sono, per ciò che fanno ogni giorno, sotto la pressione della doppia legge: quella della polizia e quella della comunità Rom. Nessuna difesa o retorica dello svuotamento dei luoghi comuni, bensì il tentativo di farci affezionare ai personaggi del film, mettendo in scena il rapporto d’amicizia fra due marginalità sotto la pressione del clan. Il tutto stemperato da gesti d’affetto nella brutalità quotidiana. Pio è a un bivio, non è più un bambino che può continuare a coltivare i rapporti con tutte le comunità: si avvicina il momento del rito di passaggio che lo renderà uomo. Il regista resta con la camera ancorata ai volti dei suoi attori, per cui prova enorme empatia, senza allargare mai troppo lo sguardo, mostrando il loro punto d’osservazione sul mondo, le loro motivazioni sincere, i loro errori, le loro imperfezioni che rendono questo microcosmo ai margini estremamente rappresentativo.

Francesca Nobili

4

Buono

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