Follie virtuali

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Mescolando l’iconografia dei videogiochi, del cinema, della musica e della tv, Ready Player One di Steven è una lettera d’amore al decennio che lui ha contribuito a definire, gli anni ’80. Perché allora è stato così difficile realizzarlo?

Testo Ian Freer

Informazioni aggiuntive Helen O’Hara

Ernest Cline, scrittore nonché nerd ai massimi livelli, non potrà mai dimenticare la prima volta che ha incontrato Steven Spielberg. È stato al quartier generale della Amblin, presso gli Universal Studios, a circa 100 metri dalla torre con l’orologio di Ritorno al Futuro. Si era tagliato i capelli e il suo abbigliamento lasciava trasparire un’eccessiva ricercatezza. È stato semplicemente il più bel giorno della sua vita. “Quando attraversi le porte della Amblin, passi davanti al pozzo dei desideri al quale sono appoggiati Marty McFly e i suoi fratelli nella foto che vediamo scomparire durante il film”, afferma estasiato. “Appena ho messo piede nell’ufficio di Steven, mi sono accorto che aveva la Rosabella di Quarto Potere. Mi sono sentito come Charlie Bucket, quando entra per la prima volta nella fabbrica di Willy Wonka e scopre come prepara i dolci”. Non a caso il romanzo di debutto di Cline, Ready Player One, pubblicato nel 2011, trova le proprie radici in Roald Dahl – infatti la frase per il lancio diceva “Come sarebbe se Willy Wonka fosse un programmatore di videogiochi?” – ma anche nei capolavori della fantascienza come Neuromante di William Gibson e Snow Crash di Neal Stephenson.

Si tratta di una storia di dimensioni epiche, intrisa di azione, nostalgia e con un gran cuore, che lancia un messaggio molto audace su ciò che potrebbe riservarci il futuro. Ma sotto il profilo della fattibilità, a causa delle immense sfide sul piano visivo, le enormi difficoltà legate alle concessioni delle licenze e alle valutazioni del budget, sembrava impossibile portare Ready Player One sul grande schermo. Motivo per cui Cline deve assolutamente ringraziare la sua buona stella per essere finito nelle mani dell’unico uomo in grado di portare a termine l’impresa. Diciamo pure che Ready Player One diretto da Mike Leigh sarebbe tutta un’altra faccenda. Ma, nonostante tutte queste credenziali, la sfida lanciata a Spielberg e al suo team li ha spinti oltre i limiti.

Ready Player One è ambientato in un distopico 2045. Wade Watts (Tye Sheridan, il nuovo Ciclope nella saga degli X-Men) vive negli ‘Stacks’, una specie di campo nomadi fatto di case mobili accatastate le une sulle altre. La sua unica via di fuga dall’orribile ambiente che lo circonda è un mondo virtuale chiamato OASIS, una sorta di paese delle meraviglie dedicato alla cultura pop, creato dall’imprenditore James Halliday (Mark Rylance) e il suo collega d’affari Ogden Morrow (Simon Pegg). A seguito della sua morte, Halliday crea una caccia al tesoro postuma dove l’obiettivo è trovare un easter egg: il vincitore si aggiudicherà 500 miliardi di dollari e il controllo del regno digitale. Aiutato da Morrow, Watts, servendosi di un avatar ribattezzato Parzival, si lancia in un’avventura all’interno di OASIS per trovare le tre chiavi che gli permetteranno di sbloccare il tesoro.

“Wade scappa all’interno di questo mondo dove può essere chiunque egli desideri”, afferma Sheridan. “È un’esperienza liberatoria in tutti i sensi. Il primo giorno Steven mi ha detto che Parzival rappresenta tutto ciò che Wade non è, ma che vuole essere”. Ed è questa idea di un mondo virtuale, attraverso il quale le persone evitano la realtà e reinventano loro stesse, ad aver suscitato l’interesse di Spielberg. Una volta il regista coniò l’espressione “scienza applicata alla realtà” per descrivere Jurassic Park. Lo stesso vale per Ready Player One: potrà anche essere ambientato nel 2045, ma sembra comunque attinente. “Guardando al modo in cui la VR si è affermata e i progressi che ha fatto anche dopo la realizzazione di questo film, non mi sembra un futuro così improbabile, – dichiara Pegg – più la tecnologia si sviluppa in senso tattile e la realtà virtuale diventa dettagliata e verosimile, più tutto questo diventa un potenziale rifugio per la gente in questo mondo completamente fuori di testa, e che ogni giorno che passa sembra impazzire sempre più”.

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Come tale, Ready Player One è un racconto di fantascienza con un messaggio di avvertimento, un’allegoria sulla dipendenza dalla vita online e sulla quantità di tempo che passiamo all’interno di mondi virtuali a spese della realtà. Tuttavia il co-sceneggiatore Zak Penn (X-Men, The Avengers) ammette che i produttori “non sempre si sono trovati d’accordo con questa posizione” ed erano diffidenti a parlare eccessivamente male della tecnologia. “Io ero nel team Pro-OASIS, – spiega Penn – Wade è un ragazzino molto solo, e OASIS gli dà la possibilità di stare insieme alle persone. Ci si diverte un sacco. Per me era estremamente importante che non andasse smarrita la gioia legata a OASIS. Probabilmente ero quello che insisteva maggiormente nel dire ‘non esageriamo a far sentire la gente male rispetto a ciò che ama’… dal momento che per quello abbiamo Twitter”. Una delle sfide nel montaggio di Ready Player One è chiedere agli spettatori di entrare in sintonia con degli avatar digitali. Ciò vale in particolare per Art3mis, una gunter femmina (gunter è la contrazione di egg-hunter) con un’enorme fan-base, la quale all’inizio è una rivale, ma successivamente diventa alleata di Wade.

Nel romanzo di Cline appare sempre e solo come Art3mis fino alla fine, ma per il film era necessario adottare una tattica diversa. “Temevo che mostrandola solo ed esclusivamente all’interno di OASIS, alla fine non venisse considerata una persona vera”, afferma Penn. Lasciate perdere le questioni politiche. Riuscirete a provare le stesse emozioni che il romanzo di Ernest è riuscito a trasmettervi?” Olivia Cooke (Quel Fantastico Peggior Anno della Mia Vita) temeva a sua volta che Art3mis si sarebbe trasformata in una “fantasia maschile”. L’attrice descrive il suo personaggio (vero nome: Samantha Cook) come “coraggiosa, tenace, molto sincera rispetto alle sue idee liberali e su come controllerebbe OASIS… Tutte caratteristiche che le hanno permesso di catturare l’attenzione di molti fan, e così pure di altrettanti rivali”.

Il più temuto di questi ultimi è Nolan Sorrento (Ben Mendelsohn), direttore delle Innovative Online Industries (IOI), una multinazionale intenzionata a prendere il controllo di OASIS per scopi di lucro. Secondo Mendelsohn, le tattiche intimidatorie di Sorrento sono molto agevolate dal suo nome – “È come dire ‘Jena Plissken’, davvero un nome con le palle” – anche se il moniker cela una fitta rete di complessità. “Si tratta di un nerd che è riuscito, attraverso una serie di intrallazzi e manipolazioni, a conquistarsi una posizione di potere. Vuole trasformare internet in una merce di lusso, e possiede l’hardware. È inoltre a capo di una crack force – una figata pazzesca! – che usa contro questi adorabili pivelli che gli intralciano il cammino”. In che modo Mendelsohn, reduce da Il Cavaliere Oscuro – Il Ritorno e Rogue One: A Star Wars Story, riesce mai a identificarsi in un nerd come Sorrento? “Ma vaffanculo! – esclama scherzando – e te lo dico con tutto il cuore. Non cerco assolutamente di evitare il lato nerd, ma vuoi che te ne parli per questa stramaledetta rivista? Per me puoi anche andartene a quel paese!”. Ma, nonostante queste resistenze, c’è solo una parola che conta in Ready Player One: nerd.

Se esiste anche un solo aspetto che sicuramente sapete di Ready Player One, è che si tratta di un minestrone di cultura pop di proporzioni epiche che mette insieme film, musica, show televisivi, fumetti e videogiochi alla stessa velocità di Michael Bay sotto l’effetto di un doppio espresso. Basta una rapida occhiata al trailer per vedere Duke Nukem e Freddy Kruger che se le danno di santa ragione, Harley Quinn e Lara Croft che frequentano lo stesso club e i Battletoads che combattono fianco a fianco con Chun-Li di Street Fighter. Tuttavia, una cosa è descrivere questi crossover per iscritto, all’interno di un romanzo; tutta un’altra storia è invece avventurarsi in quel campo minato che è la proprietà intellettuale, aprendo negoziati per ottenere le autorizzazioni necessarie per portare tutto questo in un film. Ma, con enorme fortuna per Cline, Ready Player One è finito nelle mani dell’unico regista al mondo in grado di muovere intere montagne di copyright. “La mia speranza era di assistere nuovamente al miracolo di Chi Ha Incastrato Roger Rabbit? – dice Cline – dove si vedevano Topolino, Paperino e Bugs Bunny nella stessa scena.

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E realizzo solo ora che fu Steven Spielberg, in quanto produttore, a renderlo possibile: era un film della Amblin, e tutti quanti volevano vedere le proprie proprietà intellettuali in qualcosa che avesse a che fare con lui. Ed è esattamente così che è andata a finire con Ready Player One”. Tuttavia, nonostante le miracolose credenziali di Spielberg, Ready Player One non è riuscito ad assicurarsi tutte le firme indicate nella lista dei desideri. Penn, ad esempio, si rammarica per l’assenza del drago di Il Trono di Spade. Un elemento chiave presente nel libro è Ultraman, protagonista di una serie tv giapponese degli anni ‘60 divenuta un cult, nel quale si trasforma Parzival quando combatte contro Sorrento, quest’ultimo in versione Mechagodzilla; purtroppo non è stato possibile ottenere questo personaggio, per cui i produttori hanno optato per il Gigante di Ferro, che ora riveste un ruolo molto importante all’interno del film. Può sorprendere che i veti più forti siano arrivati dallo stesso regista, il quale ha deciso di ridurre il più possibile la quantità di ammiccamenti al suo lavoro.

“Non voleva che il film si trasformasse in una specie di autocelebrazione di se stesso”, spiega Penn. Tuttavia Cline, Penn e lo scenografo Adam Stockhausen hanno unito le forze per far sì che una parte del lavoro di Spielberg comparisse nel film. Badate bene quindi a non lasciarvi sfuggire una serie di strizzate d’occhio a Ritorno al Futuro (il cui compositore, Alan Silvestri, ha scritto anche la colonna sonora di Ready Player One), I Goonies, Gremlins, Jurassic Park e Indiana Jones e l’Ultima Crociata (Watts trascrive i suoi progressi in un diario simile a quello del Graal). Ed è per questo che la scelta di far dirigere il film a Spielberg si è rivelata interessante: egli non è un regista fissato con le frivolezze degli anni ‘80, perché tantissimo materiale appartenente a quel decennio ce lo ha consegnato proprio lui. “È stato Steven a scrivere il libro su tutto questo, – afferma Penn – è responsabile della creazione di gran parte di questo immaginario, e anche quando non lo ha fatto direttamente vi ha comunque preso parte. Ragion per cui è nella posizione ideale per girare questo film, perché da un punto di vista emotivo è meno attaccato a questo materiale. Quindi niente scene con ‘Ooohh, guarda! Il Gigante di Ferro!’ Per lui sono solo strumenti e oggetti di scena. Riesce ad avere un atteggiamento un po’ più oggettivo verso questo mondo tanto amato da Wade”.

Gli autori si sono trovati d’accordo sulla maggior parte delle citazioni e dei riferimenti. Penn, da buon appassionato di sparatutto, ha aggiunto diversi rimandi ad Halo; inoltre ha inserito alcuni riferimenti a Matrix e Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo. C’era però un aspetto sul quale gli autori hanno trovato da discutere violentemente. “Non mi trovavo d’accordo con Ernie su quale fosse la migliore versione di Blue Monday dei New Order”, ride Penn. “Mi pare che lui tenesse il remix, mentre io preferivo l’originale”. Come dice il brano: “From the past until completion, they’ll turn away no more”. Ma la vera eroina non riconosciuta di Ready Player One è Deidre Backs, responsaibile del progetto, la quale ha trascorso molte notti insonni lavorando senza sosta per liberare tutte le licenze. “Dovrebbero darle un Oscar per le certificazioni”, dice Penn. Il risultato di tutta questa intertestualità è un distillato dell’ossessione che la cultura odierna ha per il passato e tutto ciò che è retrò. I futuri studenti di Scienze della Comunicazione faranno i salti di gioia quando scriveranno saggi con titoli altisonanti tipo ‘Ritorno al Futuro o Ritorno al Passato? L’illusione delle allusioni in Ready Player One’.

“Penso sia un’opera che arriva con grande tempismo”, dice Pegg, la cui serie Spaced trova spazio nel libro di Cline. “Mi piace molto il suo modo di sfruttare e criticare la nostalgia, questa nostra tendenza a seppellirci nel passato, lontano dalla realtà. Viviamo in un’epoca in cui sembriamo costantemente guardare al passato, nel tentativo di recuperare sensazioni da cose che abbiamo sperimentato e vissuto tanto tempo fa, con un senso persistente di noia perché non riusciamo a riafferrare ciò che è stato, a tornare indietro. È impossibile tornare indietro”. E voi che pensavate fosse solo un film in cui Duke Nukem prende a sberle Freddy Kruger!

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Se garantire la presenza nella medesima inquadratura degli On. Nukem, Kruger e gente simile è stata un’impresa, l’obiettivo di portare sul grande schermo il mondo di Ready Player One si è rivelato un vero e proprio travaglio dal punto di vista tecnico, logistico e creativo. Esattamente come OASIS, la produzione del film ha un piede nel passato e uno nel futuro, trattandosi di una pellicola in parte girata all’interno di set enormi utilizzando effetti concreti e tangibili, e in parte creata dentro uno spazio ristretto usando le tecniche di ripresa digitale. In pratica è come se Spielberg avesse girato contemporaneamente I Predatori Dell’Arca Perduta e Le Avventure Di Tintin. Al di fuori di OASIS, Ready Player One offre uno scenario che trasuda durezza, miseria e disperazione. Quindi, ovviamente, è stato girato a Watford. I Leavesden Studios hanno ospitato gli ‘Stacks’, una serie di roulotte accatastate l’una sull’altra, che si offrivano perfettamente alla vista dai pendolari che ogni giorno percorrevano la M25 per andare al lavoro. “Gli ‘Stacks’ sono senza dubbio il set più straordinario che abbia mai visto, – dichiara Mendelsohn – era un set gigantesco, incredibilmente dettagliato. Anche la mia società, la IOI, è davvero impressionante. Possiedo una sedia molto bella per la realtà virtuale. Oserei quasi dire che la mia sedia è la migliore del mondo”.

Molto spesso le riprese si facevano in modo concreto, alla vecchia maniera: Cook ricorda i suoi allenamenti per il combattimento e gli esercizi con i cavi, mentre Pegg, che interpreta Morrow nel 2045 e in flashback, si è sottoposto a un pesante trucco a base di protesi per sembrare un uomo di 70 anni. “Non ero così male, – ride – mi sono fatto un’idea di quanti lifting al volto mi farò un giorno”. In ogni caso le riprese in digitalcapture sono durate mesi. Pegg, che aveva interpretato Thompson in Tintin, osserva che questa volta Spielberg era molto più “informato” sul processo della performance capture, e lo descrive come “un incredibile risolutore di problemi, con la prodigiosa capacità di parlare simultaneamente agli attori e intanto muovere la cinepresa”. Non che non ci sia stato qualche intoppo. Cooke rammenta la sua disperazione il primo giorno, mentre cercava di fare bella figura col regista offrendo un’interpretazione ricca di sfumature, vanificata dalle quattro videocamere poste sul suo copricapo che non hanno registrato niente. Per aiutare gli attori, la troupe ha impiegato la tecnologia per la VR dell’Oculus Rift, permettendo così al cast di esplorare versioni basiche delle location di OASIS all’interno dello spazio virtuale. “È stato utile per comprendere meglio l’ambiente visivo nel quale ci si trova, – dice Sheridan – sei tu che stai creando tutto quanto nella tua mente. Per cui è stato estremamente liberatorio e divertente”.

Parte della sfida rappresentata da Ready Player One era riuscire a tradurre la soluzione del rompicapo alla base della storia in qualcosa che fosse cinematograficamente efficace. Nel libro la prima missione vede Parzival scoprire la chiave giocando al videogame di Dungeons & Dragons. Per aumentare l’eccitazione, Cline si è ricordato che nel libro è presente un dettaglio insignificante per cui, all’interno dell’OASIS, puoi utilizzare qualsiasi mezzo di trasporto tu desideri (un X-Wing, TARDIS, la Reliant Robin di Only Food and Horses). Nasce così la corsa attraverso le strade di ‘New York’, il fulcro del primo trailer, nella quale sfrecciano il furgone degli A-Team, la Mach 5 di Speed Racer, l’Interceptor di Mad Max, la moto di Akira, la Plymouth Fury “Christine” di Stephen King e la DeLorean di Parzival. “Abbiamo pensato che sarebbe stato divertente fare una versione futuristica di Burnout o Super Mario Kart, – spiega Cline – la sequenza della corsa si è rivelata non solo una grande sfida sul piano visivo, ma anche un’opportunità per mettere in mostra le dimensioni del mondo di OASIS. Modifiche tipo questa non possono che rendermi super felice, perché centrano in pieno lo spirito del romanzo ma sono molto più cinematografiche”.

Tuttavia la variazione più grossa nel passaggio dal romanzo al film rimane il più grande segreto di Ready Player One. Nel libro una delle sfide finali di Parzival consiste nell’entrare nel mondo dei Monty Python e il Sacro Graal e ripetere un dialogo parola per parola. Invece il film ha detto “Ni!” al Sacro Graal: ora il protagonista entra in un altro film iconico, i cui set sono stati meticolosamente ricreati presso gli studi Leavesden. “Il pubblico rimarrà sotto shock”, afferma Cline stuzzicando ulteriormente la curiosità. “In questo film ci sono così tante cose che, con un altro regista, sarebbe stato impossibile. Ready Player One è davvero il primo del suo genere”. Ma potrebbe non essere l’ultimo. Attualmente Cline è al lavoro su un seguito, previsto per la fine del 2018. Ready Player Two? Forse Spielberg avrà bisogno di un po’ di tempo per riprendersi, prima.

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PARATA DI EASTER EGG

I GIOCATORI DI READY PLAYER ONE SCELGONO LA LORO CITAZIONE PREFERITA NEL FILM

 

LA DELOREAN

Ernest Cline

“In Ready Player One vedrete ricomparire in una grande produzione hollywoodiana, per la prima volta dal 1991, la leggendaria macchina del tempo di Ritorno Al Futuro. Quando ho venduto il mio libro, ho acquistato una DeLorean con la quale ho girato il paese durante il tour promozionale. L’ho registrata come spesa di lavoro. La prima volta che mi sono recato alla Amblin per incontrare Steven, ha scritto il suo nome sul vano portaoggetti promettendo che non ne avrebbe autografato mai più nessun altro. Possiedo l’unica macchina del tempo autografata da Steven Spielberg”.

 

TOP SECRET

Simon Pegg

“La mia citazione preferita è in realtà uno spoiler, perché non compare nel libro. Come Ready Player One, si tratta di un film basato su un libro molto amato, poi divenuto un classico che ha scatenato le ire dei puristi della letteratura. Parte del set è stato costruito a Leavesden, e lo capirete quando lo vedrete”.

 

IL T-REX

Olivia Cooke

“È una citazione spielbergiana. Il romanzo è talmente ricco di riferimenti al suo lavoro, che non credo che Steven volesse essere così autoreferenziale nel film. Per questo apprezzo molto che il T-Rex sia un ammiccamento ai fan di Jurassic Park”.

 

IL FUCILE A IMPULSI

Zak Penn

“Ho fatto del gran pressing perché ci fossero molte delle armi presenti. Volevo i fucili di Aliens – Scontro finale. A molte persone sfuggiranno alcuni riferimenti, il che è un bene. Steven non si ferma mai a indugiare su ogni singolo oggetto”.

 

DONKEY KONG

Ben Mendelsohn

“Mi limito semplicemente a dire qualcosa per rispondere alla tua domandina per il box. Questa finisce nel box colorato, giusto? Se hai già chiesto agli altri, quelli avranno sicuramente pescato le citazioni più fighe ed eccitanti. Perciò a me cosa rimane? Donkey Kong”. una trottola. N°09

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