Ragazzi vincenti

Ragazzi vincenti

Meryl Streep e Tom Hanks, star in The Post di Steven Spielberg, tra risate, qualche discussione semiseria e la voglia di rimettere a posto la Holywood di oggi.

Testo Ian Freer

Meryl Streep (20 nomination all’Oscar e tre vittorie) e Tom Hanks (5 nomination e due statuette) non si ricordano più quando si sono incontrati la prima volta. Può essere stato a quella produzione Shakespeare In The Park di Macbeth. O a una delle innumerevoli cerimonie di premiazione dove probabilmente avranno tenuto discorsi di ringraziamento incredibilmente brillanti. Streep è convinta di aver incontrato prima la moglie di Hanks, Rita, ma non ne è del tutto sicura. L’unica certezza è che non hanno mai recitato insieme sul grande schermo. Fino ad ora. Giustamente, ci voleva un regista del calibro di Steven Spielberg per mettere insieme questi due titani della recitazione. Ambientato nel 1971, The Post è incentrato sulla gara del Washington Post per battere sul tempo il New York Times e pubblicare i cosiddetti Pentagon Papers, documenti sul livello di coinvolgimento degli Stati Uniti in Vietnam.

Streep è l’editrice del Post Katharine Graham, unica donna in un ambiente dominato da uomini; Hanks è il redattore capo Ben Bradlee (interpretato in passato da Jason Robards in Tutti gli Uomini del Presidente), alla ricerca dello scoop della vita. È una storia piena di rimandi al presente – tentativi di censura della stampa da parte del governo, la battaglia per l’uguaglianza di genere – ed è lontana dalle solite pellicole da premio; è un thriller ad alta tensione, allo stesso tempo divertente e pieno di suspense. Il film di Spielberg è sembrato la scusa perfetta per riunire i due attori e parlare di… beh, di quello che vogliono. Rintanati in una suite a piano terra dell’hotel Ritz-Carlton di New York, la chiacchierata spazia tra i temi più disparati – film, politica, femminismo, amici di vecchia data, acchiappafantasmi in carne e ossa – costellata da humour, intelligenza, sincerità e un genuino affetto reciproco. Parte tutto con la classica domanda da parte di Empire: perché diavolo non avevate mai lavorato insieme prima d’ora?

Streep: Ci sono un sacco di persone della nostra generazione con cui non abbiamo lavorato. Tu sei più giovane di me, anche quello conta.

Hanks: Io sono un 61enne piuttosto giovanile, qualsiasi cosa significhi.

Streep: Io ho 68 anni. Quindi in anni hollywoodiani, è un’accoppiata che non potrebbe funzionare. Se proprio dev’essere, devi avere 20 anni in più del tuo coprotagonista. Le mie co-star hanno sempre avuto vent’anni in più: Robert Redford, Jack Nicholson, Dustin Hoffman. Sono tutti sugli ottanta adesso.

Hanks: Non si è mai presentato un film con una parte per te e per me. Non siamo mai arrivati a qualcosa di concreto, prima di questo.

Streep: Mi piace che questo film sia tante cose diverse. Inizi con un’idea, probabilmente buona, si tratta di una scoperta. È più divertente quando non sai che cosa stai per vedere. Hanks: Un film che è una caccia al tesoro, no? Del tipo: “Ehi, c’è quella cosa [i Pentagon Papers] – andiamo a prenderla”. Quando l’ho guardato ieri ho notato che tu, Kay Graham, cammini passando di fianco a un gruppo di donne, attraverso una porta, per ritrovarti circondata da un gruppo di uomini.

Streep: È così che andava. È per quello che siamo arrivati a questo punto, perché veniamo da un’epoca in cui c’erano mondi separati. In un certo senso è un film sull’apartheid.

Hanks: La prima stesura che abbiamo letto in febbraio era basata sull’autobiografia di Kay Graham che Liz Hannah aveva trasformato in un film, incentrandola attorno alla ricerca dei Pentagon Papers. Credo che l’abbiamo letta ognuno per conto suo, pensando: “Cavolo, mi piacerebbe prendervi parte”. E poi l’ultima cosa che so è: “Porca miseria, faccio un film con Meryl Streep”. The Post non è il primo film di Streep insieme a Spielberg. Forse non tutti sanno che aveva già prestato la voce a Blue Mecha, un personaggio di spicco di A.I. – Intelligenza Artificiale del 2001.

Streep: Quando lavorai ad A.I. andai a registrare la voce della fatina da lui a Long Island. Non facemmo altro che parlare di quanto fosse infestata la sua casa e se conoscessi un acchiappafantasmi. E, ovviamente, ne conoscevo uno. E così gli mandai un esorcista.

Hanks: Bella storia.

Streep: Ora è tutto a posto, da quelle parti. Nella mia mente, era dotato di una grandezza ormai assodata – un cineasta di quel calibro, con un curriculum incredibile e che parla sempre della sua macchina ben collaudata [la sua troupe]. Per cui ero completamente impreparata a quanto il suo lavoro sia anche frutto di improvvisazione, quanto venga creato al momento. Qualcuno stava facendo scattare in continuazione una penna. Avevamo fatto una ripresa e lui ha deciso: “Quello sarà il ritmo della scena. Tutto dovrà basarsi su quello”. Ho pensato: “Come?”. E tutto è cambiato. È stato esaltante lavorare con lui.

Hanks: Molto è fatto al momento. La ‘macchina ben oliata’ di cui parla gli permette questo tipo di libertà e lucidità… è il quinto film che faccio con lui.

Streep: Wow.

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Hanks: E pensa che ci sono delle volte in cui entri nella stanza e lui dice: “Non sono sicuro di come girare questa scena”. E ti metti a lavorare, trovi una soluzione e lui parte da lì. E altre volte arrivi e lui sa esattamente come procedere.

Streep: È tutto nel girato, perché lui non fa prove. Questo non lo sapevo. Nessuno me ne aveva parlato.

Hanks: Quando entri per la prima scena a colazione, com’è che urti la sedia?

Streep: È stato un errore. Ho sbattuto contro la sedia e lui mi ha detto: “Fallo di nuovo”. A quel punto ripeterlo diventa difficile [ride].

Spielberg, Streep e Hanks hanno dedicato The Post a un’altra grande filmmaker, Nora Ephron, una regista venerata da entrambi gli attori. Hanks ha recitato in Insonnia d’Amore e C’è Posta per Te, Streep in Silkwood e Heartburn scritti dalla Ephron, e nel suo ultimo film da regista Julie & Julia. Ephron purtroppo è scomparsa nel 2012, in seguito a complicazioni causate dalla leucemia.

Hanks: Ogni volta che vengo a New York penso: “Bene, allora vedo Nora… no, non vedrò Nora”.

Streep: Almeno un giorno sì e uno no, penso: “Le devo dire questa cosa”. Oppure: “So a chi posso chiederlo…”. Di tutte le persone sulla faccia della Terra, sono dispiaciuta che Mike [Nichols] e Nora non possano vedere The Post perché [si sporge verso Hanks e grida] AVREBBERO APPREZZATO TANTISSIMO IL NOSTRO LAVORO IN QUESTO FILM.

Hanks: Ci avrebbero detto qualcosa come: “Beh, sai…”

Streep: Ci facevano sempre incazzare.

Hanks: A volte ero intimorito da Nora.

Streep: Oh cielo, anch’io.

Hanks: A volte Nora mi faceva una domanda e pensavo: “Se non ho la risposta giusta, un’opinione che non è all’altezza delle sue aspettative, finisco nella sua lista nera”. Metteva in soggezione. Non sopportava gli stupidi.

Streep: Ma che mente creativa e che persona generosa!

Hanks: Assolutamente. Apprezzava l’impegno che ci mettevi. Se capiva che ti stavi impegnando al massimo per analizzare un tema, lo percepiva e si impegnava per aiutarti.

Streep: Ma quando era giovane era terrificante, perché era perfida. Poteva essere davvero cattiva con le persone.

Hanks: Già.

Streep: Faceva parte della filosofia femminile, una furiosa competizione l’una con l’altra. Diceva cose del tipo: “Se c’è spazio per una sola donna al tavolo, quella sarò io”. Era così che andava, più o meno. Spero che non accada più.

Hanks: Penso che un nuovo codice etico – non codice di condotta, quello sarebbe un’imposizione – una nuova filosofia verrà elaborata. Non mi sorprenderebbe, uno di questi giorni, trovare una gigantesca insegna all’entrata della Hollywood Way, dove c’è la Warner Bros. che recita: “Chiunque entri da questa porta dichiara di rispettare questo codice deontologico”.

Streep: Non credo che servirebbe a qualcosa. Non penso che ci serva alcun codice deontologico. Nessuno ha bisogno di un corso sulla sensibilità. Non credo che la gente debba essere educata su questi temi.

Hanks: Invece succederà. Ci saranno tutti questi programmi formativi.

Streep: Tireranno fuori i soldi di tasca loro e diranno: “Ecco, ho seguito il corso”. Tutta la faccenda va trattata al livello di comando. In questo momento, le lamentele e le proteste sono alla base della piramide. Questa piramide è costituita da un gruppo piuttosto compiaciuto di persone: uomini. E quando il comando sarà realmente condiviso, come quando Justin Trudeau ha costituito il suo consiglio per metà di donne, questi sotterfugi non avverranno più. Negli Stati Uniti hanno concesso il 17 per cento pensando che andasse bene così: possiamo avere due o tre donne in squadra, non è un problema, finché non ne facciamo entrare altre. Quando ci sarà un’eguale inclusione delle diverse sensibilità, allora tutto cambierà. E non solo quello, anche l’offerta sarà diversa, perché non abbiamo gli stessi gusti. Non vogliamo le stesse cose.

Hanks: Mi sono sempre chiesto come mai non ci sia qualche contea, città, da qualche parte in cui le donne si trasferiscano per avere non il 50 per cento, ma l’80 percento del consiglio comunale. Dovrebbero prendere di mira, tipo, il South Dakota.

Streep: Non sarà meglio! Ma sarà diverso. Abbiamo provato in questo modo per, quanto, settemila anni.

Hanks: Allora l’insegna di fronte all’Hollywood Way gate reciterà: “Il processo decisionale comprenderà il 50 percento di ogni genere”.

Streep: Sono ottimista sul fatto che accada, perché adesso sono le persone a chiederlo. Tutti sono diventati irrequieti come mai prima. Ora le donne hanno iniziato a dire: “Sa che c’è? È una vergogna”. La branca dei registi dell’Academy è per l’87 per cento costituita da maschi. Non è semplicemente sbagliato; è vergognoso. E non ce n’è motivo. Dobbiamo forzare la serratura. Dobbiamo pretenderlo dalle agenzie, dagli studio, a livello di finanziamento presso le banche.

Hanks: Ho una domanda per te, Meryl Streep. Diventerà una realtà economicamente sostenibile? La gente andrà a vedere il prodotto che ne risulterà? Prendiamo per esempio il classico film con i supereroi. Ci sono una donna e cinque superuomini. Quando inizierà a invertirsi la tendenza, questa linea di demarcazione finirà per generare profitto? Mi sembra che in tv paghi in abbondanza.

Streep: È quello che stavo per dirti. Guarda la tv. È una cosa legata al cinema. I film sono gestiti da uomini.

Hanks: È allora che si inizi a prestare attenzione al lavoro di Greta Gerwig. O di Amy Pascal [produttrice].

Streep: E di Donna Langley [Universal Studios]: le donne ci sono, ma è ancora una cosa per lo più simbolica. Una volta arrivati alla parità, cambierà tutto.

Dopo aver affrontato il problema di genere a Hollywood, la conversazione si sofferma sulla recitazione. Quali interpretazioni apprezzano reciprocamente l’uno dell’altra?

Streep: Di recente, sicuramente Sully, ma Captain Phillips mi ha davvero entusiasmata. Il Ponte delle Spie è stato assolutamente fantastico. Tornando indietro, Forrest Gump e quel film con Penny Marshall dove ti metti a saltare su quel pianoforte gigante [si riferisce a Big].

Hanks: Io torno parecchio indietro. Ero al college quando vidi [il film di debutto di Streep del 1977] Julia.

Streep: Julia? Sciocchezze. Non posso credere che ti sia piaciuto. Avevo una scena di improvvisazione con Jane Fonda e loro presero le battute da quella e le misero in un’altra scena.

Hanks: Odio quando lo fanno. Ma giuro, al laboratorio teatrale al college prendevamo le cose molto seriamente. Julia, La Scelta di Sophie, Un Grido nella Notte, quello è un film sottovalutato.

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Streep: Ero molto più sicura di me stessa quando ero giovane. Pensavo di sapere tutto. Adesso invece inizio un lavoro pensando: “Sei un’idiota. Non posso credere che te lo lascino fare”. E le aspettative sono così tremendamente alte, non puoi fare altro che fallire. E la cosa mi sta bene. Quel terrore, quella paura del vuoto, va bene. Sai una cosa? Meno so con certezza che cosa accadrà il tal giorno, e più apprezzo il lavoro. E così, quando arriva Steven e dice niente prove, trovo che meno ne so e meglio mi sento.

Hanks: Le aspettative sono una fregatura.

Streep: Penso che gli attori si sentano sempre nervosi e insicuri, ed è positivo. Abbiamo bisogno di sapere che il regista è sicuro dei suoi mezzi, che ha una direzione ben precisa in testa.

Hanks: Penso di avere una migliore consapevolezza se stiamo centrando l’obiettivo o meno.

Streep: Davvero?

Hanks: Ti dirò una cosa. Mi piace il tempo passato sul set. L’atmosfera di quando si gira un film, la creatività che si sprigiona in una squadra di grandi dimensioni come questa…

Streep: Sei stato fortunato. Te la sei spassata. Io no. Hanks: Mi spiace. Mi sono trovato in un bel gruppetto di persone. Avevamo la redazione. Non c’era ragione di rimanere nel trailer a questo giro, perché la redazione era un gran bel posto per riposarsi, avevamo anche cibo in abbondanza. Io dovevo imparare a fare finta di fumare, quindi avevo sempre qualcosa da fare. E le scene a casa di Bradlee sono state la stessa cosa. Ce ne stavamo tutti nel soggiorno tra una ripresa e l’altra.

Streep: Io invece non ho fatto altro che stare seduta nel mio trailer. Ansia, ansia, ansia. Era in un certo senso la natura del mio personaggio nel film. È una cosa interessante. Mi è capitato ormai in un certo numero di film. Il Diavolo Veste Prada, il film su Margaret Thatcher [The Iron Lady] e ora questo. La donna che è anche il capo è una figura solitaria e isolata. [In Il Diavolo Veste Prada] Stanley Tucci scherzava spesso con Emily Blunt. Si divertivano un mondo. Poi entravo io e… [ fa il gesto e il suono di un palazzo che crolla].

Hanks: Avevano tutti paura ad avvicinarti. Io passavo e ti dicevo: “Voi provare questa scena?” E tu mi rispondevi [Fa una voce impostata da gran dama di teatro] “Possiamo per piacere ripetere queste battute?” [Streep ride fragorosamente]. E andavamo avanti e indietro, come in una fantastica partita di baseball. È lì che ci si diverte davvero tanto. “Dai, ripetiamola qualche altra dozzina di volte…”

Streep: È divertente. Mi sarebbe piaciuto recitare qualche scena comica insieme. Perché sei davvero divertente.

E con questo il nostro tempo termina. Streep rimane nella suite mentre Hanks dice a Empire – “Voi ragazzi siete gli unici rimasti, l’unico vero magazine di cinema al mondo” – prima di allontanarsi in cerca della giacca e del telefono. Non siamo riusciti a scoprire quand’è stata la prima volta che si sono incontrati. Forse dovremmo già essere contenti che l’abbiano fatto perché, fuori e dentro lo schermo, insieme fanno faville.

 

THE LEAD STORY

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Steven Spielberg parla delle sue superstar

Testo Ian Freer

Steven Spielberg è un uomo felice. È mercoledì 29 novembre, la mattina dopo i National Board Of Review Awards, dove The Post ha vinto Miglior Film, Miglior Attrice per Meryl Streep e Miglior Attore per Tom Hanks. “Siamo felicissimi, ci sentiamo come se non avessimo mai vinto nulla prima”, dice. Qui, il regista ci dice la sua su Streep, al suo debutto con il cineasta, e su Hanks, giunto ormai al suo quinto film firmato Spielberg.

Spielberg su Hanks: “La mia interpretazione preferita di Tom è sempre l’ultima. Fortunatamente, in questo caso è ancora una volta in un mio film!” “Senza stravolgimenti, ma con solo qualche piccolo aggiustamento, Tom è capace di trasformarsi in un personaggio completamente diverso. Non è solo uno dei grandi attori protagonisti che abbiamo; è anche uno dei migliori caratteristi in circolazione. Ben Bradlee era un personaggio che Tom desiderava ardentemente interpretare. Lo ha compreso nel profondo. Ha capito come ci fosse una sorta di machismo vecchio stile nel suo atteggiamento in redazione. Ben era un tipo tosto. Era indulgente ma aveva anche un’idea molto precisa di quello che voleva dai suoi redattori. Era un duro; era stato un comandante in marina a capo di una corazzata durante la seconda guerra mondiale, quando aveva solo 22 anni. Sapeva cosa voleva dire condurre uomini in battaglia. E sapeva come condurre una redazione nella battaglia per la verità. Tom Hanks è riuscito a rappresentare tutto questo”.

Spielberg su Streep: “Vidi per la prima volta Meryl in una mini serie alla tv, Holocaust, e poi sul grande schermo ne Il Cacciatore. Penso di non avere perso nemmeno un suo film, da allora. Uno dei ruoli più difficili che ha interpretato, perché non si guadagna la nostra simpatia, è stato quello della moglie di Dustin Hoffman in Kramer Contro Kramer. Mi ha commosso sentire la sua versione della storia e capire perché se ne va la seconda volta senza il figlio. È una delle attrici più complete sulla piazza. “Non c’è nessuno che potesse interpretare Kay Graham meglio di Meryl. Ho sempre voluto lavorare con lei, ma non ho mai trovato il ruolo giusto. Ha dato voce a Blue Fairy in A.I. ma in quel caso si trattò di una mezz’ora di fronte a un registratore, quindi non fa testo. Questo è stato finalmente il tema e l’occasione giusta per lavorare insieme. “Meryl è molto attenta ai dettagli. Non il tipo di particolari che lei o nessun altro si aspetta siano notati dal pubblico, ma tutti contribuiscono nel complesso all’autenticità dell’interpretazione che vediamo. Lo fa in parte consapevolmente e in parecchi casi inconsapevolmente, ed è questo che rende ogni ripresa differente. Non cerca una formula cui attenersi, e la cosa mi ha dato ampia possibilità di scelta in fase di montaggio. Da spettatore, ero sempre rimasto sbalordito guardandola recitare, ma ora ho avuto la possibilità di andare dietro le quinte e vedere come riesce a creare la magia”.

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