L’Uomo Del Giorno Dopo: vent’anni fa usciva l’epico film di Kevin Costner

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Nel marzo 1998 usciva in Italia il kolossal post-apocalittico L’uomo del giorno dopo (The Postman, 1997), interpretato e diretto da Kevin Costner. Per la star di Hollywood, ancora sulla breccia nonostante il flop di Wyatt Earp (1994) e il diluvio di critiche negative di Waterworld (1995), quel film valeva doppio: un ritorno, parecchio atteso da parte del pubblico e della stampa, alla regia e, di nuovo, frequentazione di un mondo irriconoscibile tra fazioni in lotta, proprio come in Waterworld. Visto con maggiore attenzione, L’uomo del giorno dopo è in tutto e per tutto un western di un altro tempo, il futuro dell’anno 2013; costruito sullo schermo secondo le regole più classiche del genere: l’eroe solitario che arriva dal nulla e poi se ne va dopo aver salvato donzella e città dai banditi. Genere che Costner non ha mai smesso di amare: dal suo terzo film da regista Open Range – Terra di confine (2003) alla serie Tv Hatfields & McCoys, sino al nuovissimo Yellowstone, western moderno per la televisione che vedremo a giugno su Paramount Network.

In L’uomo del giorno dopo si racconta di una disastrosa guerra nucleare che ha piegato gli Stati Uniti; i pochi sopravvissuti si raccolgono in piccole comunità con ben poco da vivere. Sembra di essere tornati indietro di secoli. A peggiorare la situazione c’è una banda armata, gli Holnisti, guidati da uno psicopatico, il generale Bethlehem (Will Patton), che non si fa scrupoli nel soggiogare e saccheggiare le comunità rimaste, reclutando gli uomini per ingrossare il suo esercito. Un uomo senza nome, interpretato da Kevin Costner, nel frattempo si presenta ai cancelli delle città fingendosi un funzionario statale. Ben presto conosciuto come “il portalettere”, l’uomo entra in conflitto con Bethlehem.

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La parola magica per meglio apprezzare, e rivalutare a distanza di tempo, L’uomo del giorno dopo è appunto “epos”. Un’eredità che Costner si porta dietro con orgoglio dai tempi di Balla coi lupi (1990) e che puntualmente sullo schermo si tramuta in pellicole dalla durata spropositata: The Postman in sala di montaggio c’è arrivato infatti in una versione di quasi quattro ore e mezza, poi ridotta a tre quindi portata alle 2 ore e mezza del montaggio definitivo. L’epica cinematografica dell’attore, derivata dal cinema americano più classico e affascinata dai grandi eroi, non è argomento che entusiasma gli executive di Hollywood. Neppure quando un film come Balla coi lupi, che di ore ne durava tre, trionfa al botteghino portandosi a casa ben sette premi Oscar. In seguito, va detto, Costner ci è ricascato numerose volte, perfino quando altri erano chiamati a dirigerlo: pensate al western Wyatt Earp di Lawrence Kasdan (in cui ci sono momenti stupendi di cinema ad altri di una imbarazzante puerilità) e a un altro dei suoi film più belli, Terra di confine, trattato con riguardo dai critici ma rimasto in panchina nel confronto con il grande pubblico.

Di Kevin Costner andrebbe almeno ammirata in parte l’incoscienza nel cimentarsi con progetti del genere, in parte la devozione per un cinema (e oggi il piccolo schermo) che se ne infischia delle convenzioni e lascia parlare personaggi “fuori tempo” come l’uomo senza nome di The Postman. Anche a costo di metterci la faccia: da un lato i Razzie Awards a massacrare il suo film nel 1997, dall’altro prendendo parte con una certa autoironia alla clip introduttiva di Billy Crystal nella Notte degli Oscar 1998 restando appeso al Titanic e scherzando sul disastro del suo film: neanche 20 milioni di dollari incassati a fronte di 76 milioni di budget.

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Del film, Empire UK nel marzo 1998 scriveva: “Con una scena d’apertura che ricorda l’incipit di Lawrence d’Arabia, il secondo film da regista di Kevin Costner non spreca tempo nel rivelare le sue ambizioni epiche”. Appunto. Di nuovo l’epos che va apprezzato in combutta con piccole sottigliezze stilistiche – la parte finale ricorda un po’ troppo Balla coi lupi – in cui lirismo ed esaltazione di eroi che forse non esistono più,talvolta hanno fatto storcere la bocca e la penna dei critici. Anche in Wyatt Earp si respirava la medesima aria. Una perplessità che, unita al disinteresse molto ben dissimulato di Costner nel capire che opera stava girando, porta però a dimenticare i grandi pregi del film L’uomo del giorno dopo: un patriottismo abbracciato a morale pacifista, suggestivi paesaggi filmati per mostrare quanto ancora grande è l’America e scene di massa praticamente al servizio dell’attore. E non dimentichiamo quel pizzico di ironia capace di trasformare Tom Petty, “uno un tempo famoso”, nel sindaco di una delle comunità superstiti.

Tratto da un romanzo di David Brin e prodotto dall’amico di sempre del regista, Jim Wilson, L’uomo del giorno dopo ha rivelato al pubblico una giovane perla: l’attrice Olivia Williams.Praticamente sconosciuta all’epoca, i più curiosi la ricorderanno come comparsa nelle prime due puntate della stagione 5 di Friends. Costner l’aveva adocchiata in un video-audizione due settimane prima di iniziare a girare e l’ha voluta subito per interpretare la parte di Abby, figura femminile forte e combattiva. Pure troppo per un film in cui l’eroe dovrebbe essere soltanto lui. Dopo sarebbero arrivati per la Williams Rushmore di Wes Anderson e soprattutto Il sesto senso di M. Night Shyamalan.

I numeri da kolossal, poi, parlano chiaro su questo film: un’orchestra di 100 pezzi diretta da James Newton Howard, un centinaio di effetti visivi, migliaia di comparse e 85 parti parlate, 110 giorni di riprese, talvolta ostacolate da pioggia battente, tra Arizona, Oregon, Stato di Washington e Los Angeles. 76 milioni di budget che tengono conto anche della paghetta milionaria di Costner.Un film egocentrico fin che si vuole (nel film recita anche la figlia di Costner, Annie), ma con un certo non-so-che che lo rende a distanza di vent’anni appetibile per una rivalutazione, magari tenendo conto dei competitor dell’epoca: il colosso “inaffondabile” Titanic e lo storico Amistad di Steven Spielberg. Operazione quantomeno obbligatoria per riscoprire il fascino di una star anni Novanta che vantava charme, talento e determinazione nel fare esattamente ciò che voleva. Anche portare un po’ di speranza – parola chiave impressa sulle locandine originali di The Postman – in un mondo imperfetto.

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Mario A. Rumor

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