Hugh Jackman e Michael Gracey presentano Show Business

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La storia di come una superstar di Hollywood e un regista al debutto abbiano unito le forze per creare il nuovo originale musical The Greatest Showman.

Testo Terri White

The Greatest Showman e la sua stessa esistenza – il momento preciso in cui è stato concepito – si fondano su una (quasi) innocente bugia. Una bugia innocua, ma pur sempre una bugia. Un’omissione di un piccolo dettaglio, per usare un eufemismo. Probabilmente è la mezza bugia più provvidenziale nella vita del regista Michael Gracey. È giugno del 2017 e lui si confessa a Empire nel ristorante di un hotel di Londra, davanti a un piatto di uova sode e un frullato alla banana. Ci riporta con la mente al 2010; agli attimi cruciali prima che Gracey, allora un regista pubblicitario e di video musicali, ottenesse il lavoro che gli avrebbe cambiato la vita. Il lavoro: una pubblicità per il Lipton Ice Tea. Il protagonista: Hugh Jackman. “Ce la battevamo io e un regista francese, – ricorda Gracey – scelsero me pensando che conoscessi Hugh Jackman, ovviamente. Perché sono australiano”. Pausa. Distoglie lo sguardo. “E, insomma, non li ho mai corretti su quel punto”. Il problema piuttosto evidente di lasciar credere a quelli con i soldi che conosci di persona la superstar hollywoodiana Hugh Jackman è che, ovviamente, poi arriva inesorabilmente il momento di incontrare la suddetta stella del firmamento cinematografico, dovendo fingere spudoratamente di conoscerlo da prima. E giunse, come da copione, il primo giorno delle prove. “Arriva Hugh, – ricorda Gracey, ridendo – e mi fa: ‘Michael!’. Io rispondo: ‘Hugh!’. E mentre ci abbracciamo, lui mi sussurra all’orecchio: ‘Sono convinti che mi conosci, amico. Stai al gioco…”. Quello che era iniziato come l’incontro tra due estranei che fingevano di essere amici è diventato effettivamente un solido rapporto di amicizia. Che si è consolidato con un’idea nata dalla passione di uno, diventata un progetto per due – un musical originale su P.T. Barnum, il direttore del circo, precursore dello show business così come lo conosciamo oggi. Signore e signori: benvenuti a The Greatest Showman. Dieci per cento. È la probabilità su cui aveva scommesso Hugh Jackman di vedere concretizzarsi il progetto; pur convenendo che, sì, sembrava una buona idea. È il 2009, l’anno precedente alla pubblicità del Lipton Ice Tea e alla finta amicizia inscenata con Michael Gracey. Hugh Jackman è nel pieno del suo primo film Wolverine tratto dagli X-Men, previsto per maggio. Ma, per il momento, è febbraio e ha un altro appuntamento prima di quello: gli Oscar.

Dare il via agli Oscar, per essere precisi, con un numero d’apertura pensato insieme al produttore Larry Mark e al regista Bill Condon. La performance di Jackman riscuote grandissimo successo nel pubblico televisivo disseminato ai quattro angoli del pianeta, tanto che Mark lo avvicina dopo lo show. “Ha detto: ‘Penso davvero che dovresti fare un musical su P.T. Barmum – ricorda Jackman in un hotel londinese diverso da quello di Michael Gracey, qualche giorno dopo – un film che mostri il lato di te che vediamo agli Oscar o ai Tony Awards”. E quindi perché quel dieci percento? Anche se Jackman ha frequentato la scuola di teatro e per un periodo ha anche bazzicato il musical theatre, era, essendo passati diversi anni, ormai più abituato a sventolare gli artigli che non i passi di danza. Inoltre, era ancora il mondo pre-La La Land: i musical erano ancora considerati decisamente uncool e pieni di rischi. In ogni caso, dieci percento è una percentuale sufficiente per uno come Hugh Jackman, che spiega così cosa lo ha convinto a iniziare la sviluppo del progetto. “La storia e il personaggio, insieme all’idea di poter forse mostrare cosa so fare, sono quello che non avevo ancora avuto occasione di fare in un film. I ruoli che interpreto sono molto diversi da me, e sembrava una buona idea interpretare qualcuno più vicino a ciò che sono e a quello che fa parte di me”.

Dodici mesi dopo, il primo giorno sul set del Lipton Ice Tea, Jackman aveva una sceneggiatura pronta. Non che le due cose avessero nulla a che vedere tra di loro. Non ancora. Non fino alla festa di fine riprese, quando Michael Gracey ha sentito una frase ascoltata ad altre cento feste di chiusura. Quando la star di turno alza un po’ il gomito, dice sempre – sull’onda dell’entusiasmo – ‘Ehi, dovremmo fare un film insieme!’. Gracey ha alzato gli occhi al cielo, memore delle volte precedenti quando, a inizio carriera, era andato dai suoi genitori comunicando esaltatissimo: “Oh mio Dio, c’è questa gigantesca stella del cinema che vuole fare un film con me!”, per poi aspettare una chiamata che non sarebbe mai arrivata. “A Hugh piace ricordarmi che quando ha buttato là l’idea di fare un film insieme, la cosa non mi ha colpito più di tanto”, ride Gracey, che prese la dichiarazione con beneficio di inventario. Jackman, tuttavia, faceva sul serio. “Era evidente che Michael fosse la persona giusta e per quel progetto. Ma la sua prima risposta è stata: “D’accordo, come vuoi, Jackman”. Quando l’ho poi richiamato, ricordo che se n’è uscito con un “Cavolo, dicevi sul serio!”. Gracey, senza nemmeno un lungometraggio all’attivo, era elettrizzato dal pericolo connesso a fare un musical – soprattutto in qualità di ex animatore (un mestiere, dice, che attira persone “ossessionate dalla danza e dal movimento”) e uno dei cinque figli di una madre molto appassionata di musical teatrale, che quando era piccolo riempiva la casa di musica.

Inoltre, gli sembrava un’ottima occasione per fare qualcosa di originale. “Viviamo in un periodo nel cinema in cui c’è un sacco di materiale riciclato e si fanno film già visti, perché si insegue il nome riconoscibile, un’audience predefinita”, dice Gravey, diventato improvvisamente serio. “Queste sono parole che mettono spesso a disagio, ma credo che, arrivati a un certo punto, la nostra generazione abbia il compito di creare musical originali”. Con una passione e idee comuni sul piatto, Jackman mandò a Gracey lo script. Quello che gli serviva per proseguire realmente nel progetto era ciò che rende grande ogni musical degno di questo nome: canzoni fantastiche. Erano d’accordo: una volta trovate tre canzoni perfette, avrebbero portato tutto alla 20th Century Fox. Ma dove trovare quei brani? E arriviamo alla seconda bugia, altrettanto provvidenziale. Questa, però, un po’ meno innocente. I compositori Benj Pasek e Justin Paul saranno anche i nomi più gettonati nell’ambiente del musical dopo La La Land e la loro vittoria agli Oscar. Ma al tempo, erano solo due tizi che avevano scritto le canzoni per uno spettacolo di Broadway (A Christmas Story) e che erano a Los Angeles per una serie di meeting. Uno di questi incontri si teneva proprio negli uffici della 20th Century Fox, dove Michael Gracey stava lavorando a The Greatest Showman. Qualcuno alla Fox lo menzionò distrattamente, insieme al pensiero che magari avrebbero potuto andare a vedere se il suddetto regista fosse per caso giù nella hall in quel momento.

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Cosa che fecero, e dove effettivamente lo incontrarono. Una volta che tutti i tre furono insieme in una stanza, Gracey capì di aver trovato i suoi autori. Il suo istinto trovò conferma quando quelli in poco tempo scrissero due canzoni. Ma questo era un grosso film per un grande studio. E quelli erano due tizi che, proprio come lui, non avevano nessun film al loro attivo. “Alcune persone non erano convinte che avessi fatto la mossa giusta… C’erano in ballo altri grossi artisti e compositori che volevano lavorare al film, – afferma Gracey – allora ho iniziato a mentire dicendo che avevano vinto il Tony Award, quando non era vero. Ma dopotutto siamo a Hollywood, e nessuno va a controllare!”. Tuttavia questa mancanza di fiducia si era già manifestata in precedenza: per la precisione quando Jackman fece da garante per Gracey al suo esordio come regista. Quando gli chiediamo se qualcuno pensava che non avesse le credenziali per realizzare un film di questa portata, maneggiando un budget ben al di sopra di quello in genere a disposizione di un esordiente, la risposta di Jackman è: “Un sacco di persone, e per una buona ragione. Bisognerebbe stare molto attenti quando si assume qualcuno, e non mi riferisco solo al film, ma anche al fatto che voglio bene a Michael come amico, e non volevo assolutamente procurargli un insuccesso”. Jackman era preoccupato delle conseguenze a lungo termine che un eventuale fallimento avrebbe prodotto sulle carriere di tutti i coinvolti. “Bisognerebbe procedere con cautela, col timore di fare un passo falso, – dice – ma alla fine ho deciso di scommettere su Michael Gracey”.

Star, regista e compositori erano dunque schierati. Rimaneva solo il piccolissimo problema di ottenere il via libera per il film. Nel frattempo gli anni passavano, e nuovi progetti e priorità erano subentrati nelle vite di tutte le persone interessate, fino all’arrivo del 2015, l’anno che avrebbe portato con sé una svolta degna di un drammatico secondo atto. Tutto cominciò con un incontro a otto mesi dall’inizio dei lavori: il capo dello studio, i produttori principali, gli agenti, gli investitori, chiunque avesse a che fare con questo film volarono a New York per assistere all’esecuzione in diretta di alcune canzoni. “In pratica fu ‘Questo è il tuo provino” ricorda Jackman. Ma poi, la notizia scioccante: il medico di Hugh gli aveva diagnosticato un cancro alla pelle sul naso e bisognava operare. Immediatamente. “Ero veramente scocciato, – ammette Jackman – gli ho chiesto semplicemente: ‘Posso aspettare?’ e lui mi ha risposto: ‘Certo che no, è un cancro. Dobbiamo intervenire e levarlo”. Con 60 persone in arrivo e nessuna possibilità nel breve periodo di organizzare un nuovo meeting con tutti quanti, la decisione fu che lo spettacolo doveva andare avanti, e che le parti di Jackman venissero affidate a un sostituto. L’attore rimase ad assistere, con una garza sul naso, con precise istruzioni del suo medico di non cantare. Ma quando fu il turno di una delle più importanti canzoni del film, From Now On, Jackman non riuscì più a trattenersi. “Dissi: ‘Canterò solo l’inizio, è molto tranquillo, – racconta – ma poi la canzone mi ha letteralmente trascinato, e non sono più riuscito a fermarmi. Continuavo ad andare avanti e intanto mi dicevo: ‘Va tutto bene”.

Quello che non poteva vedere – e che invece i presenti nella stanza, ora tutti in piedi, notarono – era il sangue che gli usciva da sotto la garza e gli colava lungo la faccia. Tuttavia non c’erano più dubbi: The Greatest Showman era decollato. E per uno strano scherzo del destino, giusto un paio di settimane prima che iniziasse la fase di dieci settimane di prove in pre-produzione, un altro originale musical stava conquistando le prime pagine ai festival di cinema di tutto il mondo: La La Land. Era chiaro che, per tutto quel tempo, dovevano averci visto giusto! Una volta iniziata la produzione a New York, quella che un tempo era una relazione fasulla tra Jackman e Gracey si trasformò in qualcosa che andava ben oltre il classico rapporto tra regista e attore, con Jackman che si spendeva anche nel ruolo di produttore. Un compito che lui descrive come partecipare al budget, fare telefonate in caso di necessità, chiedere favori e farsi avanti per anticipare i soldi quando richiesto. “Il mio tempo, la mia reputazione, lottare per qualcosa… e proteggere il film, prima di tutto. Ma non ogni giorno”. Questo significava trasformare la sua semplice fiducia in Michael Gracey in una fede cieca e totale; e che poteva essere sostenuta solo da una completa onestà, culminata in quello che Jackman (che confessa di essersi “comportato male” in precedenza, scontrandosi sia con gli studios sia con gli altri registi) una volta ha detto al suo regista: “Ci saranno occasioni in cui dovrò dirti delle cose che potranno infastidirti, tipo: ‘Questa scena non mi convince e non credo sia buona abbastanza’.

E qualche volta dovrò prendere le tue difese, perché credo in te mentre gli altri no. E se non siamo onesti l’uno con l’altro, siamo finiti”. Jackman sentiva di poter dire quello che pensava senza troppi indugi – spesso per mezzo di lunghe memo vocali – e ciò grazie alla loro “collaborazione veramente sana”. E allo stesso modo si sentiva ovviamente Gracey, non solo quando spingeva le capacità attoriali di Jackman più duramente di chiunque altro in passato (cosa che ha procurato all’attore vesciche ai piedi, croste sulle ginocchia e sangue sulle scarpe), ma offrendogli in cambio una spontanea onestà. Nel tentativo di capire il segreto della loro particolare alchimia, Jackman fa in primo luogo riferimento, giustamente, a ciò che ha ispirato la bugia di Gracey. “Forse dipende dal fatto che siamo entrambi australiani. In Australia ti senti molto a tuo agio con il genere di persona capace di dirti: ‘Piantala di fare il coglione’. E fin dall’inizio lui è stato così con me. Ha messo da parte tutti i vari: ‘Ooohh, tu sei la star del cinema e io il regista di spot pubblicitari, è davvero un grande onore lavorare con te’. Se facesse così, mi prenderebbe per il culo. Ed è per questo che gli voglio un gran bene, come essere umano e come amico”. Dal canto suo Gracey si sente fregato per aver realizzato il suo primo film con Hugh Jackman, la vera superstar di Hollywood; ma allo stesso tempo incredibilmente grato per il supporto e l’amicizia offerti da Hugh in persona. “Ci siamo imbarcati insieme in questo viaggio durato sette anni, – dice – per cui capisci che, nel momento in cui abbiamo iniziato a girare il film, eravamo come due bambini, e ogni giorno per noi era Natale”. A quanto pare, dunque, ogni tanto Babbo Natale porta i regali anche al bambino che dice le bugie. O, come minimo, una bugia per omissione.

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