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Morto Stalin Se Ne Fa Un Altro mette in scena esecuzioni, torture e implacabili intrighi. Potrebbe anche essere il film più divertente dell’anno.

Testo Will Lawrence

Seduto nella stanza sul retro di un ristorante di Londra, mentre in sottofondo si sente suonare del soft jazz, Armando Iannucci scorre le foto nel suo telefono. Lì, in mezzo alle allegre istantanee di figli e figlie, di amore e gioia, giace una granulosa foto in bianco e nero di un omicida di massa: Lavrentiy Beria, ex Maresciallo dell’Unione Sovietica e capo della polizia segreta (NKVD) sotto Iosif Stalin. Beria è stato un sadico torturatore e un predatore sessuale, un pedofilo, un uomo responsabile dell’assassinio di innumerevoli innocenti. Stalin lo aveva ribattezzato ‘il mio Himmler’. La presenza di questa foto, tuttavia, non è inappropriata come può sembrare. Iannucci, l’uomo che insieme a Steve Coogan ha donato al mondo il personaggio di Alan Partridge, e che ha creato le caustiche serie televisive politiche The Thick of It e Veep – cui aggiungiamo il precedente film spin-off In The Loop – ha trascorso gli ultimi tre anni immerso nel mondo dei politici sovietici degli anni ‘50, del Presidium e del Politburo, conducendo ricerche, scrivendo e dirigendo il suo film più recente, una satira mordace intitolata Morto Stalin, Se Ne Fa Un Altro. Ispirato alla graphic novel francese The Death of Stalin di Fabien Nury, il film coglie il lato divertente tra tutte le macchinazioni, gli omicidi e il caos che si sono scatenati all’indomani dell’inaspettata morte dell’uomo d’acciaio nel marzo del 1953.

Prendendo spunto da eventi realmente accaduti, benché si collochi in un arco temporale spezzato, la storia segue le vicende di Nikita Khrushchev (Steve Buscemi), Beria (Simon Russell Beale), Georgy Malenkov (Jeffrey Tambor) e degli altri membri dell’élite politica mentre sgomitano per ottenere il comando, nel tentativo di colmare il vuoto di potere. Muoversi in questo contesto spietato rappresenta una progressione logica, per un uomo che ci ha condotti attraverso le scelleratezze, le pugnalate alle spalle e i soprusi che pervadono sia Whitehall che la Casa Bianca; benché cercare le risate nel Cremlino sia un’esperienza decisamente più ardua. Dopotutto ciascuno dei protagonisti ha le proprie mani sporche di sangue. Alcuni mesi fa, sul set, Buscemi aveva descritto questa storia come il lavoro in assoluto più cupo di Iannucci, definendola “piuttosto terrificante” – non esattamente il più scontato biglietto da visita per una commedia. Quando ripetiamo le parole di Buscemi a Iannucci, il regista-sceneggiatore annuisce in segno di approvazione. “Non è stato come scrivere Veep o The Thick of It, – ammette – la sensazione era quella di avere a che fare con un mondo completamente nuovo: uno scenario diverso, una struttura diversa, un colore diverso.

Qualcosa che trattava di piccoli uomini dentro grandi stanze. Volevo anche trasmettere l’idea di come l’intera Russia e l’Impero Sovietico fuori da quelle stanze abbiano risentito degli effetti di ciò che questi delinquenti stavano combinando, la sensazione di una città che sta per andare in fiamme per la rabbia, gente condotta via e poi riportata indietro”. Anche il processo produttivo è stato differente. Al contrario dei suoi lavori per la televisione, ogni scena di Morto Stalin, Se Ne Fa Un Altro è stata accuratamente coreografata. “Molte scene sono state preparate sugli storyboard, – ci dice – in tv, di solito, è tutto molto parlato, con poca musica. In questo film, invece, sapevo che ci sarebbero state scene con pochi dialoghi o addirittura senza, e che tutto sarebbe stato affidato alle immagini e alla musica”. Qualsiasi reticenza nel portare alla luce lo humour tra queste figure sanguinarie è stata mitigata dalle reazioni di molti tra coloro che hanno realmente sofferto attraverso la miriade di epurazioni ordinate da Stalin. L’umorismo macabro è antico quanto le forche, e certamente imperversava nell’epoca stalinista. Esiste una moltitudine di libri di barzellette su Stalin, molti dei quali sono stati recuperati e studiati da Iannucci durante le sue ricerche.

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“C’era una forte circolazione di questi libri all’epoca, con barzellette su Beria che violentava le persone, – racconta – le barzellette specifiche erano troppo cupe per essere incluse e, ovviamente, se venivi scoperto mentre ne raccontavi una o in possesso di uno di questi libretti, finivi fucilato. Ma queste barzellette erano una risposta a ciò che stava accadendo, perché tutti quanti sapevano che qualcuno era stato portato via. E la reazione era ‘possono dirci quello che dobbiamo dire, ma non possono dirci a cosa dobbiamo ridere’”. Rovistando tra alcune di queste gag dell’epoca, Empire si è imbattuto in questa barzelletta che parla di tre detenuti in una prigione in Siberia. Il primo racconta di essere stato condannato al gulag per aver detto che il leader comunista Karl Radek è un controrivoluzionario. Allora il secondo risponde sorpreso: “Io mi trovo qui perché ho detto che Karl Radek non è un controrivoluzionario”. Allora si girano verso il terzo detenuto e gli chiedono per quale motivo è stato punito. La sua risposta? “Sono Karl Radek”. Karl Radek non compare nel film – Beria ordinò la sua esecuzione anni prima che Stalin tirasse le cuoia – ma questa barzelletta mette bene in luce il clima in costante mutamento nel quale vivevano i sovietici.

“Dappertutto si respirava aria di instabilità”, nota Iannucci; e come dimostra il suo film, essa perseguitava i membri del Presidium e coloro che erano vicini a Stalin. Quell’ansia sembra essere una linea trasversale che ha legato molti di questi personaggi nel corso degli anni. “E in questa situazione, quel senso di insicurezza è così elevato per il semplice fatto che, se fai la mossa sbagliata, non è che vieni semplicemente congedato. Sei morto. E tutti loro hanno questo pensiero fisso in testa”. Oltre a Khrushchev, Beria e Malenkov, altre eminenti figure politiche del Presidium, tra cui Vyacheslav Molotov e Anastas Mikoyan – interpretati con straordinaria verve rispettivamente da Michael Palin e Paul Whitehouse – vengono buttate nella mischia, così come i figli di Stalin, Vasily (Rupert Friend) e Svetlana (Andrea Riseborough). L’insicurezza dilaga. “È un film dove c’è molta tensione, – sorride Iannucci – fondamentalmente, è uno stallo alla messicana con otto persone”. L’attenzione ritorna allo smartphone di Iannucci e alla fotografia di Beria, il suo volto paffuto schiacciato tra un grosso cappello e un pesante cappotto. Fu scattata durante i discorsi pronunciati al funerale di Stalin, nella Piazza Rossa. “Quando ho mostrato questa foto a Simon Russell Beale, – ci dice il regista ridendo – la sua reazione è stata ‘Oh mio Dio!”. E ne aveva ben donde. I discorsi della Piazza Rossa trovano spazio nel film, e in questa scena Beale appare esattamente come l’uomo della foto. Questa pellicola potrà anche essere una commedia, ma la sua autenticità è palpabile.

Tuttavia la sceneggiatura di Iannucci, scritta insieme al suo collaboratore di vecchia data David Schneider (che i fan sicuramente ricorderanno nei panni di Tony Hayers, la nemesi televisiva di Alan Partridge) e a Ian Martin (che ha lavorato con Iannucci in The Thick of It e Veep), attinge molto dalla graphic novel di Nury. “Non è che [il libro] sia pieno di gag, – spiega Iannucci – però affronta l’assurdità della situazione”. Proprio come il film, anche il libro si apre con un concerto, di cui è realizzata una registrazione consegnata poi a Stalin. Quello allora collassa, si vede Beria entrare per primo, dopodiché la congrega dei politici discute sull’eventualità di chiamare un dottore. E mentre l’assurdità comincia a prendere piede, è Malenkov, in quanto deputato di Stalin, a essere designato per prendere il suo posto, benché nessuno all’interno del Presidium (a eccezione forse dello stesso Malenkov) si aspetti che sia lui a governare. Beria, al contrario, comincia a muovere un po’ i fili finché, come la storia dimostra, Khrushchev riesce a emergere vittorioso grazie all’intervento dell’eroe trionfatore della Seconda guerra mondiale, il Maresciallo Georgy Zhukov (interpretato con un certo gusto da uno schietto Jason Isaacs). Il film si concede alcune piccole ma decisive licenze sia rispetto alla storia sia al materiale di partenza. “Ho concentrato tutta la vicenda nell’arco di una decina di giorni”, ci spiega Iannucci. In verità il piano contro Beria fu attuato diversi mesi dopo la morte di Stalin. “Si tenevano sistematicamente un sacco di riunioni di comitato, ma una cosa del genere non può funzionare in un film. Per accelerare un po’ le cose, abbiamo deciso che Khrushchev poteva usare il funerale come una tattica per farla pagare a Beria”.

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Ed è il cadavere di Stalin quello che Empire osserva durante la nostra visita sul set, mentre assistiamo a un momento esilarante in cui Khrushchev è invitato dall’organizzatore del funerale a scegliere quale drappeggio usare, se ricamato oppure no. Le cose si fanno ancora più ridicole quando Beria, Khrushchev e Malenkov, che se ne stanno rigidi come statue intorno alla bara aperta di Stalin, iniziano a competere per conquistare il comando, muovendosi in giro nervosamente, ansiosi di poter continuare le loro manovre appena bisbigliate. L’autore della graphic novel, Nury, osserva in disparte insieme a Empire, e si sta chiaramente divertendo un mondo. “L’immagine del cadavere non solo corrisponde a com’è descritta nel libro, ma abbiamo visionato anche i filmati d’archivio, cercando di essere fedeli a quelli il più possibile”. Anche il principale co-sceneggiatore è molto preparato su quell’epoca. Di recente Schneider ha scritto una commedia intitolata Making Stalin Laugh sull’ultimo teatro yiddish di Mosca, che Stalin fece chiudere subito prima della Seconda guerra mondiale. La commedia cerca di essere al contempo drammatica e divertente. E come in Morto Stalin, Se Ne Fa Un Altro, un sacco di gente si becca una pallottola. “David aveva incontrato alcuni attori yiddish, e ho avuto subito la sensazione che si sarebbe trovato a suo agio con questo materiale e così pure con il tono dell’opera; in più sapeva bene come inventarsi delle barzellette che avrebbero potuto benissimo essere state scritte in quel periodo”.

A ogni modo, la sensazione più forte di autenticità proviene forse dagli accenti dei personaggi. Nessuno tra tutti quelli coinvolti nel progetto si esprime usando una ridicola cadenza russa. “Quando guardi il film, devi immaginare di trovarti lì; e questo non può succedere se senti parlare la gente in questo modo”, spiega Iannucci, terminando la frase in quella che è la sua personalissima caricatura dell’accento russo. “Ci sono stati momenti in cui avremmo lasciato perdere, e io non volevo che gli attori si preoccupassero del loro accento”. Per cui i disastri vocali sentiti in Child 44 sono stati prontamente schivati. Stalin parla con un accento cockney, Beria si esprime come un cittadino inglese della classe media. Khrushchev suona esattamente come Buscemi in Fargo, mentre Malenkov ha un accento americano. Sono però i toni della voce di Zhukov quelli che divertono maggiormente, grazie al suo accento Yorkshire totalmente privo di senso. “Volevo che la sua entrata in scena a metà film fosse un pugno in faccia”, sono le parole di Iannucci. “È un eroe di guerra, e lo sa bene”. Il petto di Zhukov, poi, trabocca di medaglie. “A momenti non riusciva a muoversi”, aggiunge il regista. “Ma qualunque cosa risulti ridicola in questo film – le medaglie di Zhukov, oppure i completi insoliti di Malenkov – è in realtà una perfetta riproduzione di tutto quello che c’è stato”. Alle anteprime di prova di Morto Stalin, Se Ne Fa Un Altro, spesso gli spettatori si avvicinavano a Iannucci al termine della proiezione, desiderosi di sapere se fosse stato influenzato dalla politica americana dei nostri giorni.

La risposta, forse con una certa sorpresa considerati i parallelismi tra gli intrighi sullo schermo e le cospirazioni di Trump alla Casa Bianca, era negativa. Iannucci ha scritto la sceneggiatura prima delle elezioni americane e dell’inchiesta sul coinvolgimento della Russia. “Forse sono rimasto attratto da questo soggetto a causa di Marine LePen in Francia, Nigel Farage e l’ascesa dell’UKIP”, sostiene il regista. “Farage è interessante perché gli inglesi tendono ad andare dietro ai personaggi un po’ stravaganti, senza velleità militaresche… Ci piacciono i tipi un po’ eccentrici”. Inoltre voleva fare qualcosa che riguardasse l’Europa, dopo aver trascorso cinque anni negli Stati Uniti a lavorare alle prime quattro stagioni di Veep, la sitcom presidenziale con Julia Louis-Dreyfus. “E volevo fare un film; sono passati otto anni da In The Loop”. Quando fu contattato dai produttori francesi che avevano acquistato i diritti della graphic novel di Nury, lui già covava alcune idee sulle figure dei tiranni, documentandosi su Mao e Lenin, e stava abbozzando una fiction su un dittatore inglese che prende il controllo della Gran Bretagna dopo una guerra civile. “Per cui i francesi si sono presentati con un libro su Stalin, che s’intrecciava perfettamente col mio progetto. Appena ho letto la graphic novel, ho pensato di sapere esattamente come farlo. Ero ancora al lavoro su Veep.

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All’epoca stavo girando la terza stagione, anche se sapevo che la quarta sarebbe stata la mia ultima, e glielo dissi. Quelli accettarono e si misero in attesa”. Iannucci non aveva previsto che Veep sarebbe andato avanti così a lungo – ora è alla sesta stagione, la seconda senza di lui, ed è previsto che finisca dopo la settima – ed era entusiasta all’idea di tornare a casa per stare vicino alla sua famiglia. “Ero felice che Veep stesse continuando, ma capii che dovevo veramente tornare a casa, – sono le sue parole – e sono grato di stare alla larga dalla politica americana”. Una volta descrisse Bush come “la persona peggiore che sia mai esistita; eppure non così cattivo come Mike Pence”. Sorride, quando gli ricordiamo la sua battuta. “Posso anche scherzare su questo, ma non trovo la situazione molto divertente. Come lavoro non vorrei passare il mio tempo cercando di far ridere la gente rispetto alla situazione attuale. Bisognerebbe fare qualcosa per risolverla, non ricavarci delle battute e ridere. E per quanto riguarda Veep, è stato fantastico poter guardare quello show con occhi nuovi. Adoro vedere il cast all’opera, senza sapere quello che succederà”. E neppure farà ritorno per dare una mano con le nuove avventure di Alan Partridge, il personaggio che lui ha contribuito a creare nel 1991 insieme a Steve Coogan. “È il miglior Alan da molto tempo”, afferma con riferimento all’attuale manifestazione del titano della televisione originario di Norfolk, e che finalmente sta per fare ritorno sulla BBC. Iannucci, invece, sta per prendere una nuova e inaspettata direzione, che potrebbe anche rivelarsi la più ambiziosa strada intrapresa finora: un adattamento per il grande schermo del David Copperfield di Charles Dickens, di cui al momento è a metà della fase di scrittura.

“La sensazione è che sia il prossimo passo avanti, – dice – è un mondo enorme, però voglio che risulti intimo, non un pomposo dramma in costume. Mi piacerebbe che fosse qualcosa che potrebbe accadere anche oggi. Sarà ambientato in quell’epoca, ma la storia, i personaggi, le emozioni e la commedia trasmetteranno un senso di quotidianità, qualcosa di comune e attuale. È la mia opera più ambiziosa, in termini di dimensioni e budget”. Eppure è difficile dire che anche Morto Stalin, Se Ne Fa Un Altro manchi di ambizione, alla luce senz’altro del brutale contesto col quale si misura. Quando si tratta di satira politica, Iannucci è decisamente unico nel suo genere. “La mia regola, quando scrivo tutte queste cose, è che se non è divertente deve essere interessante”, dice. Morto Stalin, Se Ne Fa Un Altro possiede entrambe queste anime, dal primo ansioso momento fino all’ultimo.

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