Il francese che cadde sulla Terra

Valerian e la città dei pianeti, luc besson, leon, cara delevingne, intervista

Luc Besson  ha sognato l’esistenza di altri mondi fin da quando era un bambino. Valerian E La Città Dei Mille Pianeti è attualmente il miglior biglietto da visita per entrare nella sua testa.

Testo Nick De Semlyen

Il programma delle uscite di quest’anno è pieno zeppo degli ultimi capitoli di grandi franchise. Poi c’è Valerian e la Città dei Mille Pianeti, una folle space opera ‘over-the-top’ anticonvenzionale quanto il suo smisurato titolo. Basato su una serie a fumetti francese iniziata nel 1967, racconta le avventure degli agenti speciali intergalattici Valerian (Dane DeHaan) e Laureline (Cara Delevingne) nel loro viaggio attraverso la stazione spaziale Alpha, dove incontrano esseri lontani come Bubble (Rihanna), la ballerina mutaforma di cabaret, e un tipo dal nome incantevole: Jolly il Pappone (Ethan Hawke). Massiccio nelle dimensioni, interamente realizzato con colori primari e stravagante in modo sfacciato, si tratta chiaramente del prodotto di un’immaginazione libera da vincoli. Il titolare di questa fantasia: Luc Besson.

Ho incontrato per la prima volta Besson la scorsa estate a San Diego. Al termine di una giornata terribilmente lunga alla conferenza stampa del Comic-Con, il regista stava sorseggiando vino rosso, ancora intontito dalle grida con cui la folla di 6mila persone aveva accolto le clip del suo film. Abbiamo poi ripreso la nostra conversazione alla fine di marzo, la mattina successiva alla cerimonia dei Three Empire Awards, in occasione della quale si è aggiudicato il premio Empire Inspiration, assegnato solo alle menti più visionarie.

In entrambe le occasioni è apparso chiaramente esausto, ma si è illuminato non appena ha iniziato a parlare della sua nuova folle impresa: un film che dimorava nei suoi sogni fin da quando era un garçon. È noto il suo rifiuto a

registrare i commenti audio per le versioni DVD dei suoi film; tuttavia a un certo punto ha estratto un iPad Pro, ha fatto partire il trailer di Valerian e ha iniziato a parlare con entusiasmo sulle immagini che scorrevano. Non importa se sarà un trionfo o un flop al box office, Besson ha realizzato esattamente il film che voleva fare.

Hai dichiarato di aver scoperto i fumetti di Valerian quando avevi 10 anni. Si è trattato di un momento decisivo per te?

Assolutamente! È stata la prima volta che ho visto una ragazza nei panni dell’eroe. Nei miei ricordi Laureline è stata la seconda eroina di cui mi sono innamorato, dopo la bambina che si vede alla fine de Il Libro della Giungla. E nonostante si svolgano nello spazio, sono storie molto umane. Laureline e Valerian scherzano, si divertono e litigano. Credo di avere ancora due o tre numeri da qualche parte, o forse no; perché cresci, hai una discussione con la tua fidanzata e quella butta la tua roba fuori dalla finesta, cose del genere. Leggere quei fumetti ha provocato in me una forte reazione. Anche se il mio desiderio di raccontare una storia non viene da lì. Nasce in un luogo differente.

Sai da dove proviene?

Probabilmente dalla solitudine. I miei genitori si sono separati quando ero molto piccolo e mi hanno messo in un collegio. Per cui ero da solo. La solitudine ti spinge a creare un mondo che ti piace. E non ero molto attratto dalle sigarette e dall’alcool. Quindi scrivere era per me la migliore via di fuga. Puoi avere un vita parallela senza dover infastidire nessuno. Ho iniziato a scrivere quand’ero molto giovane.

Non hai iniziato a immaginare Il Quinto Elemento quando avevi 15 anni?

Avevo 16 anni. Però ho iniziato a scrivere storie quando ne avevo 13. Tutto è iniziato col mio diario, scrivevo qualche parola ogni giorno, dopodiché è diventato per me una specie di droga. È uno strumento di evasione davvero valido e salutare. Ma non mostravo a nessuno quello che stavo facendo, perché la mia ortografia è davvero pessima. La gente arrivava e diceva: “Oh mio Dio, hai fatto così tanti errori!” La cosa mi procurava un po’ di frustrazione, per cui ho smesso di mostrare quello che scrivevo alle persone.

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Anche Tarantino non se la cava granché con l’ortografia.

E neppure Einstein. Direi che sono in buona compagnia.

È vero che in origine avevi in programma di diventare un biologo marino?

Sì, ho sempre amato il mare. Ricordo un giorno di tanto tempo fa, avrò avuto all’incirca 9 anni, ero su una barca per turisti e avvistai un delfino. Dissi: “Fermo!” Ma il pilota della barca, questo vecchietto, rispose: “No, siamo in ritardo”. Perciò mi tuffai con le mie pinne e la maschera, e rimasi in mezzo all’oceano, circondato da questi delfini. La barca tornò indietro 20 minuti dopo, e il tipo si mise a urlarmi come un pazzo. Ma fu un momento meraviglioso, e fece nascere in me il desiderio di fare qualcosa in cui potessi avere intorno i delfini.

Perché hai rinunciato a quel sogno?

Durante un’immersione ebbi un incidente. Il medico mi disse: “Non potrai più fare immersioni”. Mi mandò in frantumi il cuore e la vita, perché ero sicuro che avrei trascorso il resto della mia esistenza in mare. Quel settembre tornai a scuola, e improvvisamente la mia famiglia, il collegio e tutto il resto mi sembravano insopportabili. Ero totalmente depresso. Quel medico mi aveva parlato davvero nel modo sbagliato – dire così a un ragazzino di 17 anni significa spezzarlo in due. Mi ci sono voluti mesi per riprendermi, ed è stato solo il cinema a salvarmi. Un giorno sono entrato in un set per dare un’occhiata, e me ne sono completamente innamorato.

 

E a quel punto stavi già scrivendo Il Quinto Elemento?

Sì! Ma era un libro, non una sceneggiatura. Scrissi 200 pagine, poi però le buttai via perché il materiale non era buono. Allora ne scrissi altre 200. E le buttai via di nuovo. A quel punto ne scrissi 400, e tenni quelle.

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Qual è stata la prima immagine che ti è apparsa?

Una solida piattaforma che ricopriva l’intero Mar Mediterraneo. Simile quasi a un deserto. Non ho idea da dove mi sia venuta. Non l’ho ancora inserita in un film.

Anche senza quella, si è rivelato un film piuttosto scatenato dal punto di vista visivo, tra taxi volanti, cantanti liriche blu e creature ibride tra un elefante e un millepiedi. Hai dovuto lottare per realizzarlo?

Per me è sempre una lotta. Ho combattuto fin dal primo film. Nessuno voleva produrre il mio primo film, perciò ho messo insieme i soldi chiedendo a tutti quelli che sapevo potevano prestarmene. Per Subway i produttori mi hanno detto: “Perché vuoi fare un film in bianco e nero?” Per Nikita la gente dice: “Non sappiamo se sei capace di sopportare un’attrice”. Con Le Grand Bleu mi dicono: “No, no, no, i film sul mare non funzionano mai”. Per Leon mi sono sentito dire: “Perché è così dark? E perché lo vuoi ambientare a New York? Sei francese – dovresti ambientarlo a Parigi”. Ma ogni volta che fai un film di fantascienza, è sempre la stessa storia. “Solo gli americani fanno film di fantascienza. Tu no, non puoi”. Ci sono abituato. E più resistenze incontro, più mi convinco che sia qualcosa che devo fare.

Tuttavia la fantascienza può anche non funzionare, e nel modo più spettacolare. E quando sei partito con Il Quinto Elemento, non avevi mai affrontato prima qualcosa di lontanamente paragonabile a un film di quella portata.

È stato molto difficile. E all’epoca non sono stato per nulla aiutato dal mio produttore. Si prendeva molta cura della parte finanziaria del progetto, ma sotto il profilo creativo era totalmente assente. Per cui ero veramente da solo. Ho fatto del mio meglio, ma gli effetti speciali erano molto laboriosi. Era il periodo subito prima dell’arrivo della CGI, per cui l’abbiamo realizzato con tecniche antidiluviane. Quello che ho scoperto con Valerian è che ora puoi appoggiarti la cinepresa sulle spalle e fare tutto quello che vuoi. Ma a quei tempi ogni ripresa con gli effetti speciali era un vero incubo.

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Immagino sia stata una sfida anche convincere Bruce Willis a indossare quel giubbotto di gomma color arancio brillante…

In realtà Bruce non ha mai dato problemi. Avevo sentito che poteva essere difficile, ma ho scoperto che se non gli racconti balle, lui ti dà retta. Ma arrivati alla fine, odiava quel giubbotto; lo graffiava continuamente. All’inizio feci un interessante patto con lui: se riusciva a starmi accanto un’intera giornata di lavoro, gli davo tre giorni liberi alla settimana. Niente roulotte e il resto delle stronzate. E lui acconsentì. Si sedette su uno scatolone a due metri dalla cinepresa, e rimase lì tutto il giorno a giocare a carte con la truccattrice.

Hai letto l’intervista a Gary Oldman uscita qualche anno fa su Playboy, dove commentava Il Quinto Elemento dicendo “Non lo sopporto”?

Beh, neanche a me piace guardarlo! Non sapevo della sua intervista, ma senti: Gary è veramente uno dei più grandi attori viventi. Ed è uno molto duro con se stesso. Tutti i grandi attori guardano con sdegno quello che hanno fatto in passato. Ma è un atteggiamento sano.

C’è un film di cui pensi la gente abbia parlato male ingiustamente?

Oh sì, Le Grand Bleu, decisamente! Voglio dire, lo lanciai al Festival di Cannes, e fui letteralmente massacrato. Massacrato da tutta la stampa. È stato come un bagno di sangue. A Cannes esiste questa rivista giornaliera dove tutti i critici assegnano al film una, due, tre, quattro stelle. E a Le Grand Bleu l’intero gruppo composto da 15 critici assegnò un doppio zero. Non era mai successo nella storia del festival. Allora la mia reazione fu: “È divertente, sembrano tante bollicine”.

Ti sei occupato di Valerian per tanto tempo. In effetti già negli anni ‘90 avevi scritto una sceneggiatura. Come ti senti adesso che il film è veramente concluso?

Mi sento esausto, ma sono così felice. È talmente diverso da qualunque cosa si veda in giro adesso. Sono stufo di vedere supereroi in calzamaglia. Per me è qualcosa di ridicolo, tipo Robin Hood o roba simile. Quello con Valerian è stato un viaggio lungo, e ci sono stati dei periodi in cui trascorrevo più tempo su Alpha che nel mondo reale. Poi torni a casa e c’è tua moglie che ti chiede di portare fuori la spazzatura, e i tuoi figli che ti tormentano perché vogliono che gli compri un paio di scarpe nuove. Questo ti riporta alla realtà nel giro di pochi secondi.

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Ti sei servito di Instagram per documentare la realizzazione del film. L’immagine dell’ultimo giorno di riprese mostrava tutti coperti di lustrini e coriandoli, a causa di una festa che avevi organizzato segretamente.

Sono un tipo scaltro! Prima che dicessi “taglia”, sono stati fatti cadere 500 kg di coriandoli, con musica e champagne. Tutti quanti piangevamo. Dopo sei mesi, era un momento commovente. Ma non è sempre così divertente come in questo caso. Sai, ho un mucchio di amici che sono grandi chef. E io considero il set come una cucina – dove si urla, si va in ebollizione, si prova, si sbaglia. Il cinema è come il ristorante dall’altra parte della porta: in sala, con gli ospiti in attesa di assaggiare quello che hai fatto. Ma in cucina, lì si urla.

Sei uno che urla?

Penso di aver un modo tutto particolare di mettere tensione sul set. Sono il primo ad arrivare, prima dei macchinisti o degli elettricisti. Questo rende nervosi tutti, perché mi vedono e dicono: “Merda, è già qui”. E non mi siedo mai. Sto là con gli attori tutto il tempo. Quindi faccio pressione facendo semplicemente vedere che non me ne sto in disparte. Arrivo a bordo della mia bici. Nessun assistente personale, niente di quelle sciocchezze. Sono lì per lavorare, e tutti quanti seguono. Per cui non ho bisogno di urlare, in effetti.

Quindi è una faccenda più psicologica?

Oh, è totalmente psicologica. Quando ho iniziato a fare questo mestiere, vedevo il regista come uno seduto sulla sua seggiola a guardare un monitor, con le sue unghie perfettamente pulite e un piccolo foulard intorno al collo. Ma dico, stai scherzando?

Sembri molto fiducioso, ma i fumetti di Valerian sono abbastanza di nicchia. Ti preoccupa che il film possa essere bocciato al box office?

Ormai non mi preoccupo più di queste cose. Onestamente, non lo puoi mai sapere, quindi a cosa serve andare in ansia per questo? Guarda Lucy. Nei piani della Universal, c’era un’aspettativa di guadagno per 120 milioni di dollari in tutto il mondo, e ne ha fatti [quasi] 500 milioni. Avatar ha fissato il nuovo record del mondo, e non viene da nessun posto particolare, eccetto la mente [di James Cameron]. Alla fine, tutto quello che puoi fare è il miglior film che riesci a fare. Lo vedo un po’ come partecipare a una gara. Puoi battere il tuo record personale, ma arrivare sesto. Oppure tagliare il traguardo per primo, ma con un tempo mediocre. Cosa preferisci? Io preferisco battere il mio record; anche se non vinco il primo premio.

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