Dopo di me la tempesta

io sono tempesta, marco giallini, intervista

Di rock, ricordi, nostalgia, risate e battute in romanesco. Intervista a tutto campo a Marco Giallini.

Dagli esordi nel 1995 in L’Anno Prossimo Vado A Letto Alle Dieci, in cui veste i panni del poliziotto in mezzo a un folto gruppo di colleghi tra cui Ricky Memphis e Luca Zingaretti, fino al ruolo dello spietato boss romano Il Terribile nella serie tv Romanzo Criminale. Giungendo all’attuale successo che gli sta portando vestire in tv i panni di Rocco Schiavone, burbero commissario ispirato ai romanzi di Antonio Manzini e amatissimo dal pubblico. Marco Giallini è un attore dal volto iconico e dal curriculum sterminato (vanta oltre cinquantadue pellicole, da commedie di enorme successo come Perfetti Sconosciuti a piccoli e poco conosciuti capolavori noir come Tre Punto Sei). Un bagaglio di esperienza che emerge in ogni nuova interpretazione ma soprattutto si avverte nella sua sensibilità umana e artistica, nel suo sfuggire alle etichette e ai clichet. In questo momento lo vediamo come Numa Tempesta in Io Sono Tempesta di Daniele Luchetti, nei cinema da aprile, un film e un’interpretazione che certamente riserveranno molte sorprese.

Parlaci del tuo nuovo film Io Sono Tempesta.
Il mio personaggio è un abile e scaltro finanziere, uno che gestisce un fondo da un miliardo e ogni giorno è abituato a spostare milioni di dollari da Tokyo a New York con una semplice telefonata. A un certo punto, lo arrestano per attività illecite e gli concedono la possibilità di evitare il carcere aiutando gli altri, prestando servizio sociale in un centro di accoglienza. Così lui si trova, da affarista ricco e di successo, insieme a persone che non riescono a mettere insieme il pranzo e la cena. È in un certo senso una favola.

È stato facile o difficile calarsi in una parte del genere?
È stato soprattutto bello, perché questo personaggio si è rivelato pieno di sfumature e sfaccettature, al punto che è perfino difficile spiegarlo completamente. Lui è un affabulatore, uno furbo, la cui estrazione sociale, si scoprirà presto, non è molto diversa da quella di coloro che si trova ad aiutare in quel momento. E anzi si capisce che lui è perfettamente in grado di fregare anche i truffatori più incalliti, quelli che vengono dalla strada e dunque sono abituati a vivere di trucchi ed espedienti di ogni genere. Insomma è un bel personaggio. E il film è proprio un bel film, che dire… c’è la regia di Daniele Luchetti, la fotografia di Luca Bigazzi, la colonna sonora con musiche di Enzo Jannacci.

Trovi che sia un film che fotografa la situazione attuale dell’Italia? E se sì, che Italia è?
A questa domanda posso rispondere che è da quando sono nato, dunque dal 1963 in poi, che la situazione in Italia – ma se è per questo nel mondo – è sempre quella. Se non sbaglio all’epoca c’era Saragat come presidente della Repubblica, poi abbiamo avuto Pertini e tanti altri. Alla fine l’apertura del telegiornale è da allora che è sempre quella, si parla sempre di crisi, soldi e quant’altro. Che poi non mi sembra che gli altri stiano meglio, è una situazione generale.

Quest’anno ricorre il ventennale de L’Odore Della Notte. Se guardi indietro a quei tempi cosa vedi?
Che dire, è stata un’esperienza indimenticabile… era il 1997 quando abbiamo girato. E siccome adesso tutti hanno ricordato Claudio Caligari, io voglio fare il ribelle sul serio dicendo che in quel periodo non è che ci fosse tutta questa gente che si occupava di Claudio. In quel momento mi è capitato di lavorare con un uomo vero, uno che piange, ride, si commuove, t’abbraccia. Uno che butta fuori tutti i sentimenti, senza corazze. Claudio era così: per fare fuori un film tirava fuori tutto. Era timido e incazzoso, non aveva mai perso l’accento piemontese, lui che pure viveva a Roma da anni. In ogni cosa Claudio ci metteva i polmoni, l’anima, il cuore. Ecco i ricordi che ho di lui e del girare con lui.

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C’è qualche aneddoto in particolare che rievoca per te quei momenti?
Ci sono tutte le risate che ci siamo fatti a dispetto del film che è un film molto duro. Una notte, sulla spiaggia mentre giravamo, siamo rimasti due o tre ore su una scena perchè continuava a venirci da ridere. Era il momento in cui Emanuel Bevilaqua doveva dire una battuta rivolgendosi a un altro personaggio: “Ahò, sto stronzo se l’è lasciata Alice… s’è messo co’ a fia di quello che c’ha il negozio su al Tritone”. Solo che non riusciva mai a finirla, perché gli scappava da ridere, a lui e a noi. Dopo tre ore passate a ridere, abbiamo cominciato addirittura a cantare, e Claudio allora si è messo a urlarci dietro: “Ragazzi avete rotto i coglioni!”, nonostante anche lui avesse le lacrime agli occhi dalle risate. Insomma tante risate. E tante parolacce, perchè ci si lasciava trasportare.

Ti senti un rappresentante della romanità?
[Ride] Spero di no, amo talmente tanto questa città… Io di romani ne ho interpretati tantissimi, non solo i malavitosi ma anche i borghesi, quelli insomma che parlano italiano, se Dio vuole. [Ride] Insomma non ho sempre fatto parti da bandito. Pensa che ho fatto cinquantadue film. Uno di quelli di cui vado più fiero è Tre Punto Sei di Nicola Rondolino, mi è rimasto nel cuore come un tatuaggio indelebile. Nicola era veramente un fratello per me.

Sei un grande tifoso di calcio (romanista per la precisione, Ndr). Come mai nessuno sembra in grado di fare un film credibile su questo sport in Italia?
Non ci riesce nessuno, nemmeno gli inglesi. Anche se in realtà Il Maledetto United è un bel film, più che altro per le atmosfere, e poi per le canzoni dei Sweet, degli Abba, dei Deep Purple.

Hai interpretato tanti poliziotti quanti criminali in tv o al cinema. Qual è la differenza tra essere un criminale nel mondo reale o in un film?
Mi fai venire in mente quando, ai tempi di Romanzo Criminale, andavo a parlare nelle scuole ai ragazzi, una cosa che mi naturalmente mi faceva molto piacere. Una volta c’erano questi ragazzi che mi rompevano per fare a tutti i costi un provino per la serie. Io a uno di loro ho detto: “E tu chi fai nella banda?”. “Io sono er libanese” risponde lui, e io dico: “Ma lo sai qual è la differenza tra te e il libanese dello schermo? Quando muore lui parte la musica, quando muori tu si sente solo piangere tua madre”. E lui è rimasto serio sulle prime ma poi mi hanno fatto l’applauso, pure i professori. Era un modo per dire che tra finzione e realtà c’è una differenza enorme. Per questo trovo assurdo sentire della cattiva influenza che Rocco Schiavone, o appunto serie come Romanzo Criminale, avrebbero sugli spettatori. Sono tutte cazzate.

Oltre a Io Sono Tempesta, in quali progetti ti vedremo prossimamente?
C’è un film di Alberto Morabito in cui recitiamo io e Claudio Santamaria, Rimetti A Noi I Nostri Debiti, non so quando uscirà di preciso ma il tema trattato è scottante. Poi ci c’è Massimiliano Bruno, anche con lui farò un altro film. Per ora i progetti sono questi.

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Qual è il ruolo nel quale ti identifichi di più?
Rocco Schiavone, quello sono proprio io. A partire dalla musica, infatti ho proposto io la colonna sonora della serie: Mark Lanegan e Duke Garwood, che ci hanno concesso di usare i loro pezzi. Non a caso quando mi faccio il primo “cannone”, nella prima puntata della serie, parte un brano fantastico, Mescalito, proprio di Lanegan e Garwood. Il primo poi è una mia vecchia passione, uno dei miei artisti preferiti sin dai tempi degli Screaming Trees. Ho adorato il grunge, dai Soundgarden agli Alice in Chains, e soprattutto loro, gli Screaming Trees, che anche se poi in un certo senso non c’entravano nulla con quella corrente, stavano comunque lì.

La musica occupa insomma una parte molto importante della tua vita.
Sì, basti pensare che ho più di 5mila vinili, oltre a due bassi, due chitarre e due batterie. Tutto doppio, non ho voluto fare torto a nessuno.

E dunque, se dovessi tracciare la tua colonna sonora quotidiana di questi ultimi tempi, che brani conterrebbe questa playlist?
In questi giorni sto ascoltando un gruppo che si chiama Dommengang, e poi le L.A. Witch che sono delle signorine di Los Angeles. Naturalmente i Pixies non possono mancare, poi c’è l’ultimo dei Breeders che è la band della bassista dei Pixies, Kim Deal. Nella colonna sonora di queste giornate non posso poi non mettere anche i Queens Of The Stone Age, un grande gruppo nonostante forse siano diventati un po’ mainestream. Metterei senz’altro anche gli Who, e poi Saturday Night’s Alright For Fighting che è troppo snobbato. E qui mi sento di spezzare una lancia in favore del troppo vituperato Elton John. Ora lui ha queste giacchette ed è un pò imbolsito, ma da ragazzo era un mostro, un vero fenomeno.

Nella tua filmografia non sei mai stato diretto da una donna.
No, le donne non mi chiamano perché le faccio innamorare. [Ride] Scherzi a parte, mi piacerebbe molto essere diretto da una donna, solo che ancora non è capitato. Non è che poi ci siano tutte queste donne in Italia che fanno le registe, purtroppo…

A proposito di registi, hai dichiarato che ti piacerebbe fare un film con il regista francese Olivier Marchal…
Eccome. Lui ha firmato grandi pellicole come 36 Quai des Orfèvres e L’Ultima Missione. I francesi quando ci si mettono sono molto bravi.

Un genere in cui sembrano spesso un passo avanti a noi è la commedia, non pensi?
Penso in realtà che anche noi italiani non siamo da meno quando si tratta di scrivere commedie di spessore. Guardiamo per esempio a Perfetti Sconosciuti, e non lo dico solo perchè nel film ci sono anche io, ma perché è un dato di fatto, quello è un film molto riuscito.

E tra cinema italiano e cinema americano, quali sono le differenze?
Mi fecero la stessa domanda al Taormina Film Festival, quando ritirai due Nastri d’Argento in una sera. Io risposi così: “Gli americani se devono fare saltare un ponte, lo costruiscono ex novo, spendendo un milione di dollari. Insomma fanno ‘sto ponte, lo minano usando la dinamite, piazzandola dappertutto, poi sistemano sei o sette macchine da presa e… bum. Il ponte lo vedi saltare venti volte, da ogni angolazione possibile. Invece in Italia, la stessa scena diventa così: ci sta uno seduto al bar che beve un drink, all’improvviso arriva qualcuno e gli dice: “Ahò, hai saputo che cazzo è successo?”. Insomma, la differenza, amico mio, sono i soldi.

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Foto di copertina: Emanuela Scarpa

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