Miglior Sceneggiatura Originale (Tre Manifesti A Ebbing, Missouri): desiderio di giustizia

Con il brillante e potente Tre Manifesti A Ebbing, Missouri, Martin McDonagh ha in mano la sceneggiatura da battere.

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Testo Dorian Lynskey

Quasi vent’anni fa, Martin McDonagh stava viaggiando per l’America da Baltimora al Nicaragua quando vide due cartelloni pubblicitari che chiedevano alla polizia di occuparsi di un crimine rimasto fino a quel momento irrisolto. “È durato un attimo ma non l’ho mai dimenticato, – dice – la potenza di quel messaggio è rimasta con me”. All’epoca non era ancora uno sceneggiatore. Aspirava a diventarlo ma pensava che avrebbe avuto più impatto in teatro. “Perché molti drammaturghi non sono poi così bravi, – dice ridendo – nessuno di quelli che ho incontrato mi è sembrato un fuoriclasse imbattibile”. Presentato come il Quentin Tarantino anglo-irlandese per la sua capacità di coniugare violenza, humour ed elaborata volgarità, ha raccolto da subito grandi consensi, ma la sua mente sognava ancora il cinema. Gli ci sono voluti circa dieci anni per incanalare il ricordo di quei billboard in una sceneggiatura vera e propria e altri ancora per trasformare quella nel suo terzo lungometraggio. Tre Manifesti A Ebbing, Missouri risponde alla domanda che si era fatto durante quel viaggio. “Chi mai attaccherebbe manifesti di questo tipo? – spiega – una volta deciso che sarebbe stata una donna e madre, è venuta fuori Mildred. È il tipo di persona che ce la mette tutta per scatenare un putiferio, avendo i suoi buoni motivi, ed era l’elemento perfetto da cui partire”.

Resa furiosa dal dolore, Mildred Hayes (Frances McDormand) prende in affitto quegli spazi pubblicitari per coprire di vergogna il locale dipartimento di polizia e spronarlo così a risolvere il caso dell’omicidio della figlia adolescente. “Immagino che non sia possibile dire nulla di diffamatorio e nemmeno cose come ‘fanculo, merda o teste di cazzo’, giusto?” chiede a un perplesso venditore di spazi pubblicitari. Sheri Bill Willoughby (Woody Harrelson) e il suo bifolco vice Jason Dixon (Sam Rockwell) non la prendono benissimo, e nemmeno i cittadini della piccola cittadina (fittizia) di Ebbing. Il gesto disperato di Mildred innesca una catena di reazioni che includono vendetta, colpa, dolore e violenza, raccontati con lo stile caratteristico di McDonagh, infarcito di tragedia splatter e humor nerissimo. Ha scritto da subito il personaggio di Mildred con in mente McDormand (“Serviva qualcuno dotato di integrità”) e quello di Dixon appositamente per Sam Rockwell, che aveva già recitato al fianco di Harrelson in 7 Psicopatici. “Il casting è responsabile per il 50% della buona riuscita di un film, – dice McDonagh – è una cosa che ho imparato dal teatro. Non puoi avere elementi deboli in uno spettacolo. E poi devi cercare di non metterti in mezzo tra gli attori e la sceneggiatura”.

McDonagh cerca di sviluppare i personaggi principali fino al punto in cui diventano autonomi, e da lì lascia che guidino la storia. “Non ho pianificato nulla. Non lo faccio mai. Viene tutto dai personaggi mentre interagiscono tra loro”. Uno degli episodi cardine di Tre Manifesti A Ebbing, Missouri gli è venuto in mente mentre metteva mano allo script, e si è accorto che quello avrebbe cambiato il tono complessivo del film. “La storia è diventata a quel punto più un racconto sulla speranza e sul saper voltare pagina piuttosto che su un crimine da risolvere, – spiega – è stato interessante avere il poliziotto perfido da una parte e dell’altra la madre eroica e far vedere che ci sono elementi dell’uno nell’altro. Mildred non è l’angelo vendicatore per eccellenza”. E Dixon non è, viceversa, l’ottuso mascalzone razzista che sembra a prima vista. “Ho la mia etica e spero sempre che un po’ affiori da qualche parte, ma non cerco mai di imporla ai personaggi o alla storia, – dice McDonagh – nella vita reale farei di sicuro certe valutazioni ma questa non è la vita vera.

martin mcdonagh, tre manifesti a ebbing missouri, oscar 2018, frances mcdormand

Ovviamente non cerco neppure di fare di un poliziotto razzista un eroe, è un equilibrio molto sottile. Provo a mettere l’umanità al centro, sperando che il pubblico continui da lì”. Prima di girare Tre Manifesti, McDonagh ha rivisto 7 Psicopatici e il suo film di debutto, In Bruges. “7 Psicopatici è un po’ troppo pretenzioso, – dice con rammarico – non mi sono preoccupato di avere empatia con quei personaggi. Li ho trattati come burattini da usare per arrivare a un giudizio morale, ma non è così che funziona”. In Bruges, invece, con tutto quello humour sanguinolento e blasfemo, ha rivelato le vite interiori dei personaggi, con calma. “È quello che ho cercato di riproporre in questo film, – aggiunge – quando è con altre persone, Mildred è come lo squalo dell’omonimo film, va avanti a testa bassa, imperterrita, ma nei momenti in cui è sola con se stessa c’è spazio per vedere quello che nasconde”. McDonagh è diventato regista per salvaguardare l’integrità delle sue sceneggiature, “Perché so bene che lo sceneggiatore è l’ultima ruota del carro quando si va sul set”.

Ogni parola sulla pagina ha importanza – una ostinazione che ha causato qualche occasionale attrito con McDormand, che voleva invece snellire un po’ i dialoghi. “Però è stata brava e, per una volta, ho imparato a rilassarmi un po’ in quel frangente”. Mentre si prepara la stagione degli Oscar, McDonagh è esaltato più per l’apprezzamento del suo cast che per se stesso, essendoci già passato. In Bruges è stato a suo tempo nominato nella categoria Best Original Screenplay e Six Shooter, il suo piccolo debutto del 2004, vinse a sorpresa nella categoria Best Live Action Short Film. “È stato bello ma niente di stratosferico”, ricorda. “Quando ero più giovane, sapendo di quanti non avessero mai vinto e di tutti i film ignorati nella storia del premio, avevo preso la cosa con beneficio di inventario. Ma sai, da quando ne ho vinto uno mi viene da pensare che “invece è fantastico! Sono davvero delle persone di buon senso!”. Forse non ci sarà bisogno di mettere in piedi una campagna pubblicitaria in stile Mildred Hayes.

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