Il treno visto con gli occhi del Cinema

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Gente che sale, gente che scende. Carrozze eleganti e vagoni malandati. Passaggi a livello. E quel moto perpetuo intervallato solo da scambi regolari, fermate programmate, brusche frenate. Il connubio fra il treno e il cinema ha origini che corrono fino al 1896, anno in cui fu realizzato il più famoso cortometraggio della storia della settima arte: L’arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat, realizzato dai fratelli Auguste e Louis Lumière.

Si può tranquillamente affermare che il cinema nasce (e cresce) sulle rotaie, percorre sbuffando i binari delle innumerevoli pellicole western, sfreccia di notte come solo nei più bei thriller, si fa largo tra i drammi di guerra che animano i capolavori bellici. Il treno è il mezzo che più di ogni altro consente al cinema di esprimere quel dinamismo di cui necessita la tecnica “immagini in movimento” che è alla base della settima arte. Tra i primi ad accorgersi delle potenzialità del mezzo vi è Buster Keaton, che a bordo di una locomotiva realizza il suo capolavoro Come vinsi la guerra.

Negli ultimi due anni si registra un’eccezionale produzione a tema, uno sciame di storie ambientate tra vagoni, stazioni e raccordi. Clint Eastwood ha girato sul Thalys n. 9364 diretto da Amsterdam a Parigi la sua ultima fatica, Ore 15:17 – Attacco al treno, storia vera di una tentata strage sventata da tre cittadini americani nel 2015. Se Liam Neeson ne L’Uomo sul treno – The Commuter è un pendolare invischiato in un complotto criminale, Emily Blunt spia le vite degli altri dal finestrino di una carrozza ne La ragazza del treno. Kennet Branagh  invece, con Assassinio sull’Orient Express, riporta in auge il magnifico giallo del 1934 a firma Agatha Christie, setacciando corridoi e vagoni alla ricerca del colpevole.

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Gli spazi angusti, l’elevata velocità e l’impossibilità di scendere quando lo si desidera, rendono il treno luogo ideale per sequenze action o, addirittura, thrilling. Dario Argento, con Non ho sonno, offre un ottimo esempio di suspense ottenuta sfruttando la lugubre ambientazione notturna e la dimensione asfittica fornita dai vagoni fantasma di un regionale. Azione pura, quella ammirata nel celebre Il treno di John Frankenheimer, dove il sabotatore Burt Lancaster riesce a far deragliare un treno che trasporta opere d’arte francesi trafugate dai nazisti.

Il capitano Steve Rogers perde il suo migliore amico Bucky proprio durante un’incursione “ferroviaria” in Captain America – Il primo Vendicatore; i bastardi di Enzo G. Castellari fanno saltare in aria un maledetto treno blindato, Sherlock Holmes, travestito da donna, gioca con le ombre nemiche tra uno scompartimento e l’altro.

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Il pendolare più famoso del cinema è senza dubbio James Bond: a bordo di un treno smaschera un membro della SPECTRE (il film è Agente 007 – Dalla Russia con amore), reo di aver ordinato vino rosso come abbinamento al pesce; si scontra col mastodontico Squalo (La spia che mi amava); si innamora perdutamente di Vesper (Casinò Royale); lotta furiosamente sul tetto di un convoglio con un mercenario prima di essere falciato dal fuoco amico (Skyfall); infine tiene testa – a fatica – al corpulento lacchè di Blofeld impersonato in Spectre dall’ex wrestler Dave Bautista. per tutta risposta, l’Ethan Hunt di Tom Cruise stacca invece un biglietto per il TGV francese, inseguendo il doppiogiochista Jon Voight ad oltre 300 km/h. Il film è Mission: Impossible, diretto nel ’96 da Brian De Palma.

Sul grande schermo abbiamo ammirato treni in ogni salsa: fuori controllo (Unstoppable, con Denzel Washington e Chris Pine, ma anche l’emozionante A 30 secondi dalla fine), magici (Polar Express), in rivolta (Snowpiercer), festaioli (Una poltrona per due), rapinati (Fast & Furious 5), in ostaggio (Trappola sulle Montagne Rocciose), mostruosi (Godzilla) oppure presi d’assalto, come ne I Mercenari 3 con Sylvester Stallone.

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C’è chi vede il treno come un crocevia per la salvezza – i prigionieri evasi de La grande fuga – e chi lo preferisce all’aereo (“Il Duca” Charles Grodin di Prima di Mezzanotte) e chi, ancora, non riuscirà mai a salirvi a bordo, ucciso in modo beffardo sul più bello proprio accanto al binario (Al Pacino nello splendido finale del gangster movie Carlito’s Way).

Se, lungo i binari, il cinema dimostra di saper amalgamare piccola e grande Storia con sottile ironia (Train de vie) oppure favorisce un confronto familiare dai contorni surreali (Il treno per il Darjeeling), è sui gradini di una scalinata – quelli della Union Station de Gli Intoccabili – che evoca un concetto caro ad ogni viaggiatore: quello dell’attesa.

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West Express

Se c’è però un genere che ha saputo esaltare nel corso degli anni la figura della locomotiva, quello è il western: assalti al treno – come nel celebre The Great Train Robbery del 1903 o in Butch Cassidy con Newman e Redford – e fughe rocambolesche (quella di Franco Nero e Tomas Milian in Vamos a matar compañeros) sono il piatto forte della casa.

È un treno atteso in stazione per mezzogiorno, quello da cui scenderà il bandito Frank Miller in cerca di vendetta nell’intramontabile Mezzogiorno di fuoco. Russell Crowe salirà invece a bordo di un vagone-cella subito dopo aver eliminato i suoi ex scagnozzi in Quel treno per Yuma. Eli Wallach si tufferà da un treno in corsa facendosi scudo con il corpo del proprio aguzzino impersonato da Mario Brega. Il film, nemmeno a dirlo, è Il buono, il brutto, il cattivo, capitolo conclusivo della trilogia del dollaro di Sergio Leone, regista capace di raccontare il tramonto di un’epoca popolata da cavalli e bounty killer attraverso l’irruzione sulla scena di una locomotiva dal fischio assordante alimentata a carbone, simbolo dell’industrializzazione galoppante negli USA di fine Ottocento (C’era una volta il West). Leone de-costruisce il mito della frontiera facendo morire fuorilegge e pistoleri a due passi da una nascente stazione ferroviaria. Nel film si segnalano la flemmatica sequenza iniziale in cui alcuni banditi attendono l’arrivo di Armonica in stazione e l’arrivo di Jill in città, che avviene sempre a bordo di un treno.

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Made in Italy

La produzione nostrana a tema meritava un menzione a parte (eccezion fatta per Leone). La filmografia tricolore ha ambientato in stazioni o su treni in movimento alcuni dei titoli più significativi. Su un convoglio diretto al fronte si incontrano nuovamente i soldati Busacca e Jacovacci – ovvero Gassman e Sordi – de La grande guerra di Monicelli; Manfredi è un ambulante che viaggia clandestinamente sulla tratta ferroviaria notturna da Vallo della Lucania a Napoli in Café Express di Nanny Loy; Carlo Verdone ed Enrico Montesano sono due tutori dell’ordine presi in ostaggio da uno psicopatico ne I due carabinieri; il mitico allenatore nel pallone Oronzo Canà di Lino Banfi convince la stella Aristoteles a non partire più aggrappandosi al finestrino di un vagone; l’impacciato Sergio Benvenuti di Borotalco (ancora Verdone) confessa all’amico di essersi gettato nei pressi di Maccarese da un treno diretto a Parigi.

Paolo Villaggio, poi, ha realizzato alcune delle gag più riuscite di Fantozzi proprio su o vicino i binari: il ragioniere, per non gravare sul bilancio della Megaditta, al posto della comoda cabina opta per un biglietto “di seconda classe” nel secondo tragico capitolo della saga fantozziana. Per il viaggio di ritorno da Montecarlo in compagnia del Semenzara si arrangia invece con mezzi propri. Non ha più fortuna col cestino da viaggio acquistato durante il tragitto verso una località sciistica (perde, nell’ordine: 50 mila lire, uno scarpone da sci, la dignità e il posto in vagone letto).

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In questo viaggio sui binari del cinema italiano c’è chi aspetta l’arrivo del treno quasi fosse uno show TV (Renato Pozzetto ne Il ragazzo di campagna), chi viaggia senza biglietto (i simpatici perdenti di Febbre da cavallo oppure i romanisti in trasferta di Ultrà) e chi in stazione si reca solo ad augurare – si fa per dire – “buon viaggio” a chi è in partenza, regalandogli un energico buffetto: sono, ovviamente, i perfidi toscani di Amici Miei.

Infine c’è chi rispolvera in grande stile l’assalto al treno visto nei western a stelle e strisce: si tratta di Sydney Sibilia, che in Smetto Quando Voglio – Masterclass si diverte a far rincorrere un convoglio alla banda dei ricercatori capitanata dal Pietro Zinni di Edoardo Leo.

Emanuele Zambon

 

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