Chiamatemi Anna, torna la serie di Moira Walley-Beckett

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Contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare da un orfano sottratto alla letteratura per l’infanzia, Anne Shirley, l’eroina dai capelli rossi creata da Lucy M. Montgomery nel 1908 e protagonista della serie televisiva Netflix Chiamatemi Anna (Anne With An ‘E’), ha messo subito in chiaro le cose. Fin dalla prima fortunata serie di episodi, una delle più viste in bingewatching la scorsa stagione, Anne Shirley ha gettato alle ortiche lo status di orfanella proveniente dalla Nuova Scozia in cerca di una casa e di un definitivo riparo affettivo. Quasi contro la sua volontà di personaggio letterario, in televisione è stata infatti promossa a individuo di genere femminile incredibilmente moderno. Disinvolta ad armeggiare con le parole pur di giungere a un armistizio nella sua sconsolata esistenza randagia, costellata per lo più da rifiuti. Anne Shirley, nella visione della showrunner Moira Walley-Beckett e della produttrice Miranda De Pencier, e con il corpo sottile e agile dell’attrice irlandese Amybeth McNulty, è una piccola donna che affronta il mondo sbagliato e ingiusto di fine Ottocento proponendosi alla stessa stregua, se non addirittura a un livello superiore, di un maschio. La rivoluzione femminile in Tv torna a farsi sentire.

Pure qui le parole infondono una strana sicurezza. Tornano a essere importanti come in un vero racconto. Altro che piccolo schermo. Siccome occorre fare chiarezza al cospetto degli altri, la ragazzina non si presenta da banale orfana con annessi traumi, tutti ben chiari già nel lungo episodio Tv iniziale di 90 minuti diretto con maestria da Niki Caro (La signora dello zoo di Varsavia), ma si immagina sgargiante e regale (“principessa Cordelia”). Si vede come una giovane donna in grado di offrire essa stessa qualcosa agli altri in un mutuo rapporto di condivisione e scambio, checché ne pensi Matthew Cuthberg (R.H. Thomson) nel tentativo di convincere la sorella Marilla (Geraldine James) a tenere la bambina in casa. Al Tetto Verde dei fratelli Cuthberg Anne questa volta, in televisione, ci arriva non soltanto dopo aver travolto Matthew con una irrefrenabile batteria di pensieri e parole, ma con inusuale decisione. Ricordate? Le trattative avevano già avuto inizio alla stazione ferroviaria di Bright River dove, a una stretta di mano con il signor Cuthberg, seguiva un gesto di per sé rivoluzionario: l’immediata conquista da parte di Anne di spazi e decisioni. Senza troppo attendere. Decisioni come quella di dare un nome alla “giumenta” (“Ti chiamerai Bella. Piacere di conoscerti Bella”) e, poco più avanti, di attribuirsi un valore come essere umano non meno rilevante di un orfano maschio (“Le ragazze possono fare le stesse cose dei maschi e anche di più”).

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Alla luce di tutto questo, il titolo assegnato alla season prémiere di Chiamatemi Anna, “State per decidere del vostro destino”, suona distintamente come un ammonimento. Un ammonimento rivolto in egual misura ai fratelli Cuthberg e al pubblico di casa. Matthew e Marilla, infatti, meditando sulla scelta da fare non stanno decidendo della sorte di Anne Shirley, ma della loro vuota esistenza come esseri umani se mai dovessero accogliere la ragazzina al Tetto Verde. Si tratta di un generoso slancio della showrunner Moira Walley-Beckett destinato in via trasversale allo spettatore che si confronti con “questa” sua versione di Anne Shirley. Una nuova conoscenza alla quale è impossibile sottrarsi a causa di quel titolo, Anne With An ‘E’, che decide di mettere a riposo il classico Anne of Green Gables. Un titolo comunque al singolare in grado di decentrare ogni attenzione da un dato di fatto a uno più incerto, e impiantato nella sua interezza sul personaggio della ragazzina e sul suo egocentrismo ancora incapace di sapere cosa sia il dubbio. A un punto tale che, contro ogni logica romanzesca, in una toccante scena della serie Moira Walley-Beckett le fa firmare la vecchia bibbia dei Cuthberg apponendovi il nome Anne Shirley-Cuthberg con enfasi quasi da sposalizio (io prendo voi…).

In effetti lo aveva fatto intuire fin dal principio un anno prima della messa in onda, Moira Walley-Beckett, che il mondo di Anne Shirley sarebbe stato diverso, parlando alla stampa di audace rilettura del romanzo di Lucy M. Montgomery. Un’audace rivisitazione o uno shock per i puristi che sbalordisce dalla prima inquadratura dell’episodio uno, con il vecchio Matthew impegnato a cavalcare a sprone battuto sul litorale dell’isola. Un’azione del tutto inconcepibile per quel personaggio, così com’era descritto nel romanzo originale.La verità è che simili cose fanno ormai parte del lessico della Tv, nulla di davvero sconvolgente. La nuova serialità televisiva che ci ha travolti in questi anni ha portato scompiglio perfino nella letteratura per l’infanzia. Netflix si è ricavata uno spazio confortevole, quasi su misura per i suoi abbonati, da un lato ospitando orde di teenager problematici (Tredici, The F* End of the World, Everything Sucks), dall’altro ampliando il repertorio anche laddove non si sarebbe mai andati a guardare (o a spendere tanti soldi), e Chiamatemi Anna ne è l’esempio più sulfureo e appassionante.

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Che Chiamatemi Anna dovesse tornare era categorico. La Walley-Beckett ha prospettato a Netflix una serie che potrebbe svilupparsi per ben cinque stagioni, seguendo l’evoluzione del personaggio e della sua giovane attrice, appena sedicenne. Rispetto allo scorso anno, che ha visto la serie trasmessa prima sulla rete canadese CBC e poi su Netflix, questa volta accadrà l’esatto contrario: seconda stagione su Netflix a partire dal 6 luglio e poi debutto su CBC a settembre. Reduce dal trionfo ai “Canadian Screen Awards”, dove la serie di Moira Walley-Beckett ha trionfato nelle categorie Best Drama e Best Supporting Actor  (al bravissimo R.H. Thomson), Chiamatemi Anna si ripresenta al pubblico con un dubbio angoscioso che il finale di stagione l’anno scorso aveva chiaramente piazzato con perfida sagacia. Sia depistando i fedeli lettori della Montgomery, i quali hanno pure annotato dove la serie Tv si è fermata rispetto al romanzo (ovvero capitolo 18) sia continuando nella sua audace rivisitazione alterando gli equilibri narrativi. Se la stagione uno aveva esplorato temi importanti anche oggi, bullismo, femminismo, pregiudizi e crisi finanziarie, alcuni dei quali già sondati velatamente dalla scrittrice nel suo libro, Moira Walley-Beckett è prontissima a ribadire il concetto anche con il secondo ciclo.

Tra i temi affrontati, la diversità, così come il desiderio di prendere in mano il proprio destino e il personaggio di Gilbert Blythe (Lucas Jade Zumann) ne saràl’avventuroso anfitrione. Dieci le puntate realizzate, tre in più rispetto allo scorso anno, e tanti nuovi personaggi non presenti nel romanzo: Sebastian Lacroix (interpretato da Dalmar Abuzeid) e Cole MacKenzie (Cory Gruter-Andrew). Altra clausola fondamentale voluta dalla showrunner: enorme realismo storico grazie ai costumi di Anne Dixon, che fanno dimenticare lo sfarzo esagerato della precedente versione Tv di Anna dai capelli rossi (1985), e un girovagare nell’Ottocento come fossimo ai tempi di oggi. Magari giusto per regalare quel pizzico di vanità alla piccola Anne, come ha provato a fare la sublime sigla di apertura che mescola arte pittorica e 3D. Sigla concepita e realizzata dalla Imaginary Forces, con il creative director Alan Williams dietro le quinte, lo stesso studio che ha creato gli opening di Stranger Things. Anche questa è Anna dai capelli rossi…

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Mario A. Rumor

 

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