Romolo + Giuly: intervista a Niccolò Senni, interprete di Giangi Pederzoli

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In onda su Fox da lunedì 17 settembre, Romolo + Giuly ci porta al centro di una esilarante faida famigliare che si estende all’intera città di Roma e anche oltre, in una sorta di rivisitazione satirica di Romeo e Giulietta. A fronteggiarsi sono stavolta le famiglie dei Montacchi e dei Copulati, da cui provengono i due giovani protagonisti innamorati, e dietro a queste due realtà si schierano Roma Sud e Roma Nord, ma anche Napoli e Milano entrano nella partita. Abbiamo intervistato Niccolò Senni, che nella sua carriera ha lavorato per registi come Wes Anderson, J.J. Abrams, Carlo Verdone e Danny Boyle. In Romolo + Giuly interpreta Giangi Pederzoli, personaggio scorretto legato a Giuly per pura convenienza.

 

Cosa ci puoi dire del tuo personaggio in Romolo + Giuly?

Il mio personaggio nella tragedia di Shakespeare sarebbe Paride, il fidanzato di Giulietta, che poi viene tradito quando lei ha la sua love story con Romeo. Qui invece è una figura assurda, si chiama Giangi Pederzoli ed è il figlio del personaggio interpretato da Francesco Pannofino, il governatore della Lombardia (infiltrato, perché lui in realtà è romano). Giangi è il proprietario delle miniere di cocaina di Vigna Clara, tanto per farti capire il tono! È un tizio superficiale, classista, snob, che però, nel suo essere così esageratamente politically incorrect, alla fine un po’ ti sta anche simpatico. Penso che se esistesse una persona così nella vita reale non sarebbe il mio migliore amico, però allo stesso tempo è un carattere, a me sta simpatico. Non mi sento di accusarlo di antipatia, ecco.

 

Anche perché poi sembra tutto molto stemperato dall’ironia in questa serie…

Sì, qui le caratteristiche di Roma Nord e Roma Sud sono esasperate in maniera esagerata e portate all’estremo. L’ironia è centrale, questa è una parodia di Romeo e Giulietta, che vira sull’assurdo, anche sul nonsense a volte.

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Foto: © Francesco Ormando

 

Com’è stato il tuo primo contatto con questo progetto, come sei entrato a farne parte?

Sono stato molto fortunato. Tre anni fa con alcuni ragazzi abbiamo girato un promo di dieci minuti, che poi è stato ripreso anche in alcuni passaggi del primo episodio della serie. In questo promo si presentavano i personaggi. Noi l’abbiamo fatto tutti gratis, perché la scrittura era talmente divertente e fatta bene che ci siamo prestati, consci che sarebbe stato il primo mattone di una grande costruzione. Se ben ricordo sono stato contattato da Michele Bertini Malgarini, il regista. Insieme ad Alessandro D’Ambrosi erano il team creativo iniziale. Ho girato questo promo. Io sono nato a Roma Sud, sono abbonato in curva sud e tifo per la Roma. Quindi il fatto di trovarmi a interpretare un pariolino laziale mi faceva molto ridere. Ma, nonostante sia lontano da chi sono io davvero, mi ha entusiasmato farlo, proprio perché era diverso da me.

 

C’è qualche momento della lavorazione o qualche aneddoto che ricordi con particolare piacere?

Siamo stati fortunati a trovare un super network come Fox per realizzare la serie, ma dovevamo stare attenti a non sforare col budget, quindi le scene andavano girate rapidamente. Ma avevamo il grande vantaggio di avere lo sceneggiatore sul set, che è una cosa molto rara. In una circostanza, durante una scena di una festa, ci era venuta in mente una battuta che ci aveva fatto molto ridere, anche perché io non l’avevo anticipata a Beatrice Arnera, che interpreta Giuly. Ridevamo fuori controllo e c’erano quelli della produzione che ci facevano fretta (“non c’è tempo di ridere!”) perché bisognava completare la scena. Quindi si lavorava alla svelta ma con grande divertimento.

 

Per costruire questo personaggio hai seguito un’idea particolare?

Se loro avessero voluto un pariolino “fedele” forse sarebbero andati a cercarlo altrove. Sapevano che io gli avrei dato una connotazione molto autoironica, è uno che non teme di prendersi molto per il culo. L’ideale era appunto non fare una cosa realistica, perché sarebbe stato assurdo. Quello che ci premeva soprattutto era far risaltare la dinamica tra il mio personaggio e Giuly, che la loro storia d’amore fosse palesemente artificiale, di convenienza. I due stanno insieme ma probabilmente non vanno a letto insieme, e lui parla apertamente dei suoi tradimenti… è divertente, è come se fossimo due colleghi costretti ad avere a che fare l’uno con l’altro per motivi di business. Comunque in questa prima stagione ci sono talmente tanti personaggi che non c’era molto la possibilità di approfondirli tutti, era più una presentazione. Magari nelle prossime emergeranno caratteristiche più specifiche.

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Foto: © Francesco Ormando

 

Tu sei anche musicista, ti capita mai di usare la musica per costruire un personaggio? La ascolti sul set?

La musica è una parte fondamentale della mia vita. Mio padre, fin da quando eravamo piccoli, rincoglioniva me e mio fratello di Beatles, Led Zeppelin… quindi siamo cresciuti con la musica. A 14 anni, nel primo film che ho fatto, L’Albero Delle Pere di Francesca Archibugi, il mio personaggio suonava la chitarra. Io decisi di comprarmi la stessa chitarra del mio personaggio, e da quel momento cominciai a strimpellare. Poi con gli amici abbiamo messo su un gruppo rock, insomma la solita trafila degli adolescenti. Quando reciti in un film passi comunque attraverso lo sguardo di qualcun altro, che sia il regista, lo sceneggiatore… Invece mi resi conto che la musica è il modo più diretto per esprimere chi sei, e a noi sembrava una cosa eccezionale, anche se poi quello che esprimi non è un granché. Ma non importa, l’importante è avere questo mezzo. Ogni tanto ad alcuni provini portavo il mio ukulele, ho sempre della musica nelle orecchie, sono un grande fan. Purtroppo adesso il gruppo non c’è più, però per il mio compleanno la mia ragazza mi ha regalato un pianoforte digitale. Io suono tutti gli strumenti, male. Un  po’ di batteria, un po’ di basso, un po’ di chitarra, un po’ di piano… tutti, ma male!

 

Ultimamente hai visto qualche film o serie tv che ti ha colpito particolarmente?

Bella domanda! Sì, l’altro giorno ho visto Sulla Mia Pelle e l’ho trovato favoloso, un’interpretazione eccezionale. Io sono un grandissimo fan di Alessandro Borghi da quando lo vidi in Non Essere Cattivo, che trovo uno dei migliori film degli ultimi 4 anni, non solo del panorama italiano ma in generale. Alza l’asticella di quello che si può chiedere a un attore. Quando invece spesso i registi si fanno degli scrupoli rispetto a quanto un attore può dare. In Non Essere Cattivo il lavoro fatto con gli interpreti andava a scavare dentro cose che non vengono spesso toccate, perché film del genere non si fanno così di frequente. Anche in Sulla Mia Pelle è presente questo aspetto, ma essendo un biopic c’erano dei vincoli, in un certo senso. Poi c’è una serie che mi è piaciuta, Patrick Melrose, con Benedict Cumberbatch. Mi piace Ricky Gervais. Anche alcune sitcom, titoli come Curb Your Enthusiasm.

 

In generale cosa pensi del fenomeno del bingewatching?

Il bingewatching è un privilegio. A volte mi devo autoregolamentare, ho sviluppato la tecnica di interrompere gli episodi a metà, perché alla fine di un episodio c’è sempre un aggancio che ti fa venire voglia di vederne un altro. Mi autodisciplino, arriva il momento in cui mi dico “Basta, adesso vai a dormire.” Perché non ti rendi conto che in realtà ogni episodio dura un’ora, se te ne vedi due o tre c’è il rischio che hai già fatto le 2 del mattino.

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