Il blockbuster sperimentale – l’intervista a Jacopo Rondinelli e a Fabio Guaglione

Salite a bordo con gli autori di Ride, in uscita il 6 settembre nelle sale italiane distribuito da Lucky Red. L'intervista di Empire Italia

Il blockbuster sperimentale – l’intervista a Jacopo Rondinelli e a Fabio Guaglione

Molto spesso si utilizzano frasi di circostanza o ad effetto per riuscire a invogliare il pubblico ad andare in sala. Ma mai come questa volta c’è il bisogno di sostenere degli autori di talento come Jacopo Rondinelli, il regista di Ride, e i due Fabio, Guaglione e Resinaro, che qui hanno avuto un ruolo importante di produttori e sceneggiatori del film, che rappresenta un esperimento rischioso, sia per quanto riguarda le difficoltà avute sul set, sia per quanto concerne l’investimento in termini produttivi e di distribuzione, con una campagna promozionale che solo per quella bisogna inchinarsi o applaudire chi se ne sta occupando. Ride racconta di Max e Kyle, (Lorenzo Richelmy e Ludovic Hughes), che, accettando di partecipare a una gara con in palio ben 250 mila dollari, dovranno andare oltre quella che in apparenza sembrava essere una semplice, ma sostanzione, gara di downhill. Per l’occasione, Empire Italia ha avuto modo di sentire due degli ideatori del progetto, il regista Jacopo Rondinelli e l’autore Fabio Guaglione, al quale non si poteva non chiedere del suo precedentemente lavoro, Mine, un film che ha ormai viaggiato in lungo e in largo ottenendo risultati incredibili.

1- Come sta andando Mine in giro per il mondo?

F- Mi fa molto piacere la domanda. In Italia se n’è parlato poco dopo l’uscita e di com’è andato nel mondo. Sostanzialmente con un film così si fa l’errore di vedere gli incassi al cinema nei vari paesi. Ma con un film così, nell’era moderna, diciamo che vive soprattutto per quello che fa sul digitale, dall’home video alle televisioni. Dopo l’uscita in Italia, Mine è stato distribuito in tutto il mondo da Universal, e a tutt’oggi in termini di rendita tra VOD, SVOD, digital, supporti fisici come il Blu-Ray e il DVD, rappresenta uno dei loro maggiori incassi dal 2016, e questo ci fa molto piacere. Ovviamente non è un film che è andato al cinema in tutti i paesi del mondo, con l’eccezione dell’Italia, della Spagna, della Turchia,  del Giappone, e dell’Indonesia. Mine ha avuto comunque una vita domestica molto importante con dei grandissimi successi soprattutto in Inghilterra, in Germania, a Hong Kong (non so perché), e nei paesi nordici. L’ultimo paese in cui è uscito appunto un paio di mesi fa è il Giappone, dopo un anno e mezzo in cui questo film ha fatto un po’ il giro del mondo. Quindi direi bene, molto bene, e soprattutto ha creato delle basi per noi solide anche con dei partner grossi come Universal per dei progetti futuri.

 

2- Uno degli aspetti che più colpisce di Ride è il suo carattere ibrido. Prima di parlare dell’aspetto tecnico, quello che balza all’occhio dello spettatore è la capacità di unire il thriller con l’azione e l’horror, una scelta per nulla semplice da mettere su carta. Come è nata questa idea?

J- Io conosco i Fabio da parecchio tempo. Loro mi hanno proposto l’idea di base di girare un film con le GoPro, e loro avevano già in parte sviluppato la sceneggiatura. Poi nel momento in cui mi hanno proposto se lo giravo io, ci siamo messi a tavolino e l’abbiamo attualizzato. Poi sono intervenuti tutta una serie di fattori che in qualche modo aumentano queste commistioni. In Ride c’è un aspetto anche che ricorda molto il mondo dei videogiochi, come il rapporto tra i protagonisti e la tecnologia, e noi volevamo mettere anche un po’ in luce questa modalità d’interazione tra le nuove generazioni e i device, i social network, prendendo ispirazione a serie come Black Mirror. È chiaro che la matrice principale parte dall’immaginario degli sport estremi, da quei filmati che di solito nascono e rimangono confinati su YouTube, relativi proprio a queste soggettive con le GoPro di gente che si lancia con il parapendio e fa downhill con le bici. L’idea era proprio di usare quest’estetica, questo immaginario per metterlo a servizio di una vera e propria storia al cinema, cosa che fino ad oggi non ha fatto ancora nessuno. Questo è il primo film girato in multicam GoPro. Questo ovviamente si porta dietro tutto, l’immaginario dei videogame, degli sport estremi, dell’action thriller, del found footage, perché tutte le camere che fanno parte del film fanno parte anche della storia. Per questa ragione dal punto di vista della regia abbiamo portato queste camere ad avere una personalità vera e propria all’interno della storia, con alcune che, ad esempio, durante la storia si rompono, o hanno delle interferenze. Quindi gli aspetti estetici del film da cui abbiamo attinto sono veramente tanti.

F- E continuano a esserlo, nel senso che è diventato un progetto di cui ci siamo sempre più innamorati mentre lo facevamo e ci siamo un po’ ritrovati a giocare, praticamente. Quindi abbiamo messo dentro tante citazioni, elementi, sottotesti di cose che amiamo e che abbiamo amato negli anni. Anche riferimenti all’infanzia. Ovviamente tra i nostri film ispiratori c’è L’implacabile, il film tratto dal libro di Stephen King che in qualche modo riprende un po’ la meccanica di questo reality show sadico in cui è messa in palio la vita, e riprende un po’ anche questo aspetto kitch/supereroistico dei personaggi.

3- Entrando invece nel merito della fase realizzativa del film, voi avete tentato dimettere insieme due tecniche e due linguaggi assolutamente contrastanti: la macchina da presa, precisa, che ha bisogno di una cura particolare, e la GoPro, dinamica, agile e diretta che viene spesso usata dagli sportivi. Come vi siete organizzati sul set? Come gestivate le varie inquadrature nel corso delle riprese?

J- Noi avevamo il controllo ovviamente su una parte di queste telecamere. Innanzitutto c’è stato un grossissimo lavoro tecnico a monte per riuscire proprio a girare un film con le GoPro, perché sono ovviamente camere che non sono fatte per girare un lungometraggio. Non hanno la possibilità di essere viste in diretta. Quindi abbiamo dovuto inventarci dei metodi di trasmissione, e tecnicamente è stato davvero complesso. Ovviamente essendoci scene con addirittura più di 20 camere, noi avevamo il controllo su 4-5 di queste, che erano quelle principali. Man mano che si andava avanti, col tempo avevamo sempre più consapevolezza di quello che succedeva. In seguito molte rivelazioni d’inquadrature, di scene, di effetti ce le siamo trovate poi durante il montaggio, come alcune chicche che ovviamente lì per lì sul set non avevamo notato.

F- Ride è stato tutto un processo di scoperta, anche perché, essendo la prima volta che si sperimentava con questi strumenti, cercavamo un po’ di capire le peculiarità del filmare un film così. Di conseguenza, cercavamo quantomeno di essere sicuri di portarci a casa le cose che ci servivano. Poi dopo tutto quello che c’era in eccesso o in più era il benvenuto in sala montaggio. Però sul set l’obiettivo era almeno di avere il controllo di alcune determinate camere, e di assicurarci di avere tutte le cose che alla narrazione servivano e non potevano mancare. È stato difficile anche solo capire come dare motore a 20 camere contemporaneamente, a come battere i ciak, il dover nasconderci, perché tutte guardavano di fatto ovunque. Quindi dovevamo costantemente mimetizzarci col bosco e dare tutte le indicazioni agli attori, per poi allontanarci e scomparire. Questo magari ha anche contributo a loro a farli sentire soli in quel luogo e migliorare le loro performance.

4- Tornando al montaggio, avete avuto problemi in particolare nel mettere insieme il tutto?

F- Quando giri un film d’azione non hai mai abbastanza materiale, perché comunque istintivamente ti confronti con certi tipi di produzioni americane ad alto budget e quindi vorresti sempre avere tantissimo girato in più per montarlo meglio, per avere delle condizioni fotografiche migliori. Detto questo, i punti principali del montaggio sono stati due. Uno, a livello tecnico, è capire come montarlo. Avendo tantissime camere per ogni take, questo ha portato ad avere una quantità tale di elementi che lo scopo non era guardare ogni singolo girato di tutte le camere, ma elaborare un sistema che permettesse di creare uno schema d’inquadrature per ogni scena, e poi andare a sostituire il girato di ogni inquadratura nella sequenza con le parti migliori di recitazione. L’altra cosa su cui abbiamo lavorato tanto è cercare di creare un linguaggio che rispettasse i codici di tutti quanti i temi di cui stiamo parlando, del reality show, del videogame, ma anche soprattutto del film. Abbiamo cercato comunque di usare più o meno la grammatica cinematografica, però nascosta dalle peculiarità che possono dare il modo di filmare della GoPro o anche delle inquadrature nascoste che sono fisse, che spiano tutta la scena, cercando di trasmettere col montaggio sia l’adrenalina del momento dei rider, ed evitando il famoso effetto nausea (o il famoso effetto “non sto capendo nulla di quello che sto vedendo”).

5- L’impressione è che dalle vostre parole si percepisca una partecipazione diretta sul set non solo della troupe, ma anche degli attori stessi che oltre a recitare, contribuiscono alla realizzazione del film, a tal punto che voi avete coniato il termine di “camerattore”.

J- Tutta questa metodologia di lavoro attraverso le GoPro presupponeva anche un’attitudine da parte degli attori totalmente diversa da quella classica, soprattutto perché ogni attore aveva in media almeno tre camere addosso, una sul casco, una sul petto e una sulla spalla, e in più le camere sulle bici. Questo ha fatto sì che ogni attore in qualche modo avesse la consapevolezza di queste camere, e dovesse comportarsi di conseguenza. Nella gestualità e nei modi in cui interagivano, alcune cose dovevano falsarle, come posizioni e come distanze, proprio perché poi la resa con questi grandangoli delle GoPro sarebbe stata diversa rispetto a quella di un film classico, dove invece i punti macchina sono tutti al di fuori del nucleo nevralgico dell’azione. È chiaro che per gli attori e per noi all’inizio è stata tosta. Poi in realtà dopo una prima settimana e dopo un po’ di test, la cosa è andata liscia. C’erano dei momenti in cui gli attori si prendevano delle libertà di fare dei gesti per enfatizzare dei determinati momenti, per esempio togliersi il casco buttandolo per terra, o con la camera della bici quando scendevano dalla bici appoggiare la bici in un determinato modo, per cui sapevano che l’inquadratura li avrebbe inquadrati i piedi o la testa, a seconda di quello che dovevano fare nella scena successiva. È stato una sorta di grande workshop collettivo da parte anche di tutta la troupe. Molti di noi hanno fatto un corso di downhill, perché alcuni punti della pista dove si dovevano girare le scene erano raggiungibili solo in bici. È stato un mese e mezzo in cui tutti quanti in qualche modo, sia la troupe che gli attori, sono stati coinvolti al 100% all’interno di questo progetto, e si sono dovuti molto adattare e trasformare le proprie professionalità in base a queste specifiche.

6- Per quanto riguarda invece la parte promozionale, lo scopo è di rendere il pubblico realmente partecipe di questo film, non solo attraverso dei filmati come il dietro le quinte, ma soprattutto con racconti collaterali che estendono ancora di più l’immaginario di Ride, dai fumetti al romanzo. Sono stati sviluppati dopo aver girato il film o erano già nella vostra mente sin dalla sceneggiatura?

F- Sin dall’inizio, quando abbiamo cominciato a lavorare a questo film, c’è sempre stata una lunga lista di “sarebbe bello che”. Lavorando tra di noi e soprattutto con Lucky Red che ci sta permettendo di mettere in pratica tante cose, una serie di questi “sarebbe bello che” stanno diventando reali. Quando poi ad un certo punto abbiamo chiesto ufficialmente alla Lucky Red “ma non sarebbe bello se uscisse un fumetto, o un libro?”, e loro hanno detto sì, in quel momento abbiamo ritirato fuori delle idee che erano già nella nostra testa e le abbiamo espanse, ovviamente con un’intenzione di non raccontare semplicemente in altri media la stessa identica storia del film, ma raccontando dei pezzetti che al film mancano. Il racconto cinematografico vive da solo, ma se uno si legge sia il fumetto che il libro, fa un’esperienza più ricca. Man mano che si sviluppano queste idee, si sta in qualche modo allargando la mitologia e l’universo di Ride, e abbiamo già tanti spunti che speriamo di portare fuori dal “sarebbe bello che” e mostrarle al pubblico in futuro.

7- Uno dei temi accesi attorno al cinema italiano è il discorso tra il cinema di genere e l’autorialità. Da Mine, Jeeg Robot, Veloce come il vento, alle parole di Alberto Barbera durante la presentazione della Mostra del Cinema di Venezia, la sensazione è che ci sia un cambiamento di rotta in questi ultimi anni.

F- Secondo me c’è una generazione di autori, di filmaker, che stanno spingendo tanto per fare in modo che questo diventi un sistema, che, rispetto a qualche anno fa, ha bisogno di questo tipo di contenuti. Quindi il cambiamento con la C maiuscola è possibile. Ovviamente deve rispondere il pubblico, in modo che sempre più case di produzione trasformino dei progetti che sulla carta sono interessanti in film reali, con degli investimenti, delle campagne promozionali, e una distribuzione reale. Nel caso specifico, Lucky Red sta dimostrando di crederci, visto che sta producendo l’ultimo film di Mainetti, e su Ride sta facendo un’operazione di marketing che ci vede molto contenti. Per cui è possibile, ma ci deve essere il sostegno del pubblico. Per quanto riguarda il rapporto tra genere e autorialità, secondo noi da europei un matrimonio è assolutamente possibile, visto che non siamo schiavi di logiche dello studio system americano, che spende talmente tanti soldi da non prendere alcun rischio, perché sennò bruciano investimenti milionari. Sarebbe interessante prendere un soggetto di un film di genere, e trattarlo con una voce originale; e Ride, per quanto sia assolutamente un film mainstream, sia da un punto di vista di sostanza che di forma usa in maniera consapevole i tipici paradigmi del film di genere in una veste audiovisiva talmente estrema da diventare quasi d’autore.

J- Per me Ride, se devo dare una definizione, è un blockbuster sperimentale; “blockbuster” per gli intenti, perché è puro intrattenimento, un film di genere, però è girato con un approccio totalmente sperimentale. Parlare di film d’autore è un po’ esagerato per quanto mi riguarda, però sicuramente è un film molto atipico. Andando a vari festival per presentare il lavoro, dove mostravamo delle scene e parlavamo del progetto, ho riscontrato un interesse pazzesco, anche fuori dall’Italia, sulla tipologia del film. In Cina c’è già stata un’acquisizione da parte di un grosso distributore. Poi noi siamo talmente assorbiti da un anno e mezzo all’interno di questo progetto, che non ci rendiamo conto della “follia” che stiamo creando. Anche solo quando sono usciti i trailer, o anche il fatto che sono passati dei servizi al telegiornale, se ne parla come di un film rivoluzionario, che in qualche modo già nel suo piccolo sta lasciando il segno, soprattutto perché in Italia c’è davvero bisogno di prodotti che vanno al di là dei classici lungometraggi italiani. Sicuramente le nuove generazioni, anche attraverso Netflix e dei mezzi che sono diversi rispetto a quelli che c’erano 10-15 anni fa, stanno cambiamo il gusto e si stanno abituando a delle produzioni che affrontano delle tematiche inusuali.

8- Avete mai considerato in futuro di realizzare una serie televisiva?

J- Se ne parla, se ne parla!

F- Sarebbe assolutamente bello. Vediamo se è un altro punto della lista dei “sarebbe bello che” che diventerà realtà. Diciamo che dall’uscita di Ride si capiranno tante cose.

9- Un probabile sviluppo su altre piattaforme?

F- Tutto può accadere. A me continuano a venire delle idee di merchandising, dalle magliette, ai pupazzetti. Oggi stavamo pensando alla creazione di un bel gelato, il “biscottone cuor di monolite”, come il Cucciolone, però a forma di monolite di Ride.

J- Chiaramente siamo ormai da un anno e mezzo che sguazziamo dentro questo progetto, quindi ormai stiamo dando fondo a qualsiasi idea. Il bello che ogni tanto ci vengono pure dietro. Proponiamo cose che un po’ per gioco, come il fumetto e il romanzo, e qualcos’altro che, per scaramanzia, non diciamo, in seguito vengono trasformate in realtà. Questo giocattolone ci sta dando tante soddisfazioni, e continua a darcele. La cosa bella sarebbe che iniziassero a giocarci gli altri, perché lo scopo è quello, suscitare misteri che poi vengono discusse nei forum con la gente che l’ha visto.

Il poster di Ride

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