Benedetta Follia, intervista a Carlo Verdone

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È tornato di recente con la sua ultima fatica, Benedetta Follia, la storia di un uomo che possiede un negozio di articoli religiosi, specchio del suo stile di vita osservante e disciplinato. Ma un giorno la moglie lo pianta all’improvviso e il suo mondo crolla in pezzi. Per lo meno finché non irrompe nella sua vita Luna, la più improbabile candidata commessa che si possa immaginare. Lei lo trascina fuori dalla crisi e gli insegna a vivere fuori dagli schemi, in cerca di una nuova possibilità. Empire Italia ha intervistato Carlo Verdone, regista e protagonista del film, ecco quello che ci ha detto.

L’Italia di oggi ha bisogno di un po’ di benedetta follia?
(Ride) No, l’Italia nella quale viviamo ha bisogno di tutto tranne che di persone folli. Serve gente molto preparata, seria, forse anche anche un pochino severa.

Da dove arriva dunque il concetto che dà il titolo al suo nuovo film?
La benedetta follia di cui parlo è riferita soltanto al protagonista. Un uomo che entra in crisi profonda perchè lasciato dalla moglie, per giunta per un’altra donna, una mia lavorante. Si tratta di un uomo che era già entrato in un travaglio interiore, era ormai un tipo molto noioso, ingrigitosi lavorando per anni in un negozio di arte sacra dove è sempre stato costretto a mostrarsi zelante e servile con il clero e con i cardinali. Ecco, di quel giovane che vediamo in un filmato del 1992 e che aveva ben altre speranze – di viaggiare con la moto, di fare una vita più libera – non v’è più traccia. Con la morte del padre ha dovuto prendere in mano il negozio e mandarlo avanti. Si è sposato, ma è divenuto un uomo stanco dal lavoro, un lavoro che svolge bene ma che alla fine lo ha ridotto in solitudine.

Da qui l’incontro con una commessa improbabile interpretata da Ilenia Pastorelli…
Lei è una delle più grandi sorprese del mio cinema. Il suo personaggio può sembrare l’ultima persona al mondo adatta a quel tipo di lavoro – perchè viene dalla periferia, non parla una lingua straniera, è una bella ragazza ma si presenta senza un pizzico di quel rigore che la professione richiederebbe – eppure è l’unica in grado di risvegliarlo dal suo torpore.

Come ci riesce?
Lei riesce a mettere a nudo in lui punti deboli che lo fanno riflettere e che oramai non notava più. E alla fine questi due personaggi diventeranno degli amici, si aiuteranno a vicenda, addirittura condividendo i drammi che ognuno di loro si porta dietro nel proprio vissuto personale.

Come è stato lavorare con la Pastorelli, di cui ora tutti parlano?
La considero una delle sorprese più grandi per me. Ilenia non è soltanto una ragazza dotata di un modo di fare divertente, non brilla soltanto per il mondo da cui viene, è una ragazza piena di anima. Molto intelligente e sensibile. Inoltre è perfetta con i tempi recitativi, ha un talento naturale. Non ha frequentato scuole di recitazione e questa è una fortuna, le ha permesso di rimanere se stessa. Ha un dono, l’arte di nascondere l’arte, e non puoi sapere se magari si è costruita questa abilità leggendo il copione o se è qualcosa di completamente naturale. Ma è talmente genuina che una grossa parte di verità di questo film appartiene proprio a lei. Francamente non potevo scegliere un personaggio migliore.

La considera una sua nuova musa?
Dico solo che vedrete quello che uscirà da Ilenia Pastorelli in questo film.

Una cosa è certa: il suo exploit in Lo Chiamavano Jeeg Robot l’ha resa un personaggio fortissimo, quasi fumettistico.
Nel film l’ho perfino chiamata Luna, gliel’ho trovato io il nome, effettivamente molto da fumetto. D’altra parte Benedetta Follia l’ho scritto insieme con i due sceneggiatori di Jeeg Robot, Nicola Guaglianone e Menotti. Il fatto di averli accanto mi ha dato una spinta, mi ha convinto a intraprendere un sentiero con una marcia diversa, azzardando un po’ di più. Questo è un film molto diverso dagli ultimi che ho fatto.

Possiamo aspettarci dunque di vedere la Pastorelli in altri film con lei? È la nascita di un sodalizio?
Chi lo sa, è presto per dirlo, ora Ilenia ha delle richieste incredibili, una anche all’estero. Facciamo passare del tempo, non è escluso che possa rifare qualcosa con lei, mi piacerebbe, magari la ritroverò in maniera diversa. Io ho delle buone sensazioni, innanzitutto la coscienza a posto per aver fatto una commedia che considero bella, seria, e che lascerà nel pubblico una bella sensazione. Ne abbiamo bisogno in un momento come questo…

Cosa rende Benedetta Follia un film diverso dagli altri che ha fatto?
Benedetta Follia è un film che secondo me mescola perfettamente una parte molto divertente – quella che emerge già nel trailer – con una parte poetica e molto affettuosa, pregna di amore. Quest’ultima non siamo riusciti a inserirla nel trailer ma il film lo considero una delle mie migliori opere degli ultimi anni. Non è una commedia dove si ride e basta, è un film ricco di messaggi. Si tratta di una pellicola che è l’urlo disperato di un uomo ma anche di un intero gruppo di persone, a partire proprio da Ilenia.

Cosa cercano queste persone?
La cosa più difficile da trovare oggi: l’amore. Perchè gli uomini sono inadeguati, non c’è nulla da fare. Questi incontri online nei quali si cimentano, incontri che si svolgono spesso al buio, presentano sorprese che a volte sono pure estreme, addirittura pericolose. Uno si riduce a usare un’applicazione per cercare l’anima gemella e allora vuol dire che sta vivendo un momento di estrema solitudine. Proprio la condizione che che stiamo vivendo noi oggi.

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In Benedetta Follia è circondato da donne come Fellini in 8 e ½. Si tratta di un omaggio volontario?
No, Fellini era molto lirico in 8½ e in Giulietta Degli Spiriti. Io sono circondato dalla follia delle donne incontrate nelle applicazioni in rete. È una follia tipica della realtà molto virtuale di oggi, però è così. Stiamo vivendo in un momento di grande follia e instabilità.

Cosa ci racconta di Maria Pia Calzone, la mitica Donna Imma di Gomorra, anche questa una new entry nel suo film?
È un personaggio meraviglioso, quando l’ho conosciuta meglio l’ho trovata una persona di una dolcezza infinita e le ho fatto ancora di più i complimenti. Le ho detto “Sei stata così brava a fare la perfida quando nella vita sei una persona così dolce, così delicata, anche con la tua fragilità”… e lei è stata molto carina. In questo film devo dire che ho avuto un bellissimo rapporto con tutte le mie donne, sono state tutte meravigliose.

Molte, per giunta alla loro prima prova attoriale…
Ci sono attrici “inedite” come Francesca Manzini ed Elisa Di Eusanio che qui esordiscono su un set vero e proprio e sono un po’ la mia scommessa. Io faccio gli auguri a tutte, sono state davvero strepitose.

Un film, il suo, che parla a più di una generazione…
Spero proprio di sì, me l’auguro, ho cercato di creare un film trasversale e spero di esserci riuscito, è un film in cui penso si riconosceranno in molti, dovrebbe comunicare una certa emozione. Io se devo girare commedie in cui si ride e basta preferisco di no, lascerei subito questo lavoro. Per me deve esserci qualcosa di poetico, qualcosa che si spinge più in là della della risata, oppure non ha nessun valore.

Verdone continua ad essere il formidabile pedinatore dei costumi degli italiani?
Diciamo che se prima mi concentravo più sui dettagli ora vado più su dei temi, quelli che vediamo sui giornali e vediamo rappresentati per strada dalla gente, negli approfondimenti televisivi. Siamo in un’era completamente diversa, è tutto cambiato, sembrano passati cento anni dal 1980, è tutta un’altra cosa. E purtroppo oggi c’è anche tanta solitudine, in questo i personaggi diventano più nevrotici, più estremi.

Il suo rapporto con la femminilità è cambiato?
Sono le donne che sono cambiate, è cambiata la società. Io devo tenere gli occhi aperti su tante debolezze, su tante fragilità che ci hanno fatto diventare qualcosa di diverso. Sono cambiati dei codici, bisogna stare attenti alla società che evolve.

Come mai le donne sono “mutate”?
Stanno soffrendo l’ira di Dio perchè l’uomo non è più in grado di offrire un punto di riferimento solido nella loro vita. Il vero disastro della coppia è il maschio, oggi non ci sono più uomini con gli attributi, gli uomini di oggi decidono di non decidere. Le donne avrebbero molto più coraggio nel tentare, nel provare, l’uomo no, è più difficile, ormai sono rimasti in grande minoranza. C’è un’età molto fragile, quella dei trentenni, che ormai non decidono più di fare il passo di unirsi alla donna, hanno paura, un po’ la portano là ma poi si ritirano, poi tornano dalla madre, poi tornano a casa. Non c’è più questa capacità di prendersi delle responsabilità. È un problema esclusivamente italiano, sicuro.

Lei ha dichiarato di voler raccontare, in un suo prossimo progetto, il mondo della malattia. Ce ne parla?
È una grande scommessa, però mi piacerebbe molto perché è un mondo da scoprire, in parte dolorosamente autobiografico. Per anni ho frequentato diverse famiglie del mio quartiere, ai tempi si era sparsa la voce che vivevo lì. È cominciato quando qualcuno mi ha chiesto di salutare un fratello che era molto malato e aveva davanti solo pochi giorni di vita. Quella persona aveva chiesto di poter vedere dei film che avevo fatto, poi altri si sono passati la voce… “Ah ma allora c’è pure mia sorella…” tutt’a un tratto incontravo persone – molte delle quali purtroppo non ci sono più, ma che mi hanno arricchito tanto. Erano quasi tutti malati terminali e per me è stato uno shock, ma spesso quando uscivo da questi appartamenti mi rendevo conto che era come se avessi portato un ansiolitico, un antidepressivo. E anche quando ne uscivo un po’ più intristito pensavo “allora il mio lavoro serve a qualcosa”.

C’è qualche regista che considera un suo punto di riferimento nella sua evoluzione artistica?
Come spettatore ho ammirato tanto il primo Fellini in bianco e nero. Suoi film come I Vitelloni, Lo Sceicco Bianco, Il Bidone, La Dolce vita… sono sempre stato molto attratto dai cartatteri secondari di Fellini, a parte la storia lui amava così tanto i suoi generici, le sue comparse, i suoi attori secondari. Trovo sempre molto eccitante vedere come in ogni suo film riuscisse a regalare un’inquadratura anche all’ultimo dei generici, che sapeva sempre come truccare, come mettere e posizionare. Indovinava subito il DNA di quella tipologia, era fantastico. Sia lui, sia Pietro Germi sono quelli che mi hanno influenzato dal punto di vista della regia, come messa in scena erano i migliori. Anche se Fellini non possiamo considerarlo un regista di commedie, ma Pietro Germi sì, ha fatto film drammatici ma anche commedie, da Signore e Signori a Sedotta e Abbandonata, passando per Divorzio all’Italiana. È stato immenso.

Parlando di Roma, questo è il primo film in cui lei si sposta nel centro della capitale. È una casualità?
Sì, perchè il mio personaggio lavora in un negozio specializzato in indumenti sacri. Tutte quelle attività si trovano al centro di Roma, vicino al Pantheon. È la Roma classica, elegante, ma la necessità era puramente narrativa.

E cosa ne pensa della Roma di oggi?
Beh, è una città molto buia, poco illuminata, con dei problemi di manutenzione molto gravi. A me piange un po’ il cuore, spero sempre che si diano una mossa, ma certamente questa città non potrà andare avanti così. Io però in questo film ho cercato di rappresentarla nel migliore dei modi, l’ho fatta diventare bella. Benedetta Follia è un atto d’amore verso la città, ma so anche che la fotografia fatta in un certo modo è una cosa, la realtà è un’altra. Ma Roma meritava di essere accarezzata, e io penso di averlo fatto con il mio film. Ogni giorno non facciamo che parlare male di Roma, e giustamente, parliamo male di chi l’ha ridotta così e ci metto anche i cittadini, che sono maleducati forti. Lo sono i politici ma anche i cittadini ci mettono del loro, non hanno avuto buoni insegnamenti, e quando gli insegnamenti sono cattivi, i cittadini diventano pessimi.

È appena ricorso il trentacinquesimo anniversario di Borotalco. Cosa la rende orgoglioso di questo film ancora oggi?
È un film che sprizzava energia positiva, un’energia incredibile che mi sentivo dentro. È stato anche un film molto pericoloso e delicato. Si trattò del primo in cui interpretavo un personaggio “unico”. Lasciavo tanti personaggi che mi avevano portato popolarità e per la prima dovevo presentarmi davanti al pubblico con un personaggio unico, dovevo rappresentare soltanto me stesso e non avevo nessuna sicurezza nel sapere se la gente mi avrebbe accettato con la mia faccia, senza trucchi, senza una gestualità particolare, senza fare il coatto, il fricchettone, l’imbranato.

Un vero e proprio salto nel vuoto.
Non lo sapevo, ma ho dato tutto me stesso e tutta la mia energia. In quel film c’è tutta l’energia di quegli anni – gli anni ’80 – che sono stati anni verso la fine anche un po’ travagliati. Però alla fine quel film ha rappresentato un surrogato dei bellissimi anni ’60, specialmente la prima parte. È un film molto colorato, pieno di musica, un film pieno di mitomania veniale, non grave. Quelli sono ragazzi che ancora sognano, che non si fanno d’eroina. C’è ancora la voglia di parlare, di condividere, è un film ottimista; certo c’è un po’ di malinconia come in tutte le mie pellicole, ma è una dolce malinconia. È un bel fumetto, ecco perchè il titolo Borotalco: fa pensare a nuvola di fumo, delicata e profumata.

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