Selfie – dalla Berlinale il documentario di Agostino Ferrente nelle sale dal 30 maggio

Selfie – dalla Berlinale il documentario di Agostino Ferrente nelle sale dal 30 maggio

C’è una polemica che aleggia nell’opinione pubblica e che si manifesta ripetutamente nei giornali e nei talk show nazionali. Le notizie di cronaca odierne hanno rimesso in campo un argomento che più meno è sempre usato per controbattere a un tema di per sé complesso e che ha un origine lontana: l’esaltazione del male nell’intrattenimento. Il riferimento è, ovviamente, a Gomorra e ai suoi diversi personaggi che la rappresentano. Controbattere ad alcune dichiarazioni che danno la responsabilità della violenza a una serie televisiva e non all’assenza delle istituzioni (a cominciare dalla scuola e dalla famiglia) che dovrebbero invece impedirla nell’interesse dei cittadini, lascia il tempo che trova, perché a rispondere in maniera netta e senza utilizzare alcun tipo di bandiera ideologica ci pensa il regista Agostino Ferrente e i suoi protagonisti presenti nel documentario Selfie, presentato durante lo scorso festival di Berlino.

Il consiglio rivolto a tutti i criticanti a targhe alterne è di andare al cinema dal 30 maggio per dare sostegno a un film come questo, perché è proprio con questi esperimenti che si capisce appieno la questione. Il problema che l’autore pone nel suo film non riguarda come i giovani recepiscano la violenza, bensì come la violenza stessa sia presente nella loro quotidianità, escludendoli da ogni possibile alternativa. Qui non c’è Gomorra che tenga, se non viene dato loro uno sbocco che sia lontano dal crimine. L’elemento che contraddistingue Selfie da ogni altro documentario è di lasciare parlare direttamente loro, le nuove generazioni, con il loro linguaggio e i loro pensieri. Ambientato nel Rione Traiano, troviamo Alessandro e Pietro, due ragazzi di 16 anni ognuno con una storia diversa da raccontare. Si conoscono da sempre, a tal punto da completarsi a vicenda. Risiedono inoltre in una zona che è stata al centro della cronaca nera che ha riguardato giovane Davide Bifolco, ucciso da un Carabiniere.

L’omicidio è avvenuto in Viale Traiano, la strada che divide le due cade dove risiedono Alessandro e Pietro. Il primo ha subito lasciato la scuola dopo che la professa gli ha imposto di imparare a memoria la poesia di Leopardi, L’infinito. Il testo assumerà nel corso del film un senso profondo e personale a giudicare dalle parole provenienti dal diretto interessato, essendo la siepe una sorta di barriera che sembra bloccare ogni abitante nella loro condizione di partenza. Si può solo immaginare che cosa c’è oltre, con la speranza che un giorno le generazioni future potranno oltrepassarla lasciandosi alle spalle quelle esperienze di vita.

Insieme a Pietro, che sogna un giorno di diventare un parrucchiere, con l’Iphone prova a raccontare un rione diverso da quello descritto e immaginato dalla gente che non vive in quel quartiere. Ed è da qui che nascerà un breve diverbio tra i due. Alessandro avrebbe l’intenzione di descrivere solo le cose belle del rione (come la loro amicizia), visto che le parti negative già sono ben coperte mediaticamente dalla stampa e dalla televisione. Pietro invece ha uno sguardo più allargato, desiderando di inserire tutto nel film, anche le parti critiche della loro vita per far capire agli altri le difficoltà e gli ostacoli quotidiani di chi prova a seguire una strada lontana dalla Camorra. Tutto questo viene comunque seguito da un team di professionisti e dalle direttive del regista, che in Selfie aggiunge non solo le fasi di casting degli altri ragazzi, dove emergono altri dettagli interessanti che entrano nella cultura che si è ormai instaurato in quel quartiere, ma anche delle inquadrature statiche, fredde, delle telecamere di sicurezza che guardano impassibili il tempo che passa in quelle vie.

Selfie, per lo stile e per ciò che viene narrato, è un film da sostenere ogni costo, per ricordarci che esistono persone come Pietro e Alessandro, dei piccoli combattenti in nome di una società civile e normale.

Il trailer

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