Dan Slott su Distretto 9 (2009)

Dan Slott su Distretto 9 (2009)

Dan Slott, fumettista e autore della collana The Amazing Spider-Man, al suo primo appuntamento con DISTRETTO 9.

È stato difficile trovare un film nella lista del Club Primo Ciak che non avessi già visto. La mia intera vita è dedicata ai film, in particolare a quelli di fantascienza – e più sono fuori di testa meglio è. Tuttavia Distretto 9 era un classico cult che per qualche motivo mi ero lasciato sfuggire. Anticipato da un forte scalpore e con il sigillo di approvazione di Peter Jackson nei panni di produttore, era una scelta scontata. Devo dire che, fin dalle prime battute, ero totalmente preso. La messinscena è eccezionale. Un’astronave madre aliena rimane sospesa nel cielo sopra Johannesburg per circa vent’anni. Il suo equipaggio, composto da alieni simili a insetti, viene dislocato in superficie dentro dei fatiscenti insediamenti per rifugiati. Ora loro rappresentano la nuova classe degli immigrati di cui ogni altro abitante del Sudafrica è stufo, motivo per cui una società privata viene ingaggiata per sfrattarli tutti quanti verso un campo di internamento più lontano, togliendoli così di mezzo. Insomma, il materiale presente è molto valido. Qualunque cosa, dal classico Star Trek al contemporaneo Black Mirror, ha usato la fantascienza per affrontare temi scottanti attraverso il filtro della fantasia. Nel mondo di oggi siamo costantemente perseguitati dal timore degli immigrati clandestini, ai quali dobbiamo far fronte nell’interesse di un qualche programma di aiuti o altro. Circa trent’anni fa, il film Alien Nation e la relativa serie tv ci mostrarono un mondo in cui gli “alieni illegali” venivano integrati nella nostra cultura. Oggi, invece, un film di fantascienza dell’era post 11 settembre ci offre un punto di vista più severo e meno tollerante verso i rifugiati alieni.

Quello che mi è piaciuto di più di Distretto 9 è stata la costruzione del mondo che fa da teatro alla storia. Gli alieni insettiformi (chiamati con disprezzo ‘gamberoni’) frugano nell’immondizia, amano il cibo per gatti e sono completamente respinti da ogni ceto sociale, ad eccezione dei rifugiati terrestri (i Nigeriani), i quali cercano di approfittarsi totalmente di loro. Ogni cosa a livello di messinscena è straordinario: dal look degli alieni alla loro tecnologia, a come si rapportano con la nostra società umana e noi con loro. Ma a parte questo, tutto quanto a mio avviso va a rotoli per due ragioni. La prima riguarda le scelte effettuate dal regista Neil Blomkamp su come raccontare la sua storia. A tal riguardo, infatti, hanno deciso di usare la tecnica del found-footage: notiziari, telecamere da cruscotto, video di sorveglianza, interviste faccia a faccia in stile The Office, e così via. E va benissimo, per carità. Ma in quanto narratore, nel momento in cui prendi questo tipo di decisione, devi tenerle fede e seguirla fino in fondo. Ricordo che una volta c’era un meteorologo, Willard Scott, che portava un parrucchino di lunedì, poi si presentava calvo di martedì, e tornava a mettersi il parrucchino mercoledì. E come spettatore questa cosa ti distraeva totalmente dalle previsioni del tempo. Ecco: guardare Distretto 9 mi ha fatto sentire così.

Non puoi usare nient’altro che found footage per il primo quarto del film, poi passare repentinamente qua e là a una serie di sequenze normali, dopodiché tornare al found footage. E capisco perché Blomkamp abbia fatto così. C’erano passaggi e momenti che a rigor di logica non potevano essere filmati diversamente; bisognava vederli perché la storia funzionasse. Se quella è la direzione che intendi prendere, dovresti stabilirlo fin dall’inizio e levarti quel parrucchino il prima possibile. Diamine, praticamente a metà film questi hanno preso il found footage e l’hanno buttato fuori dalla finestra. L’altro aspetto che a mio parere non funziona sono le traiettorie prese dai personaggi. Ciascuno di loro non fa altro che comportarsi più o meno nello stesso modo per tutto il film. Nonostante infatti le grandi rivelazioni e gli sviluppi della trama, tutti quanti rimangono tali e quali, senza attraversare alcun tipo di cambiamento profondo e sorprendente. Ognuno conserva i propri obiettivi e la propria visione del mondo, rimanendo fin troppo fedele a se stesso in una maniera alquanto scontata. Attenti, spoiler in arrivo. Il primo vero colpo di scena del primo atto giunge quando il nostro protagonista Wikus (Sharlto Copley), una specie di galoppino della compagnia incaricato del ricollocamento dei rifugiati, rimane esposto a un fluido alieno che inizia gradualmente a trasformarlo – udite udite! – in un alieno. Non mi sto affatto prendendo gioco di queste premesse, c’è dietro tutta una storia che vale la pena seguire. Sembra quasi di assistere a un mito. Ma la cosa buffa, almeno fino agli ultimi dieci minuti, è che lui non cambia – non interiormente.

Ci sono storie come Sulle Ali dell’Arcobaleno, in cui il piacere consiste nel vedere qualcuno che rinuncia alla propria intolleranza e ai propri ideali bigotti, guadagnandosi la nostra stima e simpatia. L’unica cosa che invece interessa veramente a Wikus è liberarsi della sua ‘maledizione’; motivo per cui la sua storia non è molto interessante da seguire, perché questi momenti di comprensione e presa di coscienza gli sfuggono per quasi l’intera durata del film. Nella vita reale, purtroppo, il nostro mondo è privo di logica e le persone non cambiano. La cosa strana è che, quando entriamo nel regno della finzione, quello che chiediamo – ossia ciò che come pubblico desideriamo e di cui abbiamo bisogno – è un mondo fantastico che possieda le proprie regole e una propria logica, e che le rispetti. E che sia un luogo in cui i personaggi che ci stanno a cuore sono quelli che sperimentano dei cambiamenti profondi.

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