The Wise Guy

The Wise Guy

Il suo Khrushchev di The Death of Stalin è solo l’ultimo di una lunga serie di subdoli cospiratori interpretati da Steve Buscemi. Il maestro degli attori caratteristi racconta a Empire una carriera trascorsa sempre un passo avanti.

Testo Alex Godfrey

La mia presentazione a Steve Buscemi si sta rivelando tutto ciò che una persona può temere; e diciamo, in maniera alquanto perversa, tutto ciò che si potrebbe desiderare. Per una serie di incomprensioni, mi trovo nella stanza adiacente allo studio fotografico di Brooklyn, stupidamente ignaro che il servizio si è già concluso dieci minuti fa. “Stava per andarsene!” dice il fotografo appena mi vede, facendomi strada dentro lo studio, dove Buscemi appare agitato. “Ti eri nascosto in bella vista!” dice, con la faccia e il tono di voce di Mr. Pink, in un luogo che però non somiglia a un magazzino. Non proprio un toccasana per i nervi. Ovviamente è una persona assolutamente gentile, a tratti quasi signorile. C’è solamente tutto questo fardello. A cominciare da Le Iene e passando per Fargo, fino ad arrivare a The Death of Stalin, in uscita l’11 gennaio 2018, Buscemi è fin troppo convincente nella parte della testa calda cervellotica, capace di scatenare polemiche a raffica senza mai cedere, come un cane che non molla l’osso.

Nel suo ultimo film, diretto e co-sceneggiato da Armando Iannucci (The Thick of It, Veep – Vicepresidente Incompetente), Buscemi interpreta Nikita Khrushchev, uno dei personaggi più potenti all’interno del Politburo, tutto preso a sgomitare insieme a uno spiacevole gruppetto di nemici per la lotta alla successione alla guida della Russia, dopo che il tiranno in capo ha tirato le cuoia. E in perfetto stile Iannucci, ne salta fuori una storia al contempo cupa ed esilarante, con Buscemi in forma smagliante. Nato a Brooklyn dove vive tuttora, Steve Buscemi è cresciuto in una famiglia della working-class – suo padre era spazzino per il Dipartimento di Sanità, sua madre hostess d’albergo – e ha iniziato facendo il vigile del fuoco a Little Italy. Nel frattempo prendeva lezioni di recitazione mostrando interesse per la commedia, frequentando ed esibendosi nei club di New York finché, dopo quattro anni, abbandonò il corpo dei pompieri dopo aver ottenuto la sua prima parte in The Way It Is, una pellicola d’essai in bianco nero del 1985 con Vincent Gallo. Successivamente riuscì a guadagnarsi ruoli che rubavano la scena nei film dei fratelli Coen e di Jim Jarmusch, ma è stato con Le Iene di Quentin Tarantino nel 1992 che il mondo ha potuto finalmente conoscere la sua mania di sbarrare gli occhi.

Da allora molti dei suoi migliori personaggi, nella loro eterogeneità, si sono sempre caratterizzati per intelligenza e capacità, a dispetto delle loro discutibili scelte di vita. Dal brillante serial killer Garland Greene di Con Air fino al politico con tendenze da gangster Nucky Thompson di Boardwalk Empire, questi non sono uomini che si mettono facilmente nel sacco. Lo scorso anno, insieme a Louis C.K. nella sua serie web Horace and Pete, ha dato vita a un’interpretazione sorprendente e delicata nel ruolo dell’acuto ma tormentato comproprietario di un bar. E ora, nei panni dell’implacabile Khrushchev, è in tutto e per tutto una belva furiosa di Iannucci, decisa a farsi strada senza pietà tra i ranghi del potere. Una vera bomba! Per cui, lasciandoci alle spalle il nostro piccolo malinteso, cominciamo…

Una volta hai detto che per te è importante mettere quanto più possibile te stesso nei personaggi che interpreti. Ma ovviamente Khrushchev è anni luce dal tuo modo d’essere…

Beh, sì. Voglio dire, non mi ci vedevo a fare quella parte, proprio per nulla. Ero talmente ossessionato dalla fisicità del ruolo, che non riuscivo ad andare oltre quell’aspetto.

Sei rimasto sorpreso quando ti hanno offerto la parte?

Sì! Ho pensato, “Perché io?”, non capivo. La prima volta che ho parlato con Armando al telefono, pensavo: “Adesso come faccio a dirgli che non posso farlo, che ha commesso un errore e che non sono il tipo giusto per questo ruolo?”. Ma Armando ha dimostrato tatto, ha detto: “Vedo veramente te in questa parte, se sei disposto a raderti la testa”. Perché voleva che fossi pelato. Disse: “Non c’è bisogno che somigli al Khrushchev che la gente era abituata a vedere successivamente, perché a noi interessa il Khrushchev del 1953”. E mi ha fatto sentire meglio sapere che Armando vedeva qualcosa in me che mi rendesse adatto, per cui ho smesso di considerarlo una figura iconica e vedere la sua umanità, per capire come potermi relazionare con lui.

Khrushchev è un volpone. Che cosa ti è particolarmente piaciuto di lui?

Beh dunque, la cosa veramente intrigante era che questi personaggi… se riuscivi a far parte della cerchia ristretta di Stalin, voleva dire che eri davvero bravo a rimanere in vita! Penso che uno dei fattori che ha permesso a Khrushchev di farcela sia stata la sua capacità di far divertire Stalin. Era bravo nel suo lavoro, ha tenuto duro ed è stato capace di farsi apprezzare, facendo anche un po’ la parte del bu fone. Non credo immaginasse che sarebbe toccato proprio a lui prendere il comando, ma ha visto che era necessario e ha detto: “Beh, se non se ne occuperà nessun altro, allora lo farò io”. Come attore è un personaggio veramente afascinante da interpretare, perché sotto certi aspetti era molto insicuro e paranoico, ma possedeva un’innata tenacia. Sapeva stringere i denti e mostrarsi all’altezza delle sfide.

Eri un fan dei primi lavori di Armando?

Non conosco i suoi primi lavori nel Regno Unito. Conosco meglio Veep e ho davvero apprezzato In The Loop. Mi è piaciuta molto la sua imprevedibilità e la capacità di sorprendere, dove ci sono persone che credevi tue alleate e che alla fine si rivelano il contrario. Gente che si usa a vicenda.

Hai visto Alan Partridge?

Ne ho visto un po’, ma non lo conosco proprio tutto.

Come ti sei sentito a lavorare con tutti quei comici britannici, tra cui Michael Palin dei Monty Python e Paul Whitehouse di The Fast Show ?

Naturalmente conoscevo il lavoro di Michael Palin ed ero veramente molto nervoso all’idea di lavorare con lui. Ma si è mostrato la persona più gentile che potessi immaginare, divertente in modo davvero autentico. Non conoscevo Paul Whitehouse perché i suoi programmi non arrivano negli Stati Uniti. Durante le prime prove non capivo bene con chi avessi a che fare – mi metteva un po’ in soggezione! Perché è uno molto diretto, che ti dice le cose in faccia! Con me era molto gentile, ma non sapevo come comportarmi. Poi ho iniziato a guardare la sua roba su YouTube.

E ti è piaciuta?

Oh, sì! È un tipo davvero simpatico e alla fine abbiamo legato. Sul set siamo diventati buoni amici. Adoro tutti quanti: Jeffrey [Tambor], Simon [Russell Beale]. Ma è stato lo stesso terrificante entrare a far parte di quel gruppo. Tutto quel talento, mentre io mi sentivo poco adeguato alla parte: non sapevo se ce l’avrei fatta. Abbiamo avuto due settimane di prove, il che è stato fantastico, così potevo avanzare incerto senza troppi rischi.

È un film con un linguaggio molto scurrile, ma tu hai già interpretato molti personaggi sboccati. È divertente farlo?

Assolutamente sì! Quando è appropriato. So bene di sembrare uno che interpreta, diciamo… [ride] molti personaggi che si esprimono con questo linguaggio, ma non mi piace quando non è una cosa spontanea. Però con questi sembrava proprio che lo fosse. Perché questi tizi somigliano molto a dei gangster. Sono una specie di banda.

Steve Buscemi Empire Italia

Rimanendo in tema di bande e parolacce, nel 2017 corre il 25mo anniversario di Le Iene. È stato il primo film di Tarantino; com’è stato leggere la sceneggiatura la prima volta?

Ho pensato che l’avesse scritta uno che s’era fatto 20 anni di galera! O che comunque era in quell’ambiente. Qualcuno come Eddie Bunker, che interpreta Mr. Blue e che ha scritto il romanzo da cui è tratto Vigilato Speciale [di Ulu Grosbard]. Sono rimasto sorpreso, poi, quando ho scoperto quanto fosse giovane Quentin. All’epoca in cui ci frequentavamo al Sundance Lab – prima di fare il film, abbiamo allestito alcune scene al Sundance – gli chiesi che tipo di ricerche avesse fatto e come conoscesse tutta quella roba, e rispose: “Semplicemente guardando altri film”. Ed era davvero così bravo. Conosceva ogni film e filtrava tutto attraverso la sua immaginazione; ed è così che ha tirato fuori dal cilindro la sua personale versione del miglior film di rapine.

Oltre a essere l’unica Iena che sopravvive senza beccarsi pallottole, Mr. Pink è anche dannatamente divertente, con una gran bella boccaccia. È vero però che inizialmente avevi fatto un provino per Mr. Brown?

Feci il provino per Pink e per qualcun altro. Non mi ricordo se fosse Brown o Orange – tutti quanti leggevano e provavano parti diverse. Ma Mr. Pink era la parte che volevo a tutti i costi.

Perché?

Era il personaggio che sentivo più adatto a me. Aveva questa parlantina veloce, intensa e piena di energia, ed era divertente. Mi ero veramente innamorato di quella parte.

Sappiamo tutti com’è Quentin ora, ma tu hai avuto con lui una specie di esperienza vergine, senza trascorsi. Com’era lavorare con lui?

Sì, al Sundance eravamo io, Quentin e un altro attore locale. Solo noi. L’energia che esprimeva Quentin era davvero di grande ispirazione. Là riceveva incoraggiamenti da parte di alcuni cineasti che erano considerati ‘i mentori’, mentre altri cercavano di dirgli che doveva essere, essenzialmente, più convenzionale. Io ero eccitato all’idea che stavamo sperimentando nuove soluzioni. Faceva queste lunghe riprese, con la cinepresa che attraversava la stanza e non copriva tutto da vicino. Era già scritto così nella sceneggiatura: “La camera sta su Mr. White, Mr. Pink rimane fuori dall’inquadratura, si sente la sua voce ma la cinepresa stringe su Mr. White”. Avevano provato a dirgli di fare diversamente, tipo: “Ok, adesso che hai questa ripresa che ne dici di girare la parte di dialogo inquadrando Mr. Pink?”. Ma Quentin rispondeva: “No, non la userò. Qui dice come va fatto”. Possedeva quella sicurezza. Non ho idea da dove gli venisse, ma era proprio straordinario. Sentivo che il film sarebbe stato qualcosa che mi sarebbe veramente piaciuto. Qualcosa in linea con la mia sensibilità.

Lo scorso aprile il Tribeca Film ha ospitato un evento per il 25mo anniversario del film. Com’è stato rivedervi tutti quanti, insieme?

È stato bello! Era la prima volta, dopo tanto tempo, che il cast principale si riuniva in un unico posto. Ci sono state due proiezioni, al termine delle quali siamo usciti in gruppo entrambe le sere. Volevamo passare del tempo insieme. È un lavoro strano – prendi parte a qualcosa di così intenso, incontri e conosci delle persone; ma se poi non si vive nello stesso stato e non ti capita più di lavorare ancora con gli altri, tutto si dissolve. Per cui è stato bello che, quando ci siamo rivisti, sia riafforata la vecchia magia.

La gente spesso parla del legame familiare che si crea quando si gira un film. Prima di diventare un attore eri un vigile del fuoco. Anche lì era così?

Assolutamente sì, è una vera e propria fratellanza! Ora anche una sorellanza. Non ne puoi fare a meno, ti avvicini e leghi con le persone con le quali lavori. Trascorri un sacco di tempo con loro e, quando scoppia un incendio, insieme si affrontano esperienze molto intense. Anche se non vai d’accordo con qualcuno, quella situazione drammatica unisce anche le persone che non vanno d’accordo.

Steve Buscemi Empire

Sei diventato un pompiere perché i tuoi genitori ti hanno inculcato certi valori. Interpreti moltissimi tipi appartenenti alla working-class, personaggi che vivono ai margini della società. Che peso ha avuto la tua educazione in tutto questo, secondo te?

Ah, sicuramente ha avuto un peso determinante! Tuttavia non penso ai miei personaggi come individui ai margini. Queste sono persone. Persone che conosco.

Intendevo dire in termini di normale cinema mainstream.

Sì, certo, in termini di film. Ma non è che stia cercando di essere un campione per l’uomo comune, o per la working class. È semplicemente quello che conosco e ciò in cui mi sento maggiormente a mio agio.

Horace and Pete era decisamente su questa linea. Sarei curioso di sapere se Louis C.K. immaginava che saresti entrato in quel progetto quando ti ha chiesto di farlo.

Senza dubbio aveva familiarità con il mio lavoro. Comunque sì, penso che nel profondo sentisse che avrei partecipato, e che conoscevo quel mondo.

Pete è un tipo veramente intelligente e sensibile, e la tua interpretazione è così naturale e onesta. Si respira una quiete incredibile in quello show.

Una delle cose che Louis mi ha fatto vedere subito è stato Abigail’s Party [di Mike Leigh], che è un’opera molto umana. Tutto quel disagio e quella bruttezza. Inoltre non era privo di compassione. Avevi la sensazione che questo fosse un ritratto molto fedele alla realtà, ma anche molto compassionevole.

Hai detto che, con i ruoli che interpreti, non intendi presentarti come il difensore di certi tipi di persone. Però nel tuo episodio di Who Do You Think You Are?, la serie della BBC sulla genealogia, racconti di essere interessato alle difficoltà che le persone affrontano nelle loro vite.

Penso solo che ci siano talmente tante storie riguardanti le persone comuni che meritano di essere raccontate. La vita di tutti quanti è terribilmente complicata – a tantissime persone non fila tutto liscio. E per me questo è interessante. È meraviglioso come certa gente riesca ad affrontare e superare ogni giornata.

Questi sono temi che tu hai afrontato anche come regista. In particolare ho amato il tuo secondo film, Animal Factory. Earl Copen (Willem Dafoe) è un vecchio detenuto saggio, e il suo rapporto con Ron Decker (Edward Furlong) è afascinante. Nonostante si trattasse di materiale che affrontavi dietro la macchina da presa, si trattava di un soggetto non molto vicino alla tua esperienza, come invece poteva essere Mosche da Bar.

Riuscivo facilmente a relazionarmi con il personaggio di Ron nel libro, ossia qualcuno che forse non è stato molto guidato quand’era giovane, ha commesso una stupidaggine e quindi è stato mandato in prigione, a causa delle rigide leggi sulla droga in vigore all’epoca. Ed è stato quello il mio biglietto d’ingresso. Quel tipo di ambiente mi affascinava, la cultura della prigione dove devi essere parte di qualcosa. In galera è difficile essere un solitario, a meno che tu non sia il più duro di tutti; diversamente devi far parte di qualche gruppo o gang, se ti tocca stare dentro per un po’. Tutto questo per me era molto più di una normale storia di prigione – era un’autentica storia d’amore tra un vecchio galeotto che ne ha viste di tutti i colori e si è costruito una solida reputazione, e che quindi decide di prendere sotto la sua ala questo ragazzino, senza nascondere la sua attrazione per lui. Anche se non è il sesso quello che sta cercando; piuttosto è come se vedesse se stesso in questo giovane, ma allo stesso tempo pensasse: “È un bel ragazzo e voglio che sia mio amico, e mi prenderò cura di lui”.

Il personaggio di Carl Showalter in Fargo è stato un grosso ruolo per te, un meraviglioso sapientone che prova a darsi al sequestro di persona, con risultati disastrosi. Quando hai letto la sceneggiatura, sapevi già come lo avresti interpretato?

No. Ero un po’ nervoso riguardo alla parte, probabilmente perché vedevo questo personaggio allo stesso modo di altri che avevo interpretato, anche se era scritto di gran lunga meglio. Avevo già fatto molti di questi film a basso budget, dove interpretavo sempre personaggi squallidi, e stavo cercando di liberarmi da questa abitudine. Poi sono arrivati i fratelli Coen. Però ancora non sapevo cosa avrei potuto fare diversamente, con questa parte: lo vedevo semplicemente come un tizio che indossava una giacca bordeaux in finta pelle, ma Mary Zophres, la costumista, se n’è venuta fuori con questo completo che non avrei mai potuto immaginare. E una volta indossati quei vestiti e guardatomi allo specchio, ho capito chi fosse quel tipo.

È un individuo riprovevole, ma allo stesso tempo simpatico. Per quanto i tuoi personaggi possano essere negativi, sanno sempre essere comici – si dice che tu abbia cominciato facendo cabaret.

Il cabaret mi ha sempre intrigato, e per un po’ ho provato a farlo. Ma poi ho sentito che lì non riuscivo a trovare la mia voce. Ero molto più contento quando recitavo con altre persone. La stand-up comedy è stato un modo per entrare nell’ambiente, visto che un sacco di gente che successivamente si è data alle sitcom veniva proprio dal cabaret.

Uno dei tuoi personaggi più divertenti è un’altra creazione dei Coen  – il povero, disorientato e innocente Donny de Il Grande Lebowski, in pratica l’anti-Khrushchev. È vero che prima delle riprese andavi a giocare a bowling con John Turturro, ossia Jesus Quintana?

Oh sì! Sapevamo di essere entrambi nel film, e all’epoca vivevamo nello stesso quartiere, quindi andavamo al bowling.

Ed eri Donny quando giocavate?

No.

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