Made in Italy: l’incontro con Luciano Ligabue, Stefano Accorsi e Kasia Smutniak

Made in Italy

Nella cornice del cinema Adriano di Roma, abbiamo avuto modo di assistere alla conferenza stampa di Made in Italy, in cui erano presenti il regista Luciano Ligabue, i protagonisti Stefano Accorsi e Kasia Smutniak, il produttore Domenico Procacci, e il resto del cast del film da Fausto Maria Sciarappa a Walter Leonardi. I protagonisti hanno risposto con passione alle domande sul film, che arriverà in sala giovedì 25 gennaio, con distribuzione Medusa Film.

La prima domanda è per Luciano Ligabue e riguarda il concetto di cambiamento che è presente all’interno del suo film e della vita del personaggio interpretato da Stefano Accorsi, Riko: “Siamo tutti consapevoli che il cambiamento fa paura, anche per perché pensiamo che il cambiamento non porti cose positive. Ma il cambiamento fa parte della nostra vita, cambia il nostro modo di guardare le cose. E’ come noi reagiamo agli eventi che produce la nostra realtà. L’inquietudine di Riko gli fa andare tutto stretto, ha bisogno di cambiare, di cambiare lo sguardo.”

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Made in Italy: una dichiarazione d’amore verso l’Italia attraverso gli occhi di un’uomo semplice

La domanda successiva è sempre per il regista che chiede se Made in Italy era già un film prima di cominciare la sceneggiatura. Ligabue afferma: “Made in italy nasce come un progetto balordo, perché è anacronistico fare un concept album negli anni 2000. Sono consapevole di come si ascolti la musica oggi, quindi il fatto di fare un concept album è ai limiti della presunzione in tempi come questi. Fare film per me è un mestiere difficilissimo. Sul palco è tutto un fluire di emozioni, fare film invece è un po’ come progettarle le emozioni, perché devi fare in modo che pezzettini di pochi secondi riescano a produrre qualcosa che tu vorresti fosse di cuore. Io mi sono riavvicinato alla regia perché non avevo più la scusa di non avere più storie. Stavolta la storia ce l’avevo.”

Ligabue inoltre, alla domanda che gli chiede come egli veda l’Italia oggi, risponde affermando: “L’Italia la vedo in una fase di incertezza importante. Ma non è tanto come la vedo io, ma il sentimento che continuo a provare. Ho cominciato a raccontare del mio sentimento verso questo paese dieci anni fa con Buonanotte all’Italia, l’intenzione è stata sempre quella di raccontare il mio amore per questo paese, nonostante la frustrazione per i suoi tanti difetti che non vediamo risolti. Volevo raccontare questa frustrazione attraverso gli occhi di un’uomo con meno privilegi di me.”

Kasia Smutniak: mi sono ispirata alla forza delle donne

Il regista continua dichiarando: “Riko è una persona normale, che ha un rapporto molto forte con le proprie radici e con il proprio paese. Ormai nessun italiano fa le vacanze a Roma e nessun italiano fa la luna di miele in Italia. Siamo assuefatti dalla sua bellezza e rassegnati al suo malfunzionamento. Questo, secondo me, è un film sentimentale. Mi interessava raccontare gli stati d’animo di un gruppo di persone per bene, che come tali hanno poca voce in capitolo e non vengono meno raccontati, perché meno interessanti dal punto di vista drammaturgico”.

“Ho tanti amici di vecchia data che sono brave persone che spesso dicono che essere bravi in questo paese non paga. Il personaggio di Sara nel disco è appena citata, ma man mano che la scrivevo le volevo bene. Volevo bene alla sua forza e alla sua coerenza e alla sua capacità di sbagliare tanto. Sara quando fa una cazzata la fa veramente grossa. Pur tenendo fermo il suo attaccamento alla famiglia, lei reclama la sua vita. Sono perdutamente innamorato di Sara Smutniak.”

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Stefano Accorsi: Luciano riesce sempre a vedere la verità, in questo film c’è tanta verità

Kasia Smutniak afferma circa la sua interpretazione: “Sara è stato un personaggio molto importante per me. E’ stato difficile affrontarla, mi sono ispirata alla forza delle donne. Lei è una coerente, con piedi per terra e che sa quello che vuole. La vita ti può portare a perderti per un attimo, ma lei anche nei momenti difficili prende decisioni importanti. Interpretarlo non è stato facile, e quello che mi ha aiutato è stato il mondo di Luciano, che mi era particolarmente chiaro.”

Stefano Accorsi intercede discutendo del suo personaggio, dichiarando: Riko è un uomo che sta in questa sua vita, che ha vissuto anni diversi in questo paese. Questo film racconta una grande storia d’amore, ma racconta anche la vita. Noi vediamo un uomo che affronta un momento difficile e che probabilmente se ne vorrebbe anche andare. La frase del suo amico, Carnevale, che gli dice cambia te invece di aspettare il cambiamento, lo fa profondamente riflettere. E ciò che si vede è il suo modo di cambiare il punto di vista verso la vita, che gli è andata bene per tanto, ma adesso ha bisogno di nuova linfa.”

“Trovo molto raro mettere in scena questo tipo di persone, perché di solito si trovano personaggi cattivi o comunque in situazioni straordinarie. Luciano riesce sempre a vedere la verità, in questo film c’è tanta verità. Luciano l’ho trovato in grande forma, è un privilegio lavorare con un regista che per 18 anni non ha fatto film, perché si vede che questa è una storia che è maturata dentro di lui per molto tempo. Hai a che fare con un regista che racconta la sua vita.”

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Ligabue: mi interessava raccontare gli stati d’animo di persone che hanno poca voce in capitolo

Al regista viene poi rivolta una domanda sul finale del film, che chiede se è da leggersi come una sconfitta o come un cambiamento. Ligabue risponde: “Credo che debba essere lasciato all’interpretazione dello spettatore, non è netto apposta. Si parla di cambiamento in modo diverso da come siamo abituati.”

Infine il regista si sofferma parlando di Made in Italy e di come tutto è nato, affermando: “Tutto questo progetto nasce da un seme, che è una canzone si chiama Non ho che te. Quella canzone è la storia di una persona che perde il proprio posto di lavoro ed essendo una persona di mezza età fa fatica a trovarne un altro. Quella storia ha poi generato il film, ed è un‘analisi di come una persona quando perde il proprio lavoro perde anche un proprio senso di identità, come si diventa fragili e come si debbano riempire le giornate.”

“Con Radiofreccia mettevo moltissimo la macchina a picco, per schiacciare i personaggi al suolo e ricordare che eravamo a Correggio, negli anni ’70. Altre volte ancora mettevo la macchina a terra per fare sentire la specificità. L’aggettivo più usato per raccontare Radiofreccia è ritratto generazionale. Io continuo a essere più interessato a raccontare lo specifico e non una storia valida per tutti, ma se altri si riconoscono vuol dire che ha funzionato.”

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