“La mia first lady, tra Meryl Streep e Tina Anselmi”

“La mia first lady, tra Meryl Streep e Tina Anselmi”

di Matteo Guizzardi

La serie tv Il Miracolo, già elogiata dalla critica italiana e internazionale, ha debuttato su Sky Atlantic HD l’8 maggio registrando un vero e proprio boom di ascolti con 414 mila spettatori. Empire Italia si è seduto con la protagonista Elena Lietti,(già  ne La pazza gioia, in La donna della mia vita e Il Rosso e il Blu di Giuseppe Piccioni) che interpreta la first lady Sole Pietromarchi, per chiederle del suo personaggio, della serie, di icone femminili e del senso del sacro in Italia.

Cosa ne pensi de Il Miracolo? Come ti sei avvicinata alla storia e allo script?

Lo script mi è stato inviato e l’ho trovato subito una sceneggiatura molto potente, molto appassionata e con colori che toccano decisamente le mie corde. La lettura e la rilettura di questo script sono stati  il binario sul quale  ho viaggiato per entrare in contatto con il mio personaggio,  Sole Pietromarchi, e con la sua storia.

Hai dovuto affrontare una preparazione particolare per il tuo ruolo?

Niccolò è un grande scrittore, è dunque normale che noi attori non abbiamo dovuto in realtà fare chissà quale lavoro di immaginazione, perchè era tutto già scritto da lui, ed è uno di quei casi in cui la sceneggiatura era già come una Bibbia. Non hai insomma bisogno, da attore, di colmare lacune, problemi, vuoti di scrittura, io credo ci  faciliti la vita avere una struttura solida e che ci fornisce già tantissimi spunti. È una cosa che aiuta il lavoro. Per me e è stato così, e il mio personaggio è scritto così bene che ogni tanto  mi è capitato di pensare che non mi sorprenderebbe se, da un momento all’altro, mi suonasse il campanello e mi trovassi davanti Sole Pietromarchi che mi dice “Ti ringrazio per avermi interpretato”… la scrittura è una base solidissima di questo lavoro. Non è sempre necessariamente così, a volte ci si confronta con sceneggiature che magari ti creano la necessità di lavorare di immaginazione per costruire quello che non c’è, quello che non vedi, qui è molto chiaro il percorso.

Che ruolo gioca in questo prodotto il fatto di essere un prodotto di intrattenimento che ha sullo sfondo un contesto simbolicamente fondamentale in questo paese come il senso del sacro del popolo italiano?

Il Miracolo oggi secondo me ha una valenza molto più globalizzata. Trovo che questo progetto sia rilevante oggi perchè proprio oggi stiamo vivendo  un momento contraddistinto da una tale perdita di parametri, da un tale rimescolamento delle cose, che io mi sono trovata spesso a pensare che se arrivassero gli alieni rimetterebbero in bolla tutto, ci darebbero un parametro sicuro su cui muoverci. È insomma un un momento, questo nostro,  che avvertiamo come una fase di grande rivoluzione. E Il Miracolo è un pò come l’atterraggio degli alieni. È quell’evento che ti costringe a rimettere tutto in gioco. Sì, c’è il tema religioso, c’è il contesto italiano, ma c’è anche di più. Io credo che chiunque,  in qualunque paese del mondo, oggi avverta l’esigenza di certezze. Cè questo grido disperato – “Una certezza, datemi una certezza!” – che ci accomuna tutti, a ogni latitudine.

Tra l’altro la serie, già elogiata dalla critica italiana e internazionale, ha avuto un vero e proprio boom di ascolti già al suo debutto su Sky Atlantic con poco meno di mezzo milione di spettatori. Secondo te questa è un’ulteriore conferma della maturità delle produzioni italiane che oggi più che mai possono confrontarsi “alla pari” con le grandi serie internazionali?

Bè sì, penso poi che questo nuovo tipo di serialità che sta emergendo da noi sia formidabile anche nel paragone con il prodotto cinematografico. Si tratta di una modalità produttiva che dà grandissime opportunità agli attori nel lavoro. Per me girare una serie come Il Miracolo è stato come girare 5 film. Il personaggio ha un arco narrativo molto più complesso,  lungo e dettagliato di quello che hai a disposizione di solito quando giri un film. Io in questo tipo di serialità non vedo altro che opportunità, per il regista, per l’autore e per l’attore. Hai insomma la possibilità di creare con il pubblico un’empatia che non ti è dato di poter creare normalmente in un altro genere di prodotto. Quindi io penso questo anzitutto, e parlo anche da spettatrice. Io poi vedo un sacco di serie e mi rendo conto che molte sono nate dai Soprano, esempio principe di una serialità che mi ha fatto innamorare, soprattutto dei personaggi. Uno su tutti? Carmela Soprano, un vero mito per me, icona di umanità e ambiguità, è raro avere queste opportunità per un attore.

Quali sono i tuoi attori preferiti, quelli che ti ispirano di più nel tuo lavoro?

(Ride) a parte Meryl Streep, intendi? Lei la adoro…

Ok, e ci sono delle icone femminili che vorresti interpretare sul grande schermo, per esempio una first lady del passato, una musicista, una supereroina in stile Wonder Woman?

Di first lady ne ho studiate parecchie in preparazione a Il Miracolo, ma solo per escluderle tutte, considero infatti Sole Pietromarchi un animale che non ha nulla a che vedere con le “primedonne”.  Parlando invece di icone femminili, mi è capitato un paio di anni fa grazie a un progetto portato in scena dalla regista Andrée Ruth Shammah al Teatro Franco Parenti, di approcciarmi al personaggio di  Tina Anselmi, e ho pensato subito “Wow! Che bello quando puoi confrontarti con persone che hanno fatto cose così rilevanti!” Quella della partigiana Anselmi è una biografia fatta di coraggio, mi ricordo ancora il suo discorso sulla necessità di non volgere lo sguardo altrove, sulla necessità del coraggio. Provo grande ammirazione per lei.

Nella tua carriera c’è un momento che consideri di  svolta, quello che ha cambiato tutto?

Alcuni incontri che mi hanno cambiato, il primo è quello con Filippo Timi: lui è stato un compagno di lavoro straordinario. Io lavoro in teatro con lui, con Lucia Mascina, con Marina Rocco, siamo un gruppo adesso abbastanza consolidato. E insomma, Filippo in particolare mi ha insegnato il valore della  libertà in scena, è stato ed è un maestro di libertà, di gioco e divertimento in scena impagabile. Abbiamo iniziato lavorando a un Amleto, poi abbiamo portato in scena uno spettacolo su Don Giovanni che ha girato tutti i teatri d’Italia per tre anni, con centinaia di repliche. Ora stiamo lavorando a un nuovo spettacolo che porteremo in scena in autunno.

E ci sono registi di cinema con i quali hai sempre sognato di lavorare?

(Ride) Purttoppo sono tutti defunti…Io sono una grande amante del cinema,  amo il film, proprio tecnicamente, ho una grande passione per il mezzo. I miei idoli da questo punto di vista sono Billy Wilder, Robert Altman. Ho proprio il gusto della storia del cinema.

spero si facciano sempre più film intelligenti e non innocui, vorrei che fossero tutti film quelli in Italia che nascono da urgenza e non furbizia di fare prodotto che funziona, in questo senso Il miracolo è, sono stata molto contenta di prendere parte perchè non è prodotto furbo, è prodsotto onesto che dice cose che Niccolò aveva urgenza di condividere, cose che vedi e ti cambiano, non ti lasciano indifferente.

C’è un’Immagine particolare che ti sei portata dietro dal set?

Ho un ricordo bellissimo dell’ultimo giorno di riprese, durante il quale girammo una scena molto difficile, e anche io stavo facendo fatica. Poi  c’è stato questo momento in cui per la prima volta – (ride) ma questo perchè sono “tonta” io – mi sono resa conto del fatto che eravamo lì tutti per stessa ragione. Una cosa brutta, non solo per un attore ma su tutti i fronti, è secondo me, come dice spesso il mio collega Guido Caprino è, dover lavorare nella paura, intesa come paura di sbagliare. E chiaramente sul set, la pressione può creare questa paura di sbagliare soprattutto se come me arrivi da outsider in un contesto di professionisti più affermati. Ed ecco, quel giorno però, l’ultimo, mi sono accorta che Niccolò era lì per aiutarmi, che Francesco Munzi era lì per aiutarmi, che Guido mi stava aiutando, che Alberto Mangianti, l’ aiuto regia, mi stava aiutando, che Daria D’Antonio, direttrice della fotografia, mi stava aiutando. È stato un momento di grande coralità in cui ho sentito di far parte di un gruppo.

Hai un rituale o una routine che non puoi fare a meno di mettere in pratica prima di entrare su un set?

L’imperativo per me è fare qualunque cosa serva a favorire il rilassamento e la concentrazione. Un mio maestro, l’acting coach Michael Margotta, dice sempre che il rilassamento è un’attività professionale. È cruciale arrivare su set rilassati, io ammiro attori che hanno capacità di rilassarsi in cinque secondi mentre sono al trucco, io bisogno di più lavoro per rilassarmi perchè ho carattere, meno facile al rilassamento, riti scaramantici li associo di più al teatro, ogni sera c’è routine che è sempre la stessa, non cambi luogo, camerino, costume, è più facile si inneschino modalità ossessive, sul set cosa fondamentale trovare modo di arrivare vuoti e rilassati, lasciare che cose che hai costruito fino a quel momento vengano fuori. Lasciare che succeda. Devi aver studiato parecchio, non è spontaneismo.

Che reazioni ti aspetti a una serie come Il Miracolo?

Spero che sia una serie un pò scomoda. Io ,da fan, spero di non sbagliarmi, e di vedere che la gente reagirà, che questa serie non lascerà persone indifferenti. E dopo quello che ho visto sono orgogliosa di aver partecipato a una serie capace di colpire, stimolare e interessae il pubblico senza ricorrere a tecniche da action movie come sparatorie, morti e feriti, ma anzi lavorando sulle sfumature più sottili, il che è un’impresa molto più difficile. Insomma, Il Miracolo non è solo la storia di una Madonna che piange 90 litri di sangue al giorno. Ci sono tantissime altre piccole cose, che il pubblico noterà e che ha già notato.

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