Dove cadono le ombre: intervista all’attrice protagonista Federica Rosellini

Dove cadono le ombre: intervista all’attrice protagonista Federica Rosellini

Tra le tante storie dimenticate che affollano le tragiche pieghe del Novecento, una delle più orribili e devastanti è senza dubbio la persecuzione del popolo Jenisch, la terza e maggiore etnia nomade del Vecchio Continente subito dopo Rom e Sinti. Gli Jenisch – che oggi vivono principalmente in paesi europei come Germania, Svizzera, Francia, Austria, Spagna e Italia – parlano la propria lingua e si considerano eredi delle antiche popolazioni celtiche. Non a caso, sono stati storicamente soprannominati “zingari bianchi” proprio per il loro aspetto che, tradendone loro derivazione germanica, li differenzia profondamente da quello delle altre popolazioni rom nelle quali si riconosce invece netta l’influenza indiana. La Svizzera è l’unico paese a riconoscerli come minoranza nazionale mediante un’apposita Convenzione, ma soltanto a partire dal 1998. Il loro aspetto più “caucasico” non è però purtroppo riuscito a salvarli dalle persecuzioni alle quali vennero sottoposti tra il 1926 e il 1928 proprio nel paese elvetico. È infatti in quel periodo che, sull’onda dei piani di eugenetica caldeggiati dall’emergente pensiero nazista che presto diventerà uno tsunami ideologico capace di travolgere l’intera Europa, una fondazione assistenziale denominata Pro Juventute, finanziata direttamente da ricchi esponenti della società svizzera, si arroga il compito di fare qualcosa per sradicare i comportamenti e i costumi del popolo Jenisch. A partire dalla loro propensione al nomadismo. L’associazione comincia perciò sistematicamente a sottrarre oltre duemila bambini alle loro famiglie Jenisch per ricoverarli in ospedali psichiatrici dove verranno appositamente “rieducati”. I loro genitori saranno invece sterilizzati.

Il destino dei piccoli è naturalmente il più atroce: molti subiscono infatti elettroshock e vengono perfino abusati sessualmente. Quelle storie, quegli orrori, quelle 700 vittime di violenze, sono ancora oggi una ferita aperta nella coscienza civile di un paese apparentemente “civilissimo” come la Svizzera, hanno ispirato un film italiano presentato lo scorso settembre all’ultimo Festival di Venezia: Dove cadono le ombre di Valentina Pedicini, prodotto da Fandango assieme a Rai Cinema. Abbiamo intervistato l’attrice protagonista Federica Rosellini che interpreta Anna, infermiera in una clinica per anziani dove è ricoverata una sopravvissuta di quegli anni di terrore (il personaggio è ispirato a Mariella Mehr, poetessa Jenisch sopravvissuta al programma eugenetico messo in campo dalla Pro Juventute e testimone delle persecuzioni ai danni del suo popolo). Diplomatasi al Piccolo Teatro di Milano sotto la direzione di Luca Ronconi, Federica Rosellini ha vinto vari premi calcando le assi del palcoscenico, tra cui il Premio Ubu Under 35. E per il suo ruolo di protagonista in Dove cadono le ombre, ha ricevuto al Festival di Venezia Nuovo Imaie Talent Award che viene assegnato ai nuovi talenti e agli attori rivelazione del momento.

Federica, come è nata la tua partecipazione al film in qualità di protagonista?

Valentina mi ha vista a teatro, quattro anni fa, le ero molto piaciuta e così quando stava cercando la sua protagonista ha pensato a me e mi ha fatto il provino assieme a molte altre ragazze. L’audizione è andata bene, è stata una vera sorpresa per me poichè in passato avevo già fatto diversi provini per il cinema ma mi veniva sempre detto che ero troppo da cinema nordeuropeo, troppo Lars Von Trier, troppo Bergman… (ride) ormai cominciavo a convincermi di essere nel paese sbagliato!

E poi cosa è successo?

Sono stata fortunatissima perchè Valentina ha trovato proprio in quello un punto di forza…

E così ti sei calata in questo ruolo da protagonista. Quanto è stato difficile, visto il tema trattato e l’importanza di una tale vicenda?

Devo dire che prima di allora non sapevo nulla della vicenda. Perciò la prima prima cosa che ho fatto è stata leggere tutta l’opera di Mariella Mehr, l’autrice e poetessa Jenisch alla cui figura e ai cui testi è liberamente ispirata la sceneggiatura del film. Ho potuto visionare tutto il materiale video dell’intervista che Valentina ha fatto a Mariella, il loro è un rapporto che va avanti da molti anni e Valentina stava pensando, prima di fare questo film, di realizzare un documentario su di lei. C’è stato poi un lungo lavoro sullo script assieme alla co-sceneggiatrice Francesca Manieri, con cui abbiamo approfondito a lungo l’arco narrativo del personaggio, e con Valentina. Il mio personaggio, Anna, è molto silenzioso e taciturno, soprattutto nella prima parte del film, perciò ci sembrava importante delineare una precisione millimetrica nei suoi gesti. Perchè Anna si è creata una vera e propria armatura di gesti quotidiani, per proteggersi.

Come hai approcciato la psicologia del tuo personaggio?

Per un mese ho lavorato in una casa di riposo per anziani in modo da impratichirmi con le mansioni e imparare – per così dire – a “manovrare” i corpi delle persone anziane, a interagire con loro. Lì ho continuato il mio lavoro con Valentina per andare a fondo tra le pieghe psicologiche del personaggio, per farlo venire alla luce. Anna nello script ha dei lati molto aspri, e secondo me è uno dei personaggi più belli che si possano scrivere, specialmente per un’attrice giovane. E noi abbiamo lavorato per cercare la tenerezza in questo personaggio che gradualmente si apre, che in modo lento e progressivo lascia trapelare qualcosa di sè e della propria fragilità.

Quali sfide hai incontrato nel portare in scena Anna?

Il film racconta l’elaborazione di un lutto privato che in realtà è l’elaborazione di un lutto pubblico. Questa è stata di per sè una grossa sfida, e partire dal privato è stato un elemento utile a farmi immedesimare, a facilitarmi un’introspezione nel personaggio. È stato anche molto doloroso, naturalmente, poichè sentivo su di me il peso di portare una testimonianza così tragica e drammatica. In questo, portata per mano da Valentina, mi sono sforzata di essere sempre emotivamente onesta, di aprire in primo luogo quelle che erano le mie ferite, le mie cicatrici e di fronteggiare i miei fantasmi. È stato un percorso necessario per portare Anna e il suo personaggio a compiere il suo percorso di liberazione interiore.

Il film è stato girato nei luoghi reali di quei fatti?

La pellicola è stata girata interamente a Roma, dove è stato ricostruito l’istituto, mentre alcune scene esterne sono state filmate in Umbria. Il lavoro di regia, scenografia, costumi e fotografia è stato enorme ed è servito a riportare in vita quel mondo, la Svizzera del 1926.

Ci sono reazioni del pubblico che ti hanno colpito particolarmente?

Gli spettatori rimangono sempre segnati dalla vicenda, e sorpresissimi che non se ne sappia quasi niente. Le reazioni più belle le ho osservate al Festival di Annecy, in Francia, dove il film ha vinto il Premio del Pubblico. In quell’occasione, assieme a Valentina abbiamo presentato il film con un Q&A, una sessione di domande e risposte aperte agli spettatori. A volte è difficile e complesso confrontarsi con la platea, ma in quell’occasione si è creato un vero dialogo ed è emersa tutta la loro sorpresa per il fatto che non si sa nulla della vicenda, e che in qualche modo la Svizzera stessa ignori questi fatti. Ci sono ancora diverse questioni aperte, resta il fatto che la maggior parte opinione pubblica ignora cosa accadde.

Sei a conoscenza di reazioni da parte dell’opinione pubblica elvetica?

Valentina dice sempre che nel paese il film ha incontrato lo stesso atteggiamento che per anni è stato riservato all’opera di Mariella: il silenzio…

Sai se sarà mai proiettato in Svizzera?

Al momento che io sappia no…

Servizio fotografico di scena per film “La Bambina”
© Carlo Baroncini Photography

Secondo te il cinema, e in particolare questo cinema, ha una funzione sociale e politica?

So per certo che nelle intenzioni di Valentina lo ha. Lei è una grande documentarista, è stata premiata al Film Festival di Roma con Dal Profondo, un documentario sulle dure condizioni di vita nella miniera di Nuraxi Figus. Il suo passaggio dal documentario alla finzione su un tema di questo tipo – quello del popolo Jenisch – è stato legato proprio all’idea che il meccanismo narrativo della finzione potesse portare ad un pubblico più esteso una vicenda come questa. Sicuramente, il cinema può avere anche questa funzione.

E poi è arrivato questo premio a Venezia…

Non me lo aspettavo, ed è stata un’emozione grandissima: era Venezia, era il mio primo film, il mio debutto al cinema, e non avrei mai pensato di ricevere un premio così. Ma la soddisfazione più grande è che questo premio sia arrivato per quest’opera, alla quale ho creduto e credo così tanto.

Pensi che un altro film ti avrebbe permesso di portare sul set una tale intensità e di vincere un tale premio?

Sono stata aiutata da tante cose, da un personaggio scritto meravigliosamente, da una regia che mi ha permesso di spalancare mondi e di guardarmi dentro. Devo anche ringraziare tutti quelli che hanno lavorato sul set, un team davvero sbalorditivo.

Secondo te da una storia così potrebbe nascere una miniserie o il formato film è il modo migliore per raccontarla?

Oggigiorno le serie sono spesso pensate per incoraggiare il fenomeno del bingewatch, mentre questo film richiede un certo tempo per essere fruito. Ti richiede di fermarti. Mentre le serie le divori, Dove cadono le ombre ti impone di fermarti per un’ora e quaranta e confrontarti con una storia tragica e autentica. Penso quindi sia stata la scelta migliore.

Matteo Guizzardi

 

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

*