Un momento nel tempo

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Ogni film si presenta con i propri miti e leggende, e la sua storia è il frutto di brillanti racconti e dolci ricordi – interi anni trascorsi mettendo anima e corpo nelle battaglie per i finanziamenti e per le differenze creative; con tutto il carrozzone di dispute, lotte, false partenze, frustrazioni, attimi di illuminazione e trionfi. La storia si frammenta ulteriormente quando c’è di mezzo un primo film. E questo perché i film di esordio sono tosti, sono un vero banco di prova e richiedono sforzi sovrumani, e portano al cambiamento. È nella loro natura, giusto? Non a caso sono i primi film. Per cui, la parte più sorprendente della storia che la regista Ava DuVernay ci racconta sulla realizzazione dell’epopea fantasy Nelle Pieghe Del Tempo è quanto essa sia semplice, lineare e placida.

Come quando muoviamo serenamente le gambe sott’acqua. Tutto ha avuto inizio con una visita da parte di Tendo Nagenda, vice presidente esecutivo per la produzione dei live-action della Disney. “È venuto da me con la sceneggiatura e mi ha esposto la storia in maniera molto persuasiva, spiegandomi anche perché pensavano fossi la regista giusta per farne un film. E mi sono trovata d’accordo con loro”, dice semplicemente DuVernay. Questa non era una storia che DuVernay conoscesse intimamente, o anche solo in generale. La sceneggiatura che aveva tra le mani era stata adattata dalla regista di Frozen, Jennifer Lee, prendendo spunto da un libro per l’infanzia del 1962 di Madeleine L’Enlge. E non si trattava della solita avventura tra il fantasy e il fantascientifico, ma della storia di una ragazzina, Meg Murry, che con l’aiuto di suo fratello e di tre viaggiatrici astrali parte in soccorso del padre astrofisico, per salvarlo dalla schiavitù su un pianeta lontano.

Immediatamente colpita dallo “splendido lavoro” compiuto da Lee con la sceneggiatura, DuVernay ha letto poi il libro – nel quale non si era imbattuta da piccola – e la graphic novel. Ed è stata proprio la versione illustrata a catturare l’immaginazione della regista. Una volta firmato, DuVernay ha iniziato a mettere insieme il cast: Storm Reid per la parte dell’eroina Meg Murry (una delle prime ad aver fatto il provino) e Mindy Kaling, Oprah Winfrey e Reese Witherspoon nei panni delle tre “Miss”, gli esseri celestiali che arrivano in suo aiuto. DuVernay spiega le sue scelte di cast facendo riferimento alle capacità comiche di Kaling, “…un’attrice che prende le battute e riesce a infonderle di senso dell’umorismo e mistero”; la Witherspoon viene descritta come “una delle poche attrici della sua generazione ad aver avuto successo sia nel genere drammatico che nella commedia”; infine Oprah Winfrey, della quale dice: “Se stai cercando qualcuno che interpreti la donna più saggia dell’universo, allora sei veramente fortunato se hai il suo numero nella rubrica del telefono”. E fin qui tutto liscio. Tuttavia, sotto quella levigata superficie priva di increspature, qualcosa stava accadendo. Nuove storie stavano nascendo.

E la scintilla che ha scatenato tutto questo va cercata in quella prima conversazione con Tendo Nagenda, il quale si rivolse a DuVernay con questa potentissima frase: “Fermati un secondo, e immagina solamente gli interi mondi che potresti creare”. A una prima occhiata, il curriculum della DuVernay – che comprende cortometraggi, documentari (13th), film per la tv e alcuni per il grande schermo (compreso Selma – La Strada Per La Libertà) – non la rendeva la scelta più ovvia per dirigere un colosso tra il fantasy e il fantascientifico. Tuttavia ha alle sue spalle una ricca storia riguardante i suoi primi lavori, con i quali ha spinto non solo se stessa ma anche i distributori e gli studios a esplorare nuovi orizzonti ricchi di opportunità. È stata la prima donna afroamericana ad aggiudicarsi l’US Directing Award al Sundance per il suo secondo lungometraggio, Middle of Nowhere, nel 2012. Tre anni dopo è diventata la prima regista di colore a ricevere una nomination ai Golden Globe per Selma, a sua volta candidato agli Oscar come Miglior Film. Sono passati altri due anni e 13th è finito nella rosa dei candidati all’Oscar come Miglior Documentario. È molto probabile che Nelle Pieghe Del Tempo rappresenti oggi l’episodio più significativo: la prima donna di colore chiamata a dirigere un film live-action con un budget di oltre 100 milioni di dollari.

Va detto però che la fantascienza è un pianeta (o meglio una serie di pianeti) completamente diverso. Ciò nonostante DuVernay – tenendo bene a mente quel piccolo seme piantato da Nagenda – ha cercato di andare oltre le sfide legate alla forma e al genere, vedendo invece l’occasione per dare vita a una narrazione completamente diversa e nuova di zecca, sia per se stessa che da parte sua. “Ho sempre amato molto il fantasy e la fantascienza, in particolare l’opera di Octavia Butler, una scrittrice afroamericana di fantascienza molto acclamata”, ci dice. “È davvero importante che le persone che oggi vengono emarginate in America abbiano la possibilità di vedersi riscattate attraverso le storie. E questo è avvenuto molto spesso proprio grazie agli scrittori che si cimentano nel fantasy e nella fantascienza”. Storicamente, non è affatto un segreto che i generi del fantasy e della fantascienza siano a lungo stati dominio di coloro che erano emarginati. Ma DuVernay non è solo capace di raccontare storie che parlano di persone ai margini della società, è anche una regista che riesce a creare mondi che nessuno ha mai visto prima, in tutti i sensi.

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“C’è una scena in Avatar in cui i personaggi spiccano il volo, – afferma DuVernay, riflettendo sulle differenze – nel nostro film c’è un momento simile in cui si vedono i nostri protagonisti sorvolare un mondo. Questo ci porta a un punto della conversazione che può suonare alquanto banale, poiché verrebbe fuori una questione di genere riferita al modo in cui una regista immagina una scena simile e come la farebbe invece un uomo. E mentre mi infastidisce che ci sia una qualche differenza, le differenze ci sono rispetto a ciò che è meraviglioso per me in quanto donna, la mia idea per una creatura o, faccio per dire, un costume”. Tuttavia DuVernay oppone un punto di divergenza basato esclusivamente sul genere, affermando che è un’intera identità a imprimere se stessa in un film, e questo per tutto il corso del processo creativo. “Per me si va anche oltre, – insiste – è la visione di una donna di colore che guarda a questi spazi, crea luoghi e ambientazioni, e progetta elementi di design. La realizzazione di tutto questo è la medesima, ma ciò che mi interessa è il contributo che posso dare al feeling di questa storia, il modo in cui vedo e percepisco questo tipo di immaginario attraverso le mie lenti… il modo in cui appare”.

La chiave per creare questi luoghi e spazi, realizzando così la sua visione, sono stati gli effetti visivi – uno strumento di cui DuVernay non si era mi servita in maniera diffusa prima di Nelle Pieghe Del Tempo. Nonché qualcosa che le chiedeva di trovare il giusto equilibrio tra la spettacolarità degli effetti e gli aspetti più umani del racconto, considerata inoltre la sua intenzione di radicare il film nella realtà. “È come avere a disposizione un altro pennello con cui dipingere”, afferma DuVernay spiegando il suo approccio, che richiedeva la presenza di un supervisore agli effetti visivi che non avesse un background nel cinema fantasy o di supereroi. Per questo motivo ha assunto Richard McBride, che aveva lavorato in Gravity ed era responsabile della creazione dell’ormai celebre orso in CGI che sbrana DiCaprio in Revenant. “Volevo dare l’impressione che tutto questo fosse credibile e allo stesso tempo bellissimo, – spiega DuVernay – voglio dire, ho dovuto assistere con i miei occhi a una meticolosa analisi su come fosse stata realizzata quella ripresa [in Revenant] per convincermi che non era un autentico orso quello con cui lottava Leonardo! Da qui la mia volontà e determinazione a lavorare con McBride. Le indicazioni che davo alla mia troupe erano di evitare il più possibile i tipici cliché del fantasy. Mantenere il tutto a un livello in cui vedi qualcosa e pensi: ‘Wow, quello sembra davvero reale. Cioè, so che non è vero ma potrebbe benissimo esserlo. Non ne sono molto sicuro”.

Tutta questa attenzione dedicata alla narrazione e al bisogno di raccontare questa specifica storia è il luogo in cui si esprime, come ben potete immaginare, la vera e silenziosa rivoluzione di questo film – e non nello scontrino di 100 e passa milioni di dollari. “Il miracolo che la Disney è davvero riuscita a fare, questa volta, è stato di investire e applicare tutta quella potenza di fuoco per raccontare la storia di una normalissima ragazzina”, dice DuVernay, specificando che non stanno buttando i loro soldi in un blockbuster tutto “pistole sguainate, mantelli fiammeggianti e supereroi volanti”. “Non è Avatar”, ci tiene a precisare. Si tratta invece di un libro per bambini, in cui la protagonista è una normale teenager. La figlia di qualcuno, la sorella di qualcuno, tutto è possibile. Potrebbe essere fuori per salvare suo padre, ma non tutto il mondo. “Non ha superpoteri. Non è di sangue blu, – dice DuVernay – è solo una bambina. E non è neanche una principessa, ma una normalissima ragazzina dei nostri giorni che indossa jeans e una camicia scozzese”. Oltretutto è una bambina di razza mista all’interno di un cast realmente diverso e inclusivo. “La nostra preoccupazione non è: ‘Ce la faremo ad aprire il primo weekend con 100 milioni di miliardi di dollari?’, bensì: ‘Ne vale davvero la pena e riusciranno a fare effetto quelle immagini?”.

Ci pensa DuVernay a rispondersi da sola. “Sì. E faccio a loro [alla Disney] un applauso e sono emozionata all’idea che questo film esista e venga distribuito in tutto il mondo, specialmente in un’epoca come questa”. Col successo commerciale e di critica di Wonder Woman di Patty Jenkins, il film di Jordan Peele (Scappa – Get Out) che ha segnato 100 milioni di dollari al botteghino, un vero primato per un regista di colore al suo debutto, e Ryan Coogler ai comandi del primo film mainstream su un supereroe di colore, Black Panther, è facile concludere che il mondo, e così pure il cinema, non sono mai stati così aperti a diverse visioni dell’universo. “Metti la tua identità nel lavoro che fai, e ciò che serve è avere più persone diverse che fanno quel lavoro in modo da avere poi a disposizione differenti versioni di quello che potrebbe essere. Ed è lì che ci siamo impantanati, nel fatto che è sempre la stessa gente ad avere il monopolio nella creazione di questi mondi. È sempre il solito uomo bianco a creare il mondo, a dare vita alla visione più grandiosa, – dice DuVernay – quando invece questa opportunità di creare mondi viene offerta a Patty Jenkins, o a Ryan Coogler o anche a me, ecco che tutto appare diverso e dotato di una sensibilità diversa; e penso che sia una cosa straordinaria e bellissima mentre ci muoviamo all’interno di nuove frontiere del cinema”.

Detto questo, la stessa DuVernay è un po’ più cauta circa l’eventualità di vedere in tutto questo l’alba di una nuova era. “Sono una studiosa di storia dei neri, di storia delle donne e storia del cinema, – ci dice – è vero, sono stati valicati nuovi confini, ma nel corso della storia del cinema ci sono sempre stati momenti di rottura. È sempre ‘prima questo’, ‘prima quello’ ed è ancora tutto da vedere se questo inaugurerà davvero una nuova era di impegno costante e di lavoro da parte di certi tipi di registi. Sono molto cauta nel ritenere questa nuova tendenza qualcosa appartenente a ‘questo periodo storico’”. DuVernay è convinta che si debba andare oltre il semplice atto di singoli registi che sono riusciti, in circostanze eccezionali, a rompere certe barriere. “Sicuramente sono state aperte nuove porte, ma la mia domanda è: cosa c’è oltre quella porta? C’è una stanza da attraversare e che permetta di proseguire? E questa porta rimarrà aperta abbastanza a lungo da consentire alla gente di entrare?”. In questo momento la porta è aperta. E Nelle Pieghe Del Tempo potrebbe essere quel film che permetterà a tutti noi di scoprire cosa c’è dall’altra parte.

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