The End? L’inferno Fuori, intervista al protagonista Alessandro Roia

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Uscirà il 14 agosto nelle sale The End? L’Inferno Fuori, distribuito da 01 Distribution, un’incursione tra cinema horror e thriller che ruota attorno a un’epidemia di una sindrome devastante, un virus sta infettando la popolazione di Roma e trasforma la città in uno scenario apocalittico. Claudio, un cinico uomo d’affari, rimane bloccato in un ascensore incastrato tra due piani, chiuso in una trappola in cui non è per niente al sicuro e in cui dovrà lottare per la propria vita mentre la quotidianità che conosceva là fuori è in preda alla follia e alla morte. Nei panni del protagonista di questa avventura troviamo Alessandro Roia, l’interprete di film come I Più Grandi Di Tutti e di serie come Romanzo Criminale e 1992. Abbiamo parlato con lui per chiedergli di raccontarci di questo nuovo progetto.

 

Come sei entrato nel progetto di The End? L’Inferno Fuori?

Mi ha chiamato Antonio Manetti, con cui avevo già lavorato in Song’e Napule, mi ha raccontato il progetto e mi ha detto ‘”noi ci crediamo molto, vogliamo fare questa cosa fatta bene, ci appassiona”. Era scritto bene, è un film particolare, anche perché abbiamo girato in cronologia. Io ero anche su un altro set, ma abbiamo avuto la fortuna che fossi libero per quelle 5 settimane. Ho conosciuto Daniele Misischia, il regista, abbiamo parlato delle idee per il personaggio, dell’approccio e siamo partiti.

 

Cosa ci puoi dire del tuo personaggio nel film?

Quello che abbiamo voluto fare era non presentare un protagonista umano che poi diventa un eroe in stile Bruce Willis, ma un personaggio anche un po’ spinoso e respingente, che sembra aver abbandonato alcune coordinate dell’umanità, del comportamento, della gentilezza, che poi si ritrova a fare i conti con gli elementi basici, con la sopravvivenza. Praticamente si rimette in linea con la sua umanità.

 

Quindi per lui rappresenta quasi una sorta di redenzione…

Beh, una redenzione ce l’ha. Lui in quel momento sta nel posto più sicuro e vede l’umanità che tutti i giorni dava per scontata, la vede trasformarsi, morire. È il discorso del dare per scontate le cose, del pensare in modo egoistico. Non voglio dire che è una riflessione sulla società ma indubbiamente, per forza, in qualche modo lo è.

 

Com’è stato girare tanto a lungo in una singola e piccola location come l’ascensore?

Difficile. Quando ero dentro c’era l’operatore con me, ma per molto tempo stavo da solo, e questo mi ha aiutato in realtà.

 

Ti ha aiutato a entrare meglio nel personaggio?

Con Misischia abbiamo creato degli elementi di suggestione. Abbiamo usato della musica durante le riprese, colonne sonore di film horror o comunque brani che davano atmosfera. Si è creata una situazione fortemente suggestiva. È stato tanto un lavoro di gruppo, con una troupe molto giovane.

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Qual è stata la parte più difficile per te nel girare questo film?

Il fatto di girare molte volte da solo, ogni volta immergersi in un contesto di sorpresa, quello è stato complicato, dover mantenere una linea che non fosse né esagerata né trattenuta. Cercare di comprendere che il panico fa esagerare, in qualche modo. È un discorso delicato, che a volte funziona al contrario di quello che dicono i tecnici della recitazione a proposito dell’overacting. Ma il paradosso è proprio quello, in un momento così estremo si va sopra le righe, se no saremmo appunto tutti eroi in stile Bruce Willis. E questa è stata un po’ anche la nostra sfida, il non aver paura di trasfigurarci, sarebbe stato sbagliato rimanere sempre sotto controllo, perché sarebbe stato molto cinematografico ma anche tanto finto, sarebbe stato americanizzante, da eroe, cosa che il protagonista non è.

 

Prima accennavi al panico. Pe caso durante le riprese c’è stato qualche momento in cui la location ti ha procurato del disagio, magari un po’ di claustrofobia?

No, anzi ci stavo bene nell’ascensore. Ero diventato una sorta di padrone di casa.

 

Questo è un film thriller e horror, tu sei un fan del genere?

Non mi definisco mai fan di un genere, non sono un patito dell’horror ma non mi crea alcun problema, se un film è bello è bello. Se è interessante, se ha degli spunti, il genere non importa.

 

Quindi non conta nemmeno quando scegli i progetti a cui partecipare?

Mi attira il fare cose che non ho mai fatto, le cose non scontate. Il genere non conta tanto perché non credo si possa fare un discorso in astratto. Fai un ragionamento sul progetto, sulla storia, sulla qualità. Il genere è la cornice più grande all’interno della quale ti muovi.

 

I ruoli che scegli devono rappresentare una sfida per te?

Più che altro cerco una qualità positiva, qualcosa che mi piaccia, che mi stimoli, che mi crei la voglia.

 

Nell’interpretare un personaggio ti concentri soprattutto sulla sceneggiatura o ti immagini anche quegli aspetti che non sono espliciti nella scrittura?

Io parto sempre dalla sceneggiatura perché è la colonna portante, poi intorno ci metti tutte quelle cose che sono dei riflessi. È tutto un lavoro di fantasia, alla fine.

 

In questo quanto conta la collaborazione col regista?

Moltissimo. Il regista deve essere un giocherellone, uno a cui piace inventare, arricchire. Così è più divertente.

 

 

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Foto: © Fabio Lovino

 

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Foto di copertina: © Fabio Lovino

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