Il senso di Ryan per l’ironia

Deadpool, Deadpool 2 la seconda venuta, Ryan Reynolds, Intervista, Josh Brolin

La lunga e avventurosa strada di Deadpool, Ryan Reynolds parla del suo rapporto col più scorretto dei mutanti Marvel.

“Di chi sono le palle che devo accarezzare per realizzare il mio film? Non posso rivelarlo, ma fa rima con Wolverine”.

Ryan Reynolds, canadese, è uno degli appartenenti alla mecca del cinema più irriverente in circolazione. È una star del cinema consapevole di quanto sia assurdo che sia diventata una stella di questo sistema. Celebrità felicemente disadattata, padre di famiglia, mostruosamente tenace nel portare alla luce la sua grande ossessione, Deadpool sul grande schermo, al punto che ha dovuto lottare con gli scetticismi degli studios per circa undici anni: “Sono stato in ballo 11 anni cercando di produrlo. In quel periodo ho lavorato a decine e decine di copioni diversi, ma molti assomigliavano solo al film che avrei voluto fare. Si è trattato di un percorso lungo, perché la messa a fuoco del personaggio doveva risultare in linea con la mia visione. E non è stato facile. Per di più per molto tempo a Hollywood nessuno lo voleva finanziare”. Ryan non demorde al punto che, quando firma per girare La Lanterna Verde, cerca di spingere la Fox a dare il via libera alla pellicola: “In realtà scrissi al mio dirigente di riferimento alla Fox, dicendo che avrei interpretato La Lanterna Verde solo se mi avessero prodotto Deadpool. La risposta fu laconica. Non ci sarebbe mai stato un Deadpool targato Fox. Per cui decisi per un po’ di andare avanti con la mia vita professionale”. Per fortuna non è andata cosi. Ryan riesce a ottenere un finanziamento minimo che gli permette di girare un pilota. Il resto della storia è noto.

Il filmato pilota viene hackerato e reso pubblico in rete, ottenendo un’ondata di sostegno popolare consistente: “Mi trovavo in Messico quando fui avvertito. Ricordo che al telefono gridai qualcosa tipo: ‘Visto che i fan di Deadpool nel mondo sono molti di più di quelli che pensavate?”. Il film, prodotto con poco, diventa un successo colossale, la rivincita della vita per Ryan: “Mi sentivo come se fossi su una goletta nel mezzo di una tempesta per tutto il tempo della produzione. Per questo alla fine delle riprese ho avuto un esaurimento nervoso e sono dovuto andare a farmi aiutare da un medico. La realtà è che in quel caso abbiamo lavorato sempre con grande attenzione alle risorse, perché erano contenute. Hai presente quando in un paio di scene Deadpool ‘dimentica’ le munizioni? Era voluto: non avevamo abbastanza soldi per permetterci le pistole che sarebbero servite nella scena. Alla fine insomma, qualcosa nella mia testa non funzionava più bene. Forse si è trattato di un momento di reazione agli undici anni di sforzi per completare il progetto, l’opposto di quanto accaduto per il seguito. Qui avevamo poco tempo per finalizzare il capitolo 2, con in più la necessità di non deludere i fan del personaggio”.

La realtà è che per Reynolds, Deapool è sempre stato molto più di un progetto professionale o, all’opposto, di una mera passione: “Per me è un vero e proprio fenomeno culturale. Per questo, sia per la costruzione del primo episodio sia per questo numero due, parte della mia attenzione è stata quella di battere la grancassa per comunicarlo a quanta più gente possibile. Nel bene o nel male io ‘sono’ il film. Deadpool non è un alter ego che io possa accendere o spegnere a mio piacimento come un interruttore”. Cinematografia come momento di auto-psicoanalisi dunque, altro che una Disneyland cinematografica come qualcuno aveva osato definire l’ennesima avventura della MCU: “Sia nel primo sia nel sequel, ho dato una immagine degli X-Men in sintonia con il resto del film. Non ortodossa, ma correlata al resto del tono della storia. La creazione di X-Force è una specie di evoluzione; non potendo riprendere le stesse note, ho voluto assemblare un gruppo scalcinato e surreale da zero”.

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Il rapporto con gli altri personaggi del mondo Marvel, per Deadpool-Reynolds non è mai stato semplice, fin da X-Men Origins, dove il nostro eroe fa la sua comparsa per la prima volta sul grande schermo: “La presenza di Deadpool è stata un po’ faticosa. Sono entrato in ballo durante lo sciopero degli scrittori, per cui ho dovuto scrivere io stesso i dialoghi per le mie scene nel film, non esattamente l’ideale. Ma, nonostante la piccola parte, ho pensato che se volevo veramente trasformare Deadpool nella realtà che è diventato oggi, dovevo sfruttare quell’occasione. Presentarlo al mondo nel modo in cui lo intendevo io. Dovevo risultare insostituibile. Altrimenti avrei rischiato che al posto mio avrebbe potuto esserci chiunque altro”.

Ryan-Deadpool è passato dagli undici anni di gestazione del primo ai quattro mesi per scrivere la sceneggiatura del secondo: “Io Rhett e Paul ci siamo seduti in una stanza e abbiamo scritto per circa quattro mesi. Una convivenza forzata che ha dato buoni risultati creativi, visto o script della seconda pellicola”. Un discreto cambiamento rispetto agli sforzi iniziali e agli scetticismi dell’ambiente: “Non credere che tutto sia in discesa. L’ago della bilancia non si muove cosi tanto quanto si pensa in queste situazioni. Non direi che sono mostruosamente più felice di quanto non lo fossi prima del primo film, quando vivevo nel mio piccolo appartamento a Wilcox a Hollywood. In giro c’è questa stupida idea che quando un povero figlio di puttana vince alla lotteria, poi sia felice il resto della sua vita. Ti assicuro che dopo il primo anno di euforia, le cose si normalizzano e di molto.  Forse sono sempre stato abbastanza disilluso su certe cose della vita come il successo, per capire cosa è reale, cosa sia una illusione e so che non sono in grado di poter controllare molti dei processi cui vado normalmente incontro”.

È con un pizzico d’ansia che accompagna da sempre Ryan-Deadpool, che il nostro si sia approcciato al capitolo due della saga Deadpool, cambiando il minimo della squadra vincente del primo: Reynolds ha confermato Leitch alla regia del secondo episodio e lancia una partnership destinata a diventare inossidabile con Josh Brolin nel ruolo di Cable. I due attori protagonisti hanno un feeling sul set che riesce immancabilmente a bucare lo schermo. Lo dimostrano anche le dichiarazioni di mutua ammirazione che costellano le numerose interviste rilasciate dalle due star su tutti i media. “È un ragazzo fantastico, sensibile, intelligente e davvero affascinante” ha detto Brolin del suo collega. “Lui è quello che per otto anni si è speso per far sì che questo film vedesse finalmente la luce. Penso perciò che abbia una sensibilità perfetta per capire tutte la sfaccettature del personaggio. Reynolds, tra l’altro, è anche produttore di Deadpool 2, e Brolin non ha esitato a lodare pubblicamente anche questo aspetto del suo lavoro: “È un grande produttore, tutti si fidano molto di lui e delle sue decisioni”.

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