Il mondo sottosopra

Il mondo sottosopra

Ecco come una coppia di gemelli, cineasti sconosciuti, ha generato un fenomeno della cultura pop e punta a superarlo con Stringer Things 2

Testo Dan Jolin

 

Tutto è iniziato con un tweet di Stephen King. Shawn Levy, produttore esecutivo di Stranger Things e regista di quattro episodi, ricorda quando l’ha letto: era il giorno in cui lo show ha avuto la sua piccola premiere a Los Angeles. Il leggendario scrittore, una delle principali fonti di ispirazione per la serie Netflix, descriveva questa storia divisa in 8 episodi e ambientata nel 1983 come “se stessi guardando un Greatest Hits di Steve King. In senso buono, intendo”.

Poi è arrivata l’e-mail di Steven Spielberg, i cui primi lavori sono stati un’altra enorme ispirazione. Fu sempre Levy a riceverla; conosceva il regista avendo lavorato con lui in Real Steel e ci racconta felice che Spielberg si era mostrato “favorevole e solidale”. Levy gli suggerì di condividere le sue opinioni “con i fratelli”, e Spielberg lo fece. “Li lasciò a bocca aperta”, conferma il produttore.

‘I fratelli’, ovviamente, sono Matt e Ross Duffer, i creatori di Stanger Things, l’horror fantascientifico che mescola It e la Amblin di Spielberg, spuntato fuori dal nulla la scorsa estate come una BMX volante e divenuto uno degli show più popolari di Netflix, guadagnandosi da un giorno all’altro lo status di cult. I waffle Eggo sono diventati un meme, Dungeons & Dragons è qualcosa di figo (beh, più o meno) e lo sfortunato personaggiodi Barb (Shannon Purser) ha ispirato i fan commossi a fotografarsi nei panni di lei, aggiungendo l’hashtag #WeAreAllBarb.

Un anno dopo i Duffer sono ancora senza parole. “Senti le persone di cui hai sempre ammirato il lavoro dirti: ‘Continuate a fare quello che state facendo’”, dice Matt con orgoglio. Benché lui e Ross mantengano il riserbo su chi altri li abbia contattati, Empire ha saputo che Andrew Stanton della Pixar era tra questi: l’abbiamo scoperto perché, quando abbiamo parlato con i due fratelli a luglio, stavano per iniziare il mixaggio sonoro dei due episodi diretti da Stanton, dopo che questi aveva offerto con entusiasmo i propri servigi. “Abbiamo imparato a scrivere sceneggiature rivendendoci in loop Toy Story”, spiega Matt. Considerata la qualità e l’incredibile successo riscosso da Stranger Things, pochi negherebbero che questi gemelli di 33 anni originari di Durham, North Carolina, si siano meritati tutte queste lodi dai loro colleghi. Tuttavia non hanno l’aria di essere così sicuri di se stessi. Ricordano quando, a febbraio, partecipando ai Directors Guild of America Awards (avevano ricevuto la nomination per la Miglior Regia in una Serie Drammatica) si sono trovati nella stessa stanza con Christopher Nolan, Ridley Scott e Peter Weir. “Mi sentivo semplicemente in imbarazzo, – dice Matt con una smorfia di vergogna – non avevo il coraggio di avvicinarmi a nessuno. Ricordo solo di essere rimasto lì a fissare Michael Mann. Metteva un po’ di soggezione”.

Per loro sono state molte le emozioni con cui fare i conti. E anche se ora è difficile crederlo, all’inizio erano preoccupati che il loro show si potesse smarrire, in mezzo a così tante serie importanti e già avviate che attiravano l’attenzione. “La settimana prima di noi partiva la seconda stagione di Mr. Robot, – dice Ross – il nostro stato d’animo era del tipo: ‘A nessuno importerà nulla del nostro show’”. La mattina seguente il lancio di Stranger Things, osò dare una sbirciata a Twitter. “Fu uno shock. La gente aveva già finito di vederlo. A quel punto ci siamo detti: ‘Beh, a quanto pare a qualcuno piace’. Dopodiché si è scatenata la valanga”.

In maniera analoga la cosa aveva colto di sorpresa anche le star dello show. “Pensavo che sarebbe stato un disastro”, sghignazza David Harbour, che interpreta il rintronato sceriffo Jim Hopper e che, forse anche grazie al successo della serie, sarà il nuovo Hellboy per il cinema. “Per tutto il tempo siamo stati semplicemente esausti e nervosi, e non pensavamo che avrebbe funzionato. Ho sempre amato questo show, ma ero convinto che sarebbe stato un programma di nicchia apprezzato solo dai nerd”.

Winona Ryder, che interpreta l’eroica mamma Joyce Byers, è rimasta sbalordita dalla portata del suo successo. “Non credo di essermi ancora resa conto dell’importanza che ha raggiunto, – ci spiega – mi è stato detto che si tratta di un vero e proprio fenomeno, ma il fatto è che mi riesce difficile dirlo a me stessa. Credo che lo show attragga le persone su più livelli,sia che si tratti di un pubblico cinefilo che ama i riferimenti agli anni ‘80 sia che sia un pubblico più giovane che così può gettare uno sguardo su un mondo in cui non c’era ancora Internet”.

Niente male per un programma che, secondo le parole di Matt Duffer, non era stato tarato per il consumo su larga scala. “Cerchi semplicemente di scrivere qualcosa che tu stesso vorresti vedere, per cui mi ha lasciato di stucco che sia stato accolto dal pubblico mainstream”. Eppure, per quanto siano rimasti sopraffatti dal successo ricevuto, in quel momento preciso i due fratelli ne avrebbero fatto volentieri a meno. “Ci ha un pochino distratti, – confessa Matt – mentre lo show si stava creando il suo pubblico, noi eravamo già immersi nella scrittura della seconda stagione”.

Il fatto che i Duffer avessero già cominciato a scrivere Stranger Things 2, ancor prima di sapere quanto fosse salita negli ascolti la prima stagione, non fu un atto di presunzione, precisa Matt. “In quel momento Netflix non aveva mai realizzato una seconda stagione. Non avevano mai cancellato nessun programma, quindi ci siamo detti: ‘Anche se avremo un successo modesto, riusciremo a fare la stagione due. Allora sì potrebbero cancellarci’”. Se può sembrare riluttante all’idea di abbracciare il successo, è per una buona ragione. Nel 2012 Ross e Matt girarono il loro primo film, Hidden – Senza Via di Scampo, un thriller post-apocalittico con Alexander Skarsgård e Andrea Riseborough, che speravano avrebbe segnato la loro grande svolta. “Invece va a finire che il film viene gettato via e a nessuno gliene frega niente, – racconta Matt – sappiamo cosa vuol dire pubblicare un prodotto, metterci dentro tutta l’anima e non avere nessuno a cui importi qualcosa. È doloroso”.

Decisero quindi di abbandonare il cinema e presero parte alla serie mystery di M. Night Shyamalan Wayword Pines, dove impararono a lavorare per la tv, guadagnando abbastanza da potersi prendere un anno di pausa da dedicare allo sviluppo di Stranger Things, uno show che rappresentava il loro tentativo di catturare il feeling che provavano leggendo i romanzi di Stephen King nella loro camera da letto. “Ci piaceva l’idea di come sarebbe stato adattare uno dei suoi romanzi più importanti a questo format televisivo moderno e stratificato”, spiega Matt.

Ross ci racconta che in origine il progetto, ben prima che Netflix lo acquisisse, era stato concepito come “un film di otto ore o una serie limitata. Finché, a un certo punto, ci siamo resi conto che poteva andare avanti”. In ogni caso, aggiunge, la seconda serie funziona come “una stagione autonoma”. Proprio come nella prima stagione i gemelli hanno prestato particolare attenzione al cinema degli
anni ‘80 (E.T. – L’Extra-Terrestre, Fenomeni Paranormali Incontrollabili, Nightmare – Dal Profondo della Notte…). In questo caso, oltre a rendere un evidente tributo a Ghostbusters e Gremlins, hanno tenuto presente i grandi sequel di quell’epoca.

“James Cameron è il maestro dei sequel, – spiega Ross – prende quello che funziona e non lo ripete solamente, ma lo espande e lo fa crescere. Ci sono venute un mucchio di idee entusiasmanti, ma non siamo riusciti a inserirle tutte. Tuttavia è una stagione di ampio respiro, che ci ha aiutato ottenere le risorse necessarie per portarla a termine”. In base al finale della prima stagione, qualcosa ha fatto ritorno dalla demoniaca dimensione oscura, il Sottosopra, insieme al povero Will Byers (Noah Schnapp); qualcosa che fa somigliare il Demogorgone a un’irascibile pianta carnivora venusiana. “Sono presenti nuove entità malvagie e i pericoli sono maggiori, – dice Levy – è una storia più intensa, con immagini di gran lunga più potenti e cinematografiche”.

Levy ricorda la frustrazione provata mentre dirigeva la scena, nella prima stagione, in cui il Demogorgone esce dal muro dei Byers, e di alcune inquadrature “dove si vede molto chiaramente che è un tizio alto e magro dentro a un costume”. Immersi nell’estetica anni ‘80, i Duffer erano entusiasti all’idea di avere il maggior numero possibile di effetti speciali tangibili, a prescindere dalle esigenze di budget. Levy sorride: “Ora penso che i due fratelli riconoscano il valore della magia digitale, quando è in grado di rendere reale un’enorme e immonda… cosa”.

A inizio Maggio, quando Empire fa visita alla cittadina afflitta da fenomeni soprannaturali di Hawkins, nell’Indiana – o meglio agli EUE/Screen Gems Studios di Atlanta – non abbiamo visto niente di enorme e immondo, fatta eccezione per la chioma sfoggiata dal rubacuori Steve Harrington (anche se bisogna ammettere che all’attore Joe Keery si addice molto quel taglio ad ala di gabbiano). Tuttavia c’era un immenso indizio su ciò che sarebbe potuta essere questa ‘cosa’, nello stile decorativo tipicamente fuori di testa dalla famiglia Byers, e che in Stranger Things 2 è l’equivalente delle luci di Natale della prima stagione. Ovviamente Empire non ne sapeva nulla e vi raccontiamo le nostre impressioni di allora, prima di vedere i nuovi episodi. Stavano girando la scena in cui le pareti, il pavimento e il soffitto di casa Byers erano completamente tappezzati da fogli di carta: fogli A4 da disegno, pagine strappate dall’elenco telefonico, brandelli stracciati di carta da regalo. Su ogni foglio gli scarabocchi grigi, blu e rossi fatti con un pennarello, in modo che insieme formassero un’immensa e mostruosa figura che si avvolge e striscia intorno all’arredamento. C’era qualcosa che conferiva a quest’opera l’aspetto di una vita parassita, e oltretutto ricordava un inquietante verme. Tutto questo appariva come il risultato di uno sforzo creativo furioso di Will, il quale, benché fosse trascorso un anno da quando sua madre e lo sceriffo l’avevano riportato indietro dall’opprimente Sottosopra, non sembrava essersi pienamente ripreso. In questa scena, pallido e debilitato, era sul divano malconcio col fratello maggiore Jonathan (Charlie Heaton), rannicchiato accanto a lui, che in lacrime gli diceva: “Mi dispiace, davvero. Mi dispiace ma non ero lì”.

Erano presenti anche molti membri della banda. Nancy (Natalia Dyer) appoggiava una mano sulla spalla di Jonathan, con accanto il suo fidanzato Steve. Lo sceriffo Hopper era al telefono in preda alla collera, urlando a qualcuno: “Io sono la polizia! Sceriffo! Jim! Hopper!”. E i giovani combattenti di mostri Lucas (Caleb McLaughlin), Dustin (Gaten Matarazzo) e Mike (Finn Wolfhard) sedevano a tavola, scambiandosi occhiate con la nuova amica Max, il maschiaccio appena arrivato dalla California, interpretata da Sadie Sink.

Max non è la sola new entry del cast. L’attore australiano Dacre Montgomery (visto nei Power Rangers) si unisce al gruppo nei panni di Billy, il fratello maggiore di Max: “L’antagonista”, secondo le sue parole; quello che porta un po’ di “ingredienti alla Jack Nicholson” da aggiungere alla miscela. “Billy è imprevedibile, mette gli altri sotto pressione, in questo è molto simile a Jack in Shining”.

Contemporaneamente anche Paul Reiser va a occupare un altro ruolo da antagonista nei panni del Dr. Owens, il rimpiazzo di Brenner in Stranger Things 2. “Sono stato un suo fan per molto tempo, – racconta Matt Duffer – A Cena con gli Amici è uno dei miei film preferiti e poi ovviamente c’è il collegamento con Aliens – Scontro Finale”. All’inizio lui e Ross avevano immaginato il personaggio come “un tipo alla Paul Reiser”, addirittura chiamandolo Dr. Reiser nelle prime bozze della sceneggiatura. Poi hanno pensato di provare a chiedere al vero Reiser. Si è scoperto che questi guardava lo show insieme al figlio adolescente, perciò lo conosceva bene. “Quando abbiamo pranzato con Paul, si sentiva che lui era già dei nostri. È stato fantastico”, dice Matt.

Inoltre ora possono vantare la presenza di un vero Goonie nel cast. “Matt e Ross mi hanno detto di essere stati molto riluttanti all’idea di prendere me, a causa del mio forte legame con gli anni ‘80”, rivela Sean Astin, che interpreta il mite impiegato di Radio Shack Bob Newby. “Senza dubbio si avverte un omaggio molto forte a quell’epoca, ma deve funzionare in un modo tutto suo. Bob è autentico, ottimista e responsabile”. Stando alle parole di Matt, certamente non volevano che la presenza di Astin fosse “invadente o troppo concentrata su di sé” o qualcosa che potesse distogliere l’attenzione. È andata semplicemente così: “Per una qualche ragione, è riuscito a inserirsi nel cast benissimo”.

Per quanto le cose si siano ampliate, Levy precisa che non si sono voluti perdere di vista “gli elementi principali” dello show, riferendosi “ai membri storici e regolari del cast, alle loro relazioni e i loro sacrifici. Più di ogni altra cosa amo questi personaggi, e sono convinto che il nostro pubblico la pensi allo stesso modo”. È iniziato tutto con la comitiva riunita nervosamente nel soggiorno dei Byers, in mezzo agli inquietanti disegni di Will, con Joyce e Undici, la bambina dotata di poteri psichici (Millie Bobby Brown),
che ha fatto ritorno. Per Brown questo ‘sequel’ dà la sensazione di essere molto diverso dall’originale; e non sta parlando semplicemente di quanto siano cresciuti in altezza gli attori bambini, o di come le loro voci si siano fatte più profonde. “È molto più dark, molto più avvincente, – spiega a Empire – andiamo nel passato dei personaggi, scavando veramente dentro di loro, per cui alle emozioni è dato un po’ più spazio”.

 

Probabilmente il cambiamento più significativo è il passaggio al centro della scena dell’ex bambino scomparso Will. “Lo scorso anno comparivo solo in alcuni episodi, – spiega Schnapp – ma quest’anno sono totalmente presente. La stagione 2 spiega in che modo il Sottosopra ha colpito Will. Mostra le conseguenze di quello che è accaduto”.

In principio, quando i Duffer scritturarono Schnapp, sapevano bene che avrebbe avuto un ruolo centrale nella nuova stagione, per cui dovevano assicurarsi che dal provino, secondo le parole di Ross: “venisse fuori l’anima vera della parte”. Eppure, sostiene sempre Ross, la sua interpretazione è stata
di gran lunga superiore alle aspettative. “Ci ha letteralmente lasciati a bocca aperta, così come ha fatto Millie nella prima stagione; sapevamo che era brava, ma non che fosse così brava. Questa volta è arrivato Noah, e con la sua performance ha semplicemente scioccato tutti. Penso sia questa la differenza più grande tra le due stagioni”.

Naturalmente Will non è stato l’unico a risentire degli effetti della folle spaccatura dimensionale presente nella scorsa stagione. Natalia Dyer aveva anticipato a Empire che Nancy non si era ancora del tutto ripresa dalla tragica e orribile fine della sua amica del cuore Barb. Ciò era dimostrato anche dalla presenza in studio, nella stanza degli oggetti di scena, di una raccolta di foto di Barb selezionate con cura: un autentico altarino. “Troviamo Nancy mentre affronta e cerca di superare quello che è successo nella passata stagione, – dice – quel che è certo è che lottiamo per Barb”. #JusticeforBarb era un altro hashtag ispirato alla confidente di Nancy, passata a miglior vita troppo presto, e la Dyer non prova imbarazzo a citarlo: “Penso a Barb e penso… alla giustizia”, dice sorridendo.

Per Ross, invece, la questione della ricaduta generale è un po’ più complessa: “Molti degli aspetti che ci stavano a cuore riguardano il modo in cui una persona reagirebbe agli eventi accaduti l’anno precedente, – dice – le persone si sforzano di nascondere il problema sotto al tappeto, facendo finta che questa cosa terribile non sia mai successa. Non mi riferisco solo ai cattivi che stanno al governo, ma anche ai nostri protagonisti. Cercano di essere normali e di andare avanti, ma in realtà non stanno davvero affrontando il problema. Vedremo come tutto questo tornerà alla fine”.

In maniera analoga Stranger Things ha avuto un enorme impatto anche nelle vite dei suoi giovani protagonisti. “Il successo precoce è fatale”, riflette Harbour, mostrando preoccupazione per i suoi co-protagonisti adolescenti. “Sono solo in pensiero per loro, che possano diventare così famosi”. Tutto questo non sembra preoccupare molto McLaughlin. “Non è stato affatto male”, ci assicura, riferendosi all’attenzione che ha ricevuto. “Non ho percepito grande odio”.

“Io invece ho scoperto che la gente può essere molto aggressiva, – interviene Matarazzo – apprezzo molto il sostegno da parte di tutti, ma quando ti trovi in una situazione pubblica e qualcuno ti urla: ‘Ehi! Tu sei Dustin di Stranger Things!’ allora dico: ‘Ehi amico, mi stai facendo saltare la copertura!’”

Wolfhard racconta un episodio avvenuto in un Whole Foods Market, quando è stato avvicinato da una fan che voleva scattarsi un selfie con lui. Dopo averlo trascinato in una zona più illuminata e aver fatto sette diverse foto insieme, si è voltata e gli ha detto: “Cavoli, come avrei voluto incontrare Undici”. Gli altri ragazzi esplodono in una fragorosa risata. “Oddio, – farfuglia Matarazzo – è la migliore storiella del mondo! È semplicemente esilarante!”.

Il gruppo sembra molto unito nella realtà, così come lo è a Hawkins. E grazie alle storie che si sentono degli scherzi fatti sul set (di cui Brown e Schnapp sono i campioni indiscussi, dopo quella volta che hanno fatto una telefonata fasulla alla costumista per dirle che il suo viaggio di nozze era stato cancellato), non sembrano aver perso l’innocenza tipica della loro età. “Quando ci hanno fatto i provini per il casting, quella che stavano cercando era l’intesa perfetta e l’hanno trovata”, afferma Schnapp. E come dice Brown: “Siamo un concentrato di energia”.

Per i Duffer, questi bambini sono il vero motivo per cui il loro show è passato, beh, da zero a undici – più della nostalgia per gli anni ‘80, più della gelida colonna sonora fatta al synth e, soprattutto, più del taglio visivo retro. “La gente entra in sintonia con Gaten, Millie, Finn e Caleb, – dice Matt – ecco perché è un successo. Grazie a loro”.

Stranamente, all’epoca in cui iniziavano a promuovere lo show, il fatto che i protagonisti fossero dei ragazzini fece storcere il naso a diversi potenziali acquirenti. “Non avevo mai visto in tv qualcosa con dei bambini protagonisti che non fosse rivolto ai più piccoli, – precisa Matt – tutti dicevano: ‘Non potete farlo così’”. Volevano eliminare i bambini e che rimanesse “solo il personaggio dello sceriffo”. I fratelli invece rimasero fedeli alla loro linea. Empire è curioso di sapere se in parte ciò sia dovuto al fatto che questi bambini sono essenzialmente loro, Matt e Ross, quando erano pre-adolescenti.

“La ragione per cui ci siamo innamorati dei Goonies è perché quei ragazzini sullo schermo si comportavano esattamente come noi con i nostri amici, – spiega Matt – davano l’idea di essere veri e autentici. Ed è questo che abbiamo cercato di fare quando abbiamo scritto la storia e fatto il casting. A quell’età frequentavamo altri bambini e passavamo il tempo a fare giochi da nerd, per cui scrivere quelle scene non è stato particolarmente impegnativo”. Si mette a ridere: “Non avrei mai creduto di passare di nuovo così tanto tempo insieme a dei dodicenni e tredicenni nella mia vita. Sotto certi aspetti sono diversi, ora hanno gli smartphone, ma somigliano ancora molto a come eravamo noi alla loro età. Perciò penso sia molto salutare averli costantemente intorno. È un beneficio per lo show”.

Esattamente quanto tempo ancora i Duffer dovranno trascorrere con queste versioni SnapChat di loro stessi da giovani non è dato saperlo. Tuttavia ci sono sicuramente “strane cose” all’orizzonte. “Non riusciremo a chiuderlo con la terza o la quarta stagione”, ci risponde Ross quando gli chiediamo se questa potrebbe essere, nella più classica tradizione dei sequel cinematografici, una trilogia. “C’è un po’ troppo materiale. Però stiamo veramente gettando le basi per quello che, nella nostra visione, rappresenta l’arco dello show in questa prossima stagione. Probabilmente avremo bisogno di cinque stagioni per portare a termine la storia. Difficilmente andremo oltre”.

Tuttavia non vogliono approfittare del favore del pubblico. “Oggi, la cosa bella della tv è che puoi raccontare delle storie molto più contenute, – riflette Matt – anche se stai avendo successo, non devi per forza andare avanti per sette stagioni se non vuoi. E non credo che saremmo capaci di sostenere una cosa simile. Desideriamo solo raccontare storie ambientate in questo posto finché ci sembra giusto farlo, e poi togliere il disturbo prima che inizi ad andare in caduta libera”.

Non si può dire che abbiano fretta di abbandonare il loro inquietante Indiana, anche se, nell’opinione di Levy: “I fratelli potrebbero realizzare dei film, ora” e magari anche al livello dei registi più ammirati. “Sanno bene che il livello di autorialità che vantano su Stranger Things non ha praticamente eguali nel cinema. Sono sufficientemente maturi e lucidi da rendersene conto”. Il produttore, che descrive se stesso come una specie di “fratello maggiore di questi gemelli”, allarga un brillante sorriso da un milione di dollari: “Non andranno da nessuna parte, per un po’”.

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