Da Scorsese a Stan Lee’s Lucky Man, intervista a Yoon C. Joyce

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Ha lavorato con alcuni dei più grandi registi del panorama internazionale, ed è l’unico attore italo-koreano professionista in Italia. Parliamo di Yoon C. Joyce, che nei giorni scorsi era sul red carpet del Festival di Venezia e che tra i suoi tanti lavori ultimamente ha preso parte alla serie Stan Lee’s Lucky Man e al film The Broken Key di Louis Nero, con un cast che include Geraldine
Chaplin, Rutger Hauer, Franco Nero, Michael Madsen, Alex Belli e Andrea Cocco. Qui sotto trovate un’intervista in cui l’attore parla della sua vita e della carriera, buona lettura!

 

Yoon C. Joyce, attore poliedrico, hai studiato negli States e lavorato in grosse produzioni, diretto da registi del calibro di Martin Scorsese e Ridley Scott, mosso oltretutto da un grande obiettivo:  interpretare ruoli complessi lontani dallo stereotipo negativo o macchiettistoco dell’asiatico tanto caro soprattutto in Italia. Ma iniziamo dal tuo nome d’arte, molto curioso. 

Sono adottivo di una famiglia italiana, la C. sta infatti per Cometti, mentre Joyce è l’americanizzazione del mio vero cognome Koreano “CHOI” mentre il mio nome era intoccabile ed è rimasto YOON. Ho iniziato con la recitazione per gioco, a scuola, non certo perché possedessi capacità straordinarie, anzi, a dire il vero ho sempre avuto poca memoria, ma ciò che realmente fece la differenza fu durante una recita scolastica, quando la maestra, visto il dramma nel farmi memorizzare le battute, mi spiegò che avrei anche potuto “improvvisare” a patto che mi attenessi alla linea del discorso. Fu la scintilla che accese tutto. Ho sempre odiato seguire schemi precostituiti, per questo motivo anche la pittura (altro grande amore) è sempre stata per il sottoscritto un mezzo per varcare una sorta di portale dimensionale verso uno spazio tutto mio, purtroppo non ho avuto un’infanzia molto semplice.

 

Ti riferisci ai vari problemi legati alla tua etnia? 

Esatto. Dai 4 anni fino ai 16 anni ho vissuto all’estero, a seguito di mio padre contabile presso una multinazionale estera. Arabia Saudita, Austria, Germania, Nord Africa, sempre in scuole internazionali frequentate da bambini provenienti da ogni continente. Le nostre trasferte duravano anche tre anni, tre anni e mezzo, e mentre le strutture scolastiche erano di tutto rispetto, non si poteva dire lo stesso per i quartieri in cui vivevamo, in Africa ad esempio ho trascorso parte della mia infanzia giocando con bimbi molto poveri, spesso non portavano i vestiti, spesso cadevano a terra privi di vita, certe scene sono ancora impresse nella mia mente. Ma quando sei cosí piccolo non hai mezzi comparativi e quello è il tuo mondo, ciò che conta è la tua famiglia, i giochi che puoi fare nel tempo libero, non importa che avvengano in mezzo alla strada, con la povertà che regna ovunque, l’olezzo che aleggia nell’aria. La televisione trasmetteva solo due canali e quasi sempre in lingua Araba, i nostri giochi erano di una semplicità incredibile, forse in Italia una situazione simile c’era nel dopoguerra. Il trauma avveniva quando rientravamo in patria e quando ci stabilimmo definitivamente in Italia iniziarono i problemi. Le cose oggi sono differenti, ma a quei tempi forse ero l’unico bambino (nella piccola città natia dei miei genitori adottivi) ad avere gli occhi a mandorla, e non posso dire di essere stato trattato in modo rispettoso, spesso umiliato, picchiato e deriso a causa dei miei tratti somatici.

 

Questa sofferenza però è stata anche la spinta che in qualche modo ha fatto della tua passione una professione… 

Mio padre voleva che diventassi geometra mentre io manifestai da subito l’intenzione di iniziare a frequentare una scuola di recitazione professionale perché sino ad allora ero solito unirmi a piccole compagnie teatrali locali per ragazzi che assorbivano il mio tempo libero. Mio padre non ne voleva sapere, così lo supplicai di iscrivermi ad un liceo Artistico, ma fu irremovibile, voleva che diventassi geometra in modo che avessi potuto seguirlo sui vari cantieri. Che accidenti c’entrava il geometra con la mia indole? Piuttosto che scegliere qualcosa di così lontano dalla mia natura andai a lavorare in un bar come cameriere. Fu mia madre a farmi cambiare idea, convincendomi tra le lacrime che una volta ottenuto il diploma avrei potuto scegliere la mia strada. Accettai mio malgrado, ma il fatto che mio padre stesse lontano da casa anche quattro mesi di volta in volta, mi permise di iscrivermi, il pomeriggio, a Milano, ad un corso di teatro vero e proprio. Terminati gli studi frequentai alcuni laboratori di recitazione cinematografica a Roma ma presto mi trasferii a Los Angeles iscrivendomi alla New York Film Academy; dopo qualche anno accadde che partecipai ad un concorso che mi permise di frequentare la prestigiosa Actor’s Studio di New York sotto gli insegnamenti di Miss. Susan Strasberg.

Da quel momento molte cose cambiarono nella mia vita. Capii che questa professione mi avrebbe permesso di realizzare opere in grado di arrivare alle menti e ai cuori della gente e farla riflettere, oltre che permettermi di entrare ogni volta in personaggi diversi da me, contrastare gli stereotipi ed esplorare mondi paralleli.

Se un giorno qualcuno mi avesse detto “Mi hai emozionato con questo film, la tua interpretazione ha fatto centro, complimenti!” in quel momento avrei saputo di essere nella direzione giusta.

 

Il tuo curriculum vanta più di quaranta film, iniziamo però parlando di “Kun Dun” diretto da Martin Scorsese, che poi ti avrebbe diretto anche in “Gangs of New York” accanto a Leonardo Di Caprio

L’esperienza maturata in “Kun Dun” è stata semplicemente meravigliosa, abbiamo girato a Casablanca e Quarzazate. Narra le vicende della vita di sua Santità il Dalai Lama e io interpretavo il ruolo di un militare dell’esercito cinese che mette a fuoco e fiamme il villaggio del Dalai Lama. Un piccolo ruolo, ma catapultato su un set mastodontico, l’intero villaggio venne ricostruito minuziosamente in pieno deserto (ad opera del grande Dante Ferretti), che ricordava molto quello tibetano a parte il clima ovviamente,  così capitava che dovessimo indossare abiti invernali con una temperatura che sfiorava i 55 gradi. Scorsese è un grande professionista, ma anzitutto un grand’uomo, c’è stata subito una grande intesa, non mi stancavo di osservarlo sentendomi nel contempo fortunato e onorato di poter essere diretto da lui. Quando anni dopo mi richiamò per interpretare un prigioniero cinese in quella che sarebbe diventata la Grande Mela, in una scena con un attore del calibro di Leonardo Di Caprio non potevo crederci. In quell’occasione abbiamo avuto più tempo di parlare off-set e non ho potuto che riconfermare le mie idee sul suo conto. Scorsese è un grande professionista ma sa essere anche molto spassoso. E di Leo che dire, un’altra grande persona, molto cordiale e gentile su un piano prettamente privato e uno dei migliori interpreti che abbia mai conosciuto su quello professionale.

 

Fatalità vuole che parecchi anni dopo tu abbia interpretato il ruolo di un tibetano e grazie a questo film sua Santità il Dalai Lama ti abbia dato udienza privata, incredibile!

Incredibile davvero, il film si intitola “Sons of Tibet” girato in inglese e diretto dal giovane regista Pietro Malegori. Affronta una tematica d’attualità, ovvero l’immolazione di molti tibetani vessati dall’invasione e sottomissione dei cinesi e prendono questa drammatica decisione come atto di protesta. Sua Santità non condivide affatto tali azioni, ma ovviamente è molto sensibile alla tematica, sinora non erano mai stati fatti dei film a riguardo e quando l’ha visto ha voluto conoscere personalmente me e il regista. E’ stata una grandissima emozione che mi porterò dentro per tutta la vita.

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Poi fu la volta con Ridley Scott…

Quando mi chiamarono per il provino io mi trovavo a Praga per girare il film sulla vita di Olivetti (accanto a Luca Zingaretti) e non mi diedero molti dettagli, tantomeno chi avrebbe diretto quest’opera, tutto era avvolto nel mistero, il ruolo era insolito però, quello di un prete. Mandai un selftape fatto con il mio cellulare. Due settimane dopo ero all’ufficio casting per incontrare la Casting Director, ancora non sapevo chi fosse il regista. Entrai nella sala delle audizioni e mi ritrovai davanti nientedimeno che Sir Ridley Scott in persona che mi strinse la mano. Ammetto che mi sembrò tutto surreale. Il regista mi  fece un provino di un’ora, chiedendomi in continuazione di ripetere la stessa scena con accenti diversi, micromovimenti diversi, osservandomi ogni qual volta da piú angolazioni. Non avevo mai sostenuto un provino tanto singolare, ripetendo a quella stregua la medesima situazione, mi parve ovvio che la mia performance non era piaciuta. Tre settimane dopo invece mi ritrovavo sul set nel cast principale circondato da una rosa di attori del calibro di Kyle Chandler, Bruno Ganz, Ewen Bremnan, Rebecca Ferguson per citarne qualcuno, ero emozionatissimo ma così felice che mi pareva di toccare il cielo con un dito. Sono andato avanti e indietro dal set per un mese indossando gli abiti talari. Ridley Scott, devo ammettere, inizialmente mette una certa soggezione con quei suoi occhi azzurri e penetrarti, non puoi che esserne intimorito, ma poi instaura una tale sintonia con ogni attore che è come se fosse un amico con cui non vorresti mai smettere di confrontarti. Ha un modo di dirigere gli attori straordinario, nessuna aria di superiorità o di divismo come spesso purtroppo capita, e capisci perché si chiama Ridley Scott.

 

Sei stato interprete anche di molti film italiani però, per citarne qualcuno “Ti amo in tutte le lingue del mondo”, diretto da un altro Leonardo (Pieraccioni) “Cemento Armato” diretto da Marco Martani, la serie “Task Force 45” accanto a Raoul Bova, “L’Ospite” diretto da Alessandro Colizzi. Quali differenze hai trovato con le produzioni statunitensi?

Sono due approcci sostanzialmente molto differenti. All’estero c’è più organizzazione, ma questo è dipeso anche dai budget spesso di tutt’altra sostanza e mettiamola in questo modo, in generale più un regista o un attore è grande, maggiore sarà la sua empatia e attitudine a collaborare. Purtroppo il cinema Italiano è ancora molto provinciale, basta pensare che i cast che annoveriamo sono prettamente caucasici e solo dall’Italia ricevo tutt’oggi proposte di ruoli legati al cinese stereotipato, in chiave negativa. Si è mai visto un film italiano che prevede un personaggio Koreano? Ancora si fa confusione fra cinesi, coreani e giapponesi… ma che non si faccia confusione fra un Italiano, un Rumeno o un Albanese, nulla di male contro Albanesi o Rumeni, ma in questo modo rendo maggiormente il concetto. Come possiamo pretendere di ambire all’Oscar quando l’unico ruolo in cui si può intravedere un attore di colore è quello del vucumprà o al massimo in un drammone in cui interpreta un immigrato clandestino giunto in Italia fra mille difficoltà? Questo è il vero nodo che molti produttori non hanno ancora compreso. Io amo i film di genere pertanto ho adorato “Lo chiamavano Jeeg Robot” di Gabriele Mainetti, pellicola simbolo che rispecchia perfettamente certi meccanismi produttivi nostrani. Inizialmente nessuno lo voleva, adesso, guarda caso, è diventato un cult.

 

Sei stato anche interprete del telefilm dedicato alla vita di Oriana Fallaci

Si intitola “L’Oriana” ed è proprio un film biografico della nota giornalista. Interpreto un ruolo da vero cattivo, ovvero il colonnello “Loan” uno dei piú feroci e spietati militari che si possa ricordare durante la guerra del Vietnam. L’immagine in cui uccide con un colpo di pistola alla testa un Vietkong è diventata ormai un simbolo di quel momento. Abbiamo girato proprio in Vietnam, nella vecchia Saigon, una settimana prima stavo girando sulle Alpi a 3.500 m d’altezza nel film “EVEREST” accanto a Jake Gyllenhaal e improvvisamente mi sono ritrovato in un luogo con 42 gradi e un tasso di umidità del 90%, non so ancora come abbia fatto a non prendermi un accidente.

 

Parlando di Arte tu sei un Artista poliedrico, dipingi e hai anche scritto un libro pubblicato da poco, ce ne vuoi parlare?

E’ vero, io amo l’arte a 360° dalla musica alla pittura, dalla scultura alla recitazione, ovviamente non potrei avere un approccio diretto a tutte le forme d’arte, ma la pittura è il mio primo grande amore, ho sempre amato affermare che “finisco di dipingere là dove inizio a recitare e viceversa” sono due forme di espressione che si compensano l’una con l’altra. In passato ho fatto anche diverse esposizioni, una proprio a Venezia. Da bambino volevo diventare un disegnatore di fumetti, ma mio padre ha sempre messo il bastone fra le ruote e lo ribadisco con grande rammarico perché avrei tanto voluto che fosse fiero delle mie scelte. Il libro che ho scritto è un romanzo e affronta tematiche parecchio delicate, legate all’esistenza dell’uomo, alle dimensioni parallele e all’entità di chi realmente ci ha creato, si intitola “ELOHIM” ed è edito dalla Caosfera editori. Era nato come progetto cinematografico, avevo terminato la sceneggiatura dopo due anni, purtroppo è un genere un pò particolare e alla fine non se n’è fatto nulla, ma io credevo troppo per poter lasciare ammarare il progetto in quel modo, così raccolsi tutto il materiale e decisi che ne avrei fatto un romanzo. Mi scuso pertanto con quanti troveranno il taglio un pò singolare, lo stile narrativo inusuale per un romanzo, ma spero dal profondo del mio cuore che verranno colti i molti messaggi che il racconto vuole trasmettere.

 

Accennavi ad un rapporto piuttosto burrascoso con tuo padre 

Ho sempre avuto un grande conflitto con lui. In realtà questo suo atteggiamento astioso nei miei confronti ha trovato il culmine con l’inizio della mia infanzia. In quanto figlio adottivo avevo parecchi motivi in più per desiderare di renderlo orgoglioso di me e di ciò che facevo. Non mi ha mai fatto sentire alla sua altezza e mi ha sempre fatto sentire un perdente, mi ha sempre deriso e persino poco prima di morire non ha smesso di ripetermi quanto l’avessi deluso avendo scelto una professione che, a suo dire, era patetica. Ho dovuto affrontare battaglie che lui di certo ignorava e se un certo atteggiamento lo posso giustificare, considerando il tipo di educazione che a sua volta è stato costretto a subire, non comprendo affatto la mancanza di affetto che ha manifestato nei miei confronti. Non voglio passare per una vittima, per carità, ma se da adolescente non ho commesso una sciocchezza, di certo è grazie alla mia professione di attore perché ogni volta in cui toccavo il fondo, giungeva e mi portava su qualche set lontano, che si rivelava la migliore delle terapie. Per fortuna ho avuto accanto una madre premurosa e comprensiva, che tutt’oggi non smette di sostenermi. Oggi sono orgoglioso delle mie scelte, se avessi accondisceso a quelle di mio padre, probabilmente sarei la persona più infelice di questo mondo. Mi spiace, questa purtroppo non è la storia felice di una persona supportata da una condizione famigliare serena.

 

Ci puoi accennare qualcosa in merito ai tuoi ultimi lavori ?

Ad ottobre sarò nelle sale con la divertentissima commedia di Nunzio e Paolo dal titolo “Non è vero ma ci credo”, a breve invece uscirà la commedia nera “Il Cobra non è” dell’esordiente Mauro Russo in cui interpreto un personaggio alquanto eclettico e spietato di nome “Denti” e capirete presto il perché. Ma il lavoro di cui vi voglio parlare con maggiore orgoglio è senz’altro la serie britannica interamente girata a Londra in cui ho recitato dal titolo “Stan Lee’s Lucky Man” targato ovviamente Stan Lee, si parla sempre di supereroi e interpreto un ruolo molto complesso accanto al celebre James Nesbitt. In questo periodo invece sto recitando in una serie targata Disney.

 

Pochi giorni fa sei stato sul Red Carpet di Venezia, come ti sei sentito?

Molto emozionato e tanto entusiasta, calpestare quel tappeto rappresenta una tappa importante.

 

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