A un passo dalla galassia lontana lontana

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Uno dei film più attesi dell’anno, Gli Ultimi Jedi riporta in scena i giovani, protagonisti del nuovo corso narrativo della saga, oltre all’ultima apparizione in pellicola di Carrie Fisher, al cameo di Luke Skywalker e all’introduzione di personaggi misteriosi, e Empire Italia ha intervistato, in esclusiva per il nostro Paese, Laura Dern e Mark Hamill.

Testo Alessandro Scola

MARK HAMILL

Qual è stata la tua primissima reazione quando hai saputo che ti volevano ancora nel ruolo di Luke Skywalker?
Ero in stato di shock. Perché George Lucas ci aveva detto che non avrebbe fatto una terza trilogia. Mentre lavorava ai prequel sentenziò: “La cosa finisce qui, perché non voglio occuparmi ancora di questa cosa quando avrò 70 anni”. L’affermazione non ci fece effetto, perché non saremmo stati coinvolti nella terza trilogia, ci sarebbero stati tutti personaggi nuovi. Quindi commentai: “Fai bene a fare ciò che vuoi. Mi piacerebbe vederti continuare ma, se vuoi smettere, fai bene”. Quindi, quando mi ha cercato, sapevo che era in ballo qualcosa. Aveva chiamato Carrie Fisher e me, dicendomi che mia moglie poteva venire ma non mia figlia. Mia moglie ha commentato: “Scommetto che vuole fare un’altra trilogia,” e io mi sono messo a ridere, “Ha detto specificamente che non vuole farlo. Probabilmente ci chiederà di fare un documentario sul making of o qualcosa di promozionale”. Quindi, quando invece ci ha dato la notizia, ho mantenuto un’espressione imperturbabile ma ero sbalordito. Carrie ha risposto subito: “Ci sto!”. Io non riuscivo a elaborare la cosa. Ero davvero in shock, il cuore mi batteva forte e più tardi dissi a mia moglie: “Una parte di me è eccitata per la possibilità, ma un’altra è dubbiosa. Abbiamo un inizio, uno svolgimento e una fine, perché andare a rimetterci mano? Voglio dire: i fan sanno essere molto esigenti e le probabilità che riusciamo a fare centro di nuovo sono scarse”. Ma le sfide mi piacciono e ho pensato: “Che grande opportunità”. È stato come quando credevo di aver finito di doppiare il Joker e invece, anni dopo, mi hanno chiesto farlo di nuovo per il videogioco. Mi hanno chiesto di prestare la voce per Wing Commander, Star Citizen o The Flash. L’avevo fatto negli anni ‘90, mi hanno domandato: “Ti va di tornare a fare Trickster?”. La mia carriera ora è tutta una ripresa di vecchi ruoli [ride]. Quando hai vent’anni non pensi che farai le stesse cose a cinquanta. È un dono che io stia facendo ancora quello che amo dopo tutto questo tempo.

Sei sia un attore sia un doppiatore. Nella tua esperienza queste due attività hanno una qualche influenza reciproca?
Ci metti un po’ a capire le differenze tra questi due ruoli. Con l’animazione puoi essere più stravagante, puoi fare interpretazioni più istrioniche rispetto a quando hai la macchina da presa davanti alla faccia. Una delle cose che amo dell’animazione è che ti ritrovi a interpretare questi personaggi molto carichi e folli che non potresti interpretare nella realtà. Devi conferire una sorta di energia al personaggio che sia un po’ più enfatica rispetto a quello che faresti come attore di live action.

Ti senti sotto pressione nel riprendere il ruolo di Luke, o hai trovato un modo per conviverci?
Sento una forte pressione. L’ho detto anche a Rian Johson: “Sono terrorizzato”. E sai cosa mi ha risposto? “Lo sono anch’io”. Ho pensato che fosse un’ammissione straordinaria perché, anche se fosse vero, non era tenuto ad ammetterlo con me. L’ho trovato molto rassicurante, perché ho pensato: “Posso capire questa sensazione. Se io sono terrorizzato all’idea di ritornare e lui è spaventato a quella di scrivere e dirigere un film di Star Wars, questa sintonia me lo fa piacere ancora di più come professionista e persona”.

Durante il primo giorno sul set de Gli Ultimi Jedi, pensavi più a una cosa come: “Ok, ho già provato questa esperienza, so come funziona”, o ti sentivi anche un po’ insicuro?
Una combinazione delle due cose. Una volta che indossi il costume e ti guardi non sei più Mark, sei Luke. Ma quando ho visitato alcuni dei set, quando ho visto il set del Millennium Falcon, i dettagli erano esattamente gli stessi di allora, perfino l’odore. E non avrei mai pensato che potesse succedere ancora. Avevo un groppo in gola, non me l’aspettavo, perché era come se stessi facendo visita alla casa in cui vivevo da bambino, o qualcosa del genere. Non credevo che sarebbe stato mai possibile. Ma, tornando alla tua domanda, la pressione di tornare a qualcosa con cui la gente ha tanta familiarità e la possibilità di deluderli mi opprimeva. Ho recitato in una pellicola intitolata Brigsby Bear, un piccolo film con gente che vive in case ordinarie. Mentre in Star Wars tutto è così bigger than life. Se avessi pensato lucidamente a quello che stavo facendo sarei collassato, perché hai la macchina da presa incollata alla faccia, e tutti i media ne parleranno, e non è che dopo puoi tornare indietro, tutti lo vedranno. Allora ho detto a Rian: “Faccio finta di stare lavorando a un piccolo film d’autore che nessuno andrà a vedere. Altrimenti non ci riuscirei”.

A volte gli attori riprendono dei ruoli dopo tanti anni. Ti sei sentito ispirato da qualcuno di loro o hai lavorato per conto tuo sul tuo personaggio?
Tutto ciò che vedi in qualche modo ti influenza, tutte le persone che ammiri, ma alla fine sei da solo, devi realizzare il personaggio come lo vedi tu e fare del tuo meglio. Non puoi fare riferimento ad altri. La pressione è enorme per via di ciò che è stato in precedenza, ma sono in ottime mani. Rian è uno dei migliori registi con cui abbia lavorato. Gli devo tutto, nel senso che per la mia performance mi sono affidato a lui. Perché ogni volta che facevamo un take che mi piaceva, e lui magari diceva di rifarlo in un certo modo, o di non fare una determinata cosa, e la sua scelta andava contro il mio istinto. Poi però rifacevo la scena come la voleva lui. Alla fine ho capito che se è felice lui, lo sono anch’io. Quindi ho smesso di cercare di gratificare me stesso e ho cominciato a usare lui come guida.

Che cosa pensi dei blockbuster moderni? E questa sorta di ritorno a un tipo di cinema più orientato agli effetti speciali pratici invece che a quelli visivi realizzati in post-produzione?
Non saprei, alcuni di quei film sono così pieni di tecnologia che fai fatica a capire dove si trova la gente da un punto di vista fisico. In certi casi non sono in grado di processare una simile quantità di informazioni, sembrano montati in un frullatore, non c’è un’inquadratura che duri più di un secondo. Non riesci a percepire un senso di pericolo se non sai dove stanno esattamente tutti i personaggi. Queste tecniche moderne ti buttano tutto addosso e cercano di confonderti. Non fa per me. Ma io sono in minoranza, perché questi film godono di un’enorme popolarità. Spesso poi trovo che questi moderni blockbuster pieni di effetti speciali siano troppo lunghi. Dovrebbe stare tutto in due ore, non in due ore e venti.

Ti è capitato di incontrare Carrie Fisher sul set in questo film?
Ogni volta che ero ai Pinewood Studios. Ci andavo spesso, magari anche solo per allenarmi, anche se non dovevo girare. Se lei era al lavoro, io andavo alla sua roulotte. Era divertente: io la facevo ridere, lei faceva ridere me, giocavo un po’ con Gary, il suo cane… Eravamo talmente a nostro agio tra di noi, dopo tutti questi anni, che eravamo davvero come fratello e sorella per molti versi. Mi è sempre piaciuto stare con lei. Andavo a trovarla nella sua casa di Londra, e cose del genere. Era meravigliosa, ed è meravigliosa in questo film. So che non vorrebbe che fossimo tristi e infelici, perché lei era sempre allegra, amava una vita gioiosa, ma per me è difficile. Ancora adesso non penso a lei al passato, è ancora molto presente nella mia mente, nella mia anima e nel mio cuore, e non smetterò mai di sentire la sua mancanza. Ma credo che la gente adorerà il fatto di vederla ancora nel film, invece di essere arrabbiata – io sono arrabbiato, vorrei che fosse qui e che partecipasse anche a Episodio IX. Ma invece di essere arrabbiati perché lei non c’è più, dovremmo essere grati per il tempo che c’è stata. E quando comincio a sentirmi triste per me stesso, penso a cosa dovrebbe dire Billie Lourd [la figlia di Carrie Fisher, ndr.]. Lei ha perso sua madre, e il giorno dopo ha perso anche sua nonna. Da uscire pazzi. Sarà molto difficile per lei uscire e fare promozione al film e vederlo. Il mio cuore quindi si rivolge a lei e, poiché Carrie era la mia ‘gemella spaziale’, lei è una specie di nipote per me. Quindi le sono davvero affezionato, mi sta molto a cuore e voglio che stia bene. Sta andando alla grande, è in American Horror Story, quindi la sua carriera va molto bene, le auguro tutto il meglio.

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LAURA DERN

Hai lavorato in tanti film differenti. C’è stata una componente nuova, qualcosa che ti ha sorpreso in questa esperienza di Star Wars?
Tutto! Nonostante tutti i film cui ho preso parte è stata l’esperienza più insolita, perché quando avevo sette anni ho visto il primo film per la prima volta. Rimasi in fila a lungo, entrai nel Cinerama Dome, a Hollywood, e vidi Star Wars. E ora, quarant’anni dopo, lavoro su un personaggio, su un set, indosso il costume, parlo con gli attori, imparo le mie battute e il regista dice: “Azione!”. Ed è Star Wars! Non abbiamo forse tutti giocato con le spade laser nelle nostre camerette? È una cosa fantastica. È un tipo di esperienza che ti succede una sola volta nella vita, è davvero bello vedere tutto questo prendere vita.

Che cosa puoi dirci del tuo personaggio?
Molto poco [ride]. Si chiama Amilyn Holdo, vice ammiraglio della Resistenza, darà una scossa alla vicenda, ed è un personaggio molto bello [ride]. Adoro i suoi capelli, adoro il suo costume, quindi è molto divertente.

Qual era il tuo rapporto con la saga di Star Wars prima di esservi coinvolta come attrice?
Ho visto tutti i film, li ho adorati. Avevo un pupazzo di D-3BO nella mia stanza. Pensavo che fosse magico. Il mito, la mitologia. Combattere per la Forza, il fatto che la Forza sia dentro di te, era molto spirituale e mistico, amavo questa cosa. Ha significato molto per me mentre crescevo.

Hai ritrovato questo spirito ne Gli Ultimi Jedi?
Ciò che amo di questa trilogia, come dell’originale, è che è molto interessata al mito stesso della ricerca del cammino degli Jedi, la ricerca della Forza, che credo sia una cosa molto sentita per tutti noi. Penso che quando abbiamo visto i primi tre film ci sia venuta l’ossessione per quel sentimento. E credo che questi film davvero si colleghino a quel sentimento, a quell’idea.

Com’è stato lavorare con un regista come Rian Johnson? Credi che abbia portato qualcosa di diverso nella saga?
Credo proprio di sì. Adoro lavorare con Rian, è un grande regista. Mi è piaciuto molto il suo film Looper. È un filmmaker molto interessante. Ma non è il primo che ti verrebbe in mente per un film di Star Wars, cosa che è eccitante. Credo che lui ami i personaggi complessi, ama il tono del grigio, non è tutto bianco o nero. Penso che sia un regista interessante per questa storia.

Qual è la cosa che hai apprezzato di più nel suo modo di dirigere?
Il grande spazio dato all’improvvisazione. In un film di Star Wars ti aspetti un approccio più metodico, ma non era affatto così. È stata una cosa scatenata, divertente, facevamo le prove, mi trovavo a lavorare con attori incredibili. Sembrava di recitare in un film indipendente. Voglio dire, ci sono Oscar Isaac e Benicio Del Toro. È come una tribù di persone che amano creare un po’ di scompiglio. E lui amava tutto questo, voleva che il film fosse coraggioso. Anche Carrie Fisher e Mark Hamill hanno contribuito. Volevano essere diretti, intensi e divertenti. Daisy Ridley ha la stessa energia, e anche John Boyega. È come una famiglia di persone con la stessa mentalità, avevamo tutti un’energia simile.

Quindi il cast si è amalgamato molto bene?
Direi proprio di sì. Molti di noi non avevano mai recitato insieme, ma tutti insieme facciamo parte di questa cosa, è una grande esperienza. È molto bello.

Hai un personaggio preferito nella saga?
È come chiedere qual è il tuo componente preferito dei Beatles. Quando ero ragazzina era D-3BO, e anche C1-P8. Ma forse alla fine direi Yoda, su tutti quanti. E George è il mio preferito tra i Beatles, se ti interessa.

Hai menzionato Carrie Fisher, hai lavorato con lei durante le riprese?
Non posso dirti se abbiamo lavorato insieme, ma ho lavorato vicino a lei. Eravamo tutti insieme sul set.

Cosa puoi dirci in proposito?
Che bella esperienza conoscerla. Un onore e una cosa struggente. L’avevo conosciuta in precedenza, ma stare lì intorno, vederla mentre si muoveva nel mondo di Star Wars nei panni di questa icona femminile, una supereroina, è un grande tributo. Ha lasciato alla gente e alle ragazze, un’eredità che non sarà mai dimenticata, sia il suo personaggio sia la sua sincerità come donna. Era molto sincera su se stessa, una cosa molto rara e bella.

Ogni volta che esce un film di Star Wars c’è un alto livello di segretezza tutto intorno, come vivi questa cosa?
È dolorosa ma divertente [ride].

Ah, ed è più dolorosa o divertente?
Entrambe le cose allo stesso modo. È difficile, è successo anche con Twin Peaks, e non se ne poteva parlare: due casi insieme diventano un po’ un problema da gestire!

Secondo te qual è il segreto del continuo appeal della saga di Star Wars?
Il fatto che pone le domande più importanti. La questione della Forza. L’idea che la Forza sia dentro di noi e il fatto, così importante, di connettersi con essa. È una cosa molto mistica e potente. Credo che sia molto eccitante essere parte di questo tema, ancora e ancora.

Cosa pensano i tuoi figli del fatto che sei in un film di Star Wars?
Sono solo felici di poter vedere un mio film [ride]. Tanti altri non sono adatti a loro. Sono molto entusiasti di vedermi in questo film, e sono eccitati che si tratti proprio di Star Wars.

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