Yellowstone, western moderno con Kevin Costner

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La prima cosa andata liscia si è svolta negli uffici di Paramount Network. Protagonista l’attore convertito a sceneggiatore Taylor Sheridan: senza battere ciglio il network ha subito acconsentito a produrgli la serie televisiva lunga dieci ore Yellowstone, western moderno con ricco allevatore del Montana in conflitto con tutti i suoi vicini, compresi gli indiani della riserva. Taylor Sheridan, un tempo attore scontento e oggi sceneggiatore e regista piuttosto lodato (vedere i suoi Sicario, Hell or High Water e I segreti di Wind River), ha trattenuto a stento la contentezza. Un azzardo ripagato da iniezione extra di fiducia da parte di un network praticamente alla sua prima volta con un imponente serial televisivo, senza draghi e troni insanguinati, ancelle o robot ribelli. La seconda cosa andata liscia è direttamente proporzionale alle lodi giunte in premio con i suoi script, in particolare I segreti di Wind River, dove Sheridan già aveva raccontato i nativi americani con occhio indiscreto, senza fronzoli o coscienze nazionali da rattoppare. Dal Texas, dove vive, al Montana, Sheridan è quindi finito a colloquio con le comunità indiane e con il gran capo AJ Not Afraid in cerca di benedizione. In cambio ha avuto il permesso di girare addirittura nella riserva.

Parlare di compromessi in Yellowstone equivale a imbrattare il lungo lavoro di scrittura iniziato nel 2013, anno uno della riconversione di Sheridan a sceneggiatore, e momento preciso in cui il progetto ha preso forma in compagnia con John Linson. Davanti al gran capo AJ Not Afraid niente calumet della pace, ma un po’ deve aver pesato l’entusiasmo dello scrittore, deciso a raccontare i nativi con il necessario realismo e rispetto. Qualcosa deve aver pure contato l’esser cresciuto in Texas e in Wyoming, la parte più rurale, a contatto con bestiame al pascolo e allevatori: paesaggi di una bellezza imbattibile, dice il creatore di Yellowstone, che ti rimangono dentro e diventano i protagonisti naturali delle storie che racconti. Per smobilitare ogni perplessità degli indiani della riserva, lo sceneggiatore e regista non ha in realtà dovuto promettere nulla: si è soltanto incaricato di collaborare con loro per portare sullo schermo un ritratto veritiero e talvolta scomodo allo scopo di raccontare la vita nella riserva e la cultura dei nativi.

Tra i primi arruolati nel cast, Kevin Costner in Yellowstone interpreta l’allevatore al crepuscolo John Dutton, proprietario di uno dei ranch più grandi degli Stati Uniti in conflitto con tutti i suoi vicini: dalla riserva indiana che gli sottrae alcuni capi di bestiame a speculatori edilizi che vorrebbero mettere le mani sulle sue terre. Tra crisi economica, corruzione e violenza, con una scena iniziale che è un autentico shock, nella serie l’attore è un patriarca risoluto che non si lascia schiacciare e intimidire da nessuno, neppure quando il figlio maggiore muore nel corso di una spedizione notturna per riprendere il bestiame. Gli rimangono accanto i figli Jamie e Beth (gli attori Wes Bentley e Kelly Reilly), mentre il minore Kayce (Luke Grimes) ha scelto di vivere nella riserva con la compagna e il figlioletto. Tra i suoi avversari spicca il proprietario di un casino, Thomas Rainwater (Gil Birmingham), un indiano cresciuto in Colorado che i genitori adottivi credevano messicano per il colore della pelle. Nel suo passato, la scoperta delle vere origini e una fortuna accumulata per comprarsi le terre appartenute alla sua tribù. E ora vuole quelle di Dutton.

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L’approccio di Sheridan è lo stesso applicato al cinema: dalla scelta del formato dello schermo, alle lenti usate per le riprese. Solo le proporzioni cambiano. Yellowstone è infatti una serie televisiva lunga come un film di dieci ore, interamente scritta e diretta da lui: versione estesa di quanto mostrato nei lavori precedenti, a partire da I segreti di Wind River, suo primo film da regista, dal quale sono arrivati alcuni attori per la serie, tra cui Gil Birmingham. È scolpita nel DNA del piccolo schermo la garanzia di allargare i punti di vista e raccontare le cose in maniera più ricca e spettacolare rispetto al cinema e Sheridan non s’è lasciato intimidire dall’occasione. Yellowstone lo ha realizzato come un’unica entità senza badare troppo alle apparenze, anche in presenza di momenti forti, scene che traboccano amarezza e un generale abbruttimento dell’idea che si ha di cowboy, allevatori e western vecchio stile.

Cinque mesi di riprese nel Montana tra paesaggi incantevoli sempre diversi – parola di Kevin Costner – sono serviti per realizzare un prodotto televisivo spiazzante in grado di incollare gli spettatori allo schermo come succedeva con i vecchi telefilm di una volta. In tanta durezza, c’è ancora posto per la poesia scaturita unicamente dai paesaggi ma sono le tante assurdità della società americana contemporanea a imperversare dall’inizio alla fine. Yellowstone pur nella sua veste di western moderno, fa poi scattare paragoni con opere del passato che ancora non temono rivali: Deadwood, Into the West (inedita in Italia, fu prodotta nel 2005 da Steven Spielberg e Dreamworks) e il sanguigno Hatfields & McCoys, in cui protagonista era proprio Kevin Costner.

Per l’attore tornare a recitare in un western anche se in un ruolo affatto confortevole (“Non c’è niente in questa valle che io non sappia”, dice in uno dei primi episodi) è diventato il naturale prolungamento dell’idea mossa da Sheridan: raccontare un pezzo di America per guardarsi dentro. John Dutton, erede di un ranch vecchio di 132 anni e ormai consapevole della sua mortalità, è uno che mette la famiglia e le sue terre sullo stesso piano trattando con pugno duro i figli, arrivando a ricattare un sacerdote o intraprendendo azioni al di fuori della legge. Ogni cosa è decisa in difesa della sua famiglia e di chi lavora per lui (i “marchiati”, gli unici di cui potersi fidare), proprio ora che la prospettiva è ribaltata: dopo aver dominato quelle terre, ora si trova dalla parte degli assediati. Guardare a quella parte dell’America e alla sua storia significa soprattutto fare i conti con il trattamento riservato ai nativi e la loro assimilazione nella società americana. Non si può esplorare il futuro di una nazione se prima non si educa a una migliore comprensione del passato e del presente. Talvolta, dice Sheridan, perfino una serie come la sua può servire allo scopo.

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Mario A. Rumor

 

 

 

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