Steven Spelberg vs Netflix – al tavolo nuove regole per i prossimi Oscar

Steven Spelberg vs Netflix – al tavolo nuove regole per i prossimi Oscar

La guerra dei mondi. Da un lato, quello fisico, della distribuzione classica nelle sale, dall’altro, quello impercettibile dello streaming, grazie a cui un titolo è possibile visionarlo ovunque e con qualsiasi dispositivo abilitato. A essere onesti, è una suddivisione semplificata quella appena enunciata, ma serve a far capire il contesto di uno scontro che non sembra aver avuto tregua. Se dovessimo fare una sorta di excursus sulle origini di questa diatriba, bisognerebbe partire da Cannes, che doveva inizialmente essere la sede del debutto di Roma, il film di Alfonso Cuaron.

Yalitza Aparicio as Cleo, Marco Graf as Pepe, Fernando Gradiaga as Señor Antonio, and Marina De Tavira as Señora Sofia in Roma, written and directed by Alfonso Cuarón. Photo by Carlos Somonte.

A seguito delle polemiche degli esercenti e delle associazioni di categoria francesi, Thierry Frémaux ha posto una condizione alle produzioni di Netflix, che già l’anno prima era presente con due film, The Meyerowitz Stories di Noah Baumbach, e Okja di  Bong Joon-ho: o partecipate al festival fuori concorso, oppure non se ne fa niente. L’azienda americana aveva tentato di trovare un compromesso (quello stesso che poi arriverà più avanti), sostenendo di mandare i film nelle sale, ma a patto che gli stessi venissero resi disponibili nel catalogo francese come tutti gli altri. Il risultato, negativo per entrambi (Cannes e Netflix), ha favorito la concorrenza, Venezia, che alla 75° Mostra del Cinema porterà non solo l’ultimo di Cuaron, il film dei fratelli Coen (La ballata di Buster Scruggs) e quello mai terminato di Orson Welles, The Other Side of the Wind, ma aprirà nella sezione Orizzonti con Sulla mia pelle, sul caso di Stefano Cucchi, distribuito in contemporanea sia in sala sia nel proprio catalogo dopo l’accordo raggiunto con Lucky Red.

In quella stessa edizione vince il Leone d’Oro proprio Roma, portandosi appresso una striscia di polemiche e di accuse gratuite verso la mostra. Alla base di queste, però, c’era una domanda di fondo: il film di Cuaron, fresco del Leone, verrà distribuito nelle sale? La stessa per altro fatta quando nel 2016 vinse The Woman Who Left – La donna che se ne è andata di Lav Diaz, che toccò pochissime sale per poi entrare direttamente in VOD. Questo per comprendere come ci sia in realtà una preoccupazione (fondata) sul ruolo di queste nuove realtà produttive, come Netflix e tra qualche mese anche Amazon Prime Video, pronto a cambiare le proprie regole dopo che i suoi prodotti hanno seguito una programmazione ordinaria partendo dalla sala. Fondata perché rappresentano gli outsider in grado di rompere gli equilibri industriali hollywoodiani, quantitativamente (visti i budget) e qualitativamente, avendo alle loro spalle alcuni degli autori più affermati e di talento.

Veniamo all’ultimo tassello della vicenda. Dopo la vittoria di 3 Oscar per Roma, Indiewire rilascia quello che è l’umore di Steven Spielberg, che non ha mai nascosto la sua opinione in merito. Per lui, tutti i prodotti di Netflix dovrebbero concorrere per gli Emmy Awards. Ma oltre al pensiero (discutibile o meno), l’autore starebbe passando direttamente ai fatti, chiedendo dei cambiamenti nel regolamento dell’Academy in occasione dell’incontro annuale che si terrà ad aprile, come sostiene uno dei membri della casa di produzione Amblin.

“Steven è fortemente sensibile alla differenza tra lo streaming e la sala. Sarà felice se gli altri si uniranno alla sua campagna quando si presenterà alla riunione del Board of Governors dell’Academy. Vedremo cosa succederà”.

Gli stessi responsabili dell’Academy starebbero valutando la situazione, sempre in attesa di questo meeting dove verrano messi alla luce tutte le questioni che sono in gioco. In particolare, molti sono stati piuttosto chiari soprattutto per quanto riguarda le mosse compiute da Netflix:

  • la campagna marketing eccessivamente alta per Roma. Alcuni parlano di 50 milioni di dollari, il New York Times 25, che sono comunque delle soglie irraggiungibili persino per il film vincitore, Green Book, che ne ha spesi 5;
  • La durata in sala, di sole 3 settimane;
  • La mancanza di dati sul box office (anche se sono irrilevanti sulla vittoria agli Oscar);
  • La disponibilità costante del film sul catalogo nei paesi dove opera;
  • Le difficoltà che si sono imbattuti i distributori nella fase di campagna dei film in concorso per la categoria per il miglior film straniero, rilasciati in periodi di bassa affluenza impedendo i membri dell’Academy di votare (va detto che su quest’ultimo punto, una regola recentemente approvata non obbliga ai votanti di assistere o visionare tutti i 5 film in corsa).

Il tema è dunque piuttosto spinoso, e andrebbe affrontato con la serietà e la lucidità possibile. È giusto cambiare le regole se il fine è la valorizzazione della sala come spazio culturale e di condivisione di un’esperienza di visione collettiva, a patto che non sia un modo di ostacolare uno per favorirne un altro, perché in questo caso ad andarci di mezzo non saranno solo le novità, ma anche le piccole realtà come le piccole case di produzione di film indipendenti.

Fonte: Indiewire

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