Menti pericolose

mindhunter, david fincher, holt mccallany

L’ossessione di David Fincher per i serial killer, ci ha dato Seven e Zodiac, ora il regista torna sul tema con MindHunter, questa volta entrando nella loro psiche come nessuno ha mai fatto prima.

Testo Nev Pierce

È una pungente mattina di settembre del 2016 e il regista 54enne è con la sua troupe nella hall del commissariato di polizia di Pittsburgh, Pennsylvania, riadattato per sembrare il Dipartimento di Polizia di Adairsville, Georgia, negli anni ’70. Tiene in mano le ‘parti’ del suo nuovo show: le pagine della sceneggiatura del giorno sono state messe insieme nell’ordine sbagliato. “Okay, ci siamo quasi, – dice a gran voce, togliendo le graffette – fate entrare gli attori!”. Pochi istanti dopo, gli attori principali di Mindhunter attraversano la hall, camminano sul pavimento color zaffiro, passando di fianco al distributore delle sigarette e a una parete ricoperta di manifesti con la scritta ‘Wanted’. Holt McCallany ha un taglio di capelli corto che incornicia il suo volto da cane da guardia, una camicia bianca a maniche corte sulla sua figura imponente e una cravatta piuttosto sobria (per essere negli anni ‘70). Interpreta l’agente dell’FBI Bill Tench, liberamente basato sul compianto Robert Ressler, pioniere del Psychological profiling. Sembra uno pronto a menare le mani. Ma quando si ferma vicino a Fincher è calmo, quasi ossequioso: “David, posso farti una domanda?”.

Il co-protagonista di McCallany, Jonathan Groff, passa velocemente dietro di lui – quasi correndo, ma con eleganza. Indossa una camicia blu cenere, pantaloni grigi di sartoria e un’espressione raggiante sul volto che indica come questo non sia solo un lavoro ma una vera e propria avventura da vivere appieno. Interpreta Holden Ford, anch’egli liberamente ispirato a un vero agente, John Douglas, al cui libro si rifà la serie prodotta da Netflix, Mindhunter. Per quanto riguarda i metodi d’investigazione, Douglas era uno all’avanguardia: la sua idea era parlare ai serial killer detenuti dietro le sbarre per comprendere i loro istinti più oscuri e aiutare la polizia nelle indagini in corso. Questi erano gli agenti dell’FBI che dovevano improvvisarsi psicologi. È questa prospettiva che ha subito intrigato Fincher, un regista da sempre affascinato dall’universo dei serial killer ma che non aveva mai visto la loro psiche analizzata in questo modo.

“Il fatto che questa gigantesca macchina burocratica, pensata per combattere il crimine, si confrontasse con il comportamento criminale su un livello del tipo: ‘Bene, cerchiamo di capire di che si tratta’ – spiega – è molto interessante”. La scena che stanno per girare riassume un po’ il senso di tutto lo show. Holden sta spiegando a un poliziotto locale come intende interrogare il sospettato dell’omicidio di una ragazza. Vuole farlo aprire, cercare in qualche modo di comprenderlo, far sembrare di provare empatia per lui. In buona sostanza: una roba piuttosto inquietante. Le macchine da presa iniziano a girare, inizia lo scambio di battute, il poliziotto si gira verso Tench e gli chiede perplesso: “È una cosa di voi dell’FBI?”. Lui risponde, laconico: “È una cosa sua”. “Stop!” urla Fincher. “Avanti con la prossima scena!”. C’è un momento di sconcerto generale, in cui tutti sono colti di sorpresa. Poi scoppiano a ridere, quando sia il cast sia la troupe si rendono conto che il regista – non esattamente uno timido quando si tratta di girare le scene più volte – li sta semplicemente prendendo per il culo. L’attenzione maniacale al dettaglio di Fincher è simile a quella di un profiler dell’FBI, e difficilmente andrebbe di fretta per una scena così ricca di sfumature come questa. Andando verso i monitor, dice: “Ok, mostramela di nuovo. Voglio vedere tutto quello che è andato a puttane”. Un elenco delle cose che ‘sono andate a puttane’ in Mindhunter sarebbe abbastanza lungo. È uno show che si confronta con il comportamento umano più violento e depravato.

Il malaffare non è una novità, ovviamente, per il principale regista e produttore esecutivo. Ma il ritorno di Fincher in Netflix – dopo il debutto di House of Cards nel 2013 – potrebbe segnare un’evoluzione per il suo storytelling, essendo oggi un lavoro maggiormente incentrato sul personaggio che in passato (Fincher ha diretto quattro dei dieci episodi, mentre gli altri portano la firma di Dane Tobias Lindholm (A Hijacking), Brits Andrew Douglas (uwantme2killhim?) e Asif Kapadia (Senna). Lo descrive come uno show incentrato su “momenti e pause”, invece delle trame a ritmo sostenuto dei crime procedurals che si vedono di solito sul piccolo e grande schermo. “È una messa in scena molto più teatrale, – riflette – ha molto a che fare con un tizio seduto a un tavolo con i polsi ammanettati, cercare di farsi raccontare cosa gli passava per la testa mentre commetteva alcuni degli atti più efferati contro un essere vivente che si possano immaginare”. Il tempo che impiega lo show a esplorare il comportamento criminale – a entrare nelle menti degli assassini – è una delle cose più interessanti, piuttosto differente rispetto alle precedenti sortite di Fincher nel sottogenere serial-killer.

È stata Charlize Theron, in qualità di produttrice, a consegnarli il libro e, dopo una falsa partenza con un altro sceneggiatore, a presentarlo a Joe Penhall, che lei conosceva dai tempi di The Road. Penhall ha scritto un pilota e un soggetto di serie, che prendeva spunto da veri casi di cronaca ma romanzava le figure degli investigatori, così da avere licenza drammatica e poter dare forma allo show. Ovviamente, tra Seven, Zodiac, Millennium – Uomini che Odiano le Donne, Fincher ha avuto a che fare con un numero piuttosto alto di assassini seriali. L’interesse in lui per l’argomento potrebbe risalire all’infanzia. Il padre era un giornalista, la madre faceva l’infermiera in un istituto psichiatrico, e le conversazioni che avevano per argomento i killer non erano infrequenti. “Ci sono stati parecchi serial killer negli anni ‘70, – ricorda – e probabilmente abbiamo parlato di molti di loro. Mia madre insisteva molto sulla nozione di riabilitazione e mio padre invece era più sul ‘Una volta che ti rendi conto di cosa stiamo parlando, probabilmente hai meno empatia verso questi soggetti’. Forse è questo il motivo che ha reso Mindhunter così interessante ai miei occhi. E poi, sai, ogni volta che posso incolpare i miei di qualcosa, lo faccio per principio”. “Penso che una delle cose che rende intrigante lo show è il fatto di guardare qualcosa che non ci è completamente estraneo e che prende lentamente forma davanti ai nostri occhi, – dice Jonathan Groff – ti sembra davvero di vedere la scintilla di un’idea nella testa di qualcuno”.

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Per quanto oggi diamo per scontata la nozione di psychological profiling, negli anni ‘70 era qualcosa di completamente nuovo. In questo senso, anche se Mindhunter tratta il tema dell’omicidio, ha qualche punto di contatto con un altro titolo diretto da Fincher, il pluripremiato The Social Network, perché allo stesso modo tratta il tema dell’invenzione. A dire il vero, Fincher conosceva Groff da lì, piuttosto che dal suo lavoro in TV (“Penso che la cosa ti sorprenderà, – dice il regista – ma non ho mai visto Glee”). L’attore – che ha in seguito riscosso un grande successo interpretando Giorgio III nel musical di Broadway campione di incassi Hamilton, e che adesso conduce il podcast online 36 Questions – aveva partecipato ai provini per la parte dell’imprenditore Sean Parker (poi affidata a Justin Timberlake). “Avrebbe interpretato la parte alla grande, – dice Fincher – ma gli manca completamente ogni forma di venalità”.

È la purezza di Groff – un senso di pura, innata onestà – che lo rende perfetto per la parte di Ford, un personaggio determinato e ambizioso, ma per le giuste ragioni. “All’inizio dello show sta avendo una crisi esistenziale, – dice Groff – nella prima scena del primo episodio vive un’esperienza che gli stravolge l’esistenza e che gli fa pensare che forse tutto l’addestramento che ha ricevuto dall’FBI non è abbastanza per fare bene questo lavoro nel mondo reale. Con il suo partner, Tench, un compare inizialmente riluttante, Ford inizia a intervistare i serial killer. “Che all’epoca, nei tardi anni ‘70, non erano nemmeno chiamati serial killer, – spiega Groff – quella è un’espressione creata dalla Behavioural Science Unit dell’FBI”. L’atteggiamento di molte persone riguardo al lavoro dell’unità di scienza comportamentale è piuttosto scettico, per non dire di peggio.

Il personaggio interpretato da Holt McCallany si colloca a metà strada tra la vecchia e la nuova scuola: è rimasto sconvolto e indurito dalla brutalità e dalla banalità del male, ma riesce a vedere il valore nel cercare il pluripremiato The Social Network, perché allo stesso modo tratta il tema dell’invenzione. A dire il vero, Fincher conosceva Groff da lì, piuttosto che dal suo lavoro in TV (“Penso che la cosa ti sorprenderà, – dice il regista – ma non ho mai visto Glee”). L’attore – che ha in seguito riscosso un grande successo interpretando Giorgio III nel musical di Broadway campione di incassi Hamilton, e che adesso conduce il podcast online 36 Questions – aveva partecipato ai provini per la parte dell’imprenditore Sean Parker (poi affidata a Justin Timberlake). “Avrebbe interpretato la parte alla grande, – dice Fincher – ma gli manca completamente ogni forma di venalità”. È la purezza di Groff – un senso di pura, innata onestà – che lo rende perfetto per la parte di Ford, un personaggio determinato e ambizioso, ma per le giuste ragioni.

“All’inizio dello show sta avendo una crisi esistenziale, – dice Groff – nella prima scena del primo episodio vive un’esperienza che gli stravolge l’esistenza e che gli fa pensare che forse tutto l’addestramento che ha ricevuto dall’FBI non è abbastanza per fare bene questo lavoro nel mondo reale. Con il suo partner, Tench, un compare inizialmente riluttante, Ford inizia a intervistare i serial killer. “Che all’epoca, nei tardi anni ‘70, non erano nemmeno chiamati serial killer, – spiega Groff – quella è un’espressione creata dalla Behavioural Science Unit dell’FBI”. L’atteggiamento di molte persone riguardo al lavoro dell’unità di scienza comportamentale è piuttosto scettico, per non dire di peggio. Il personaggio interpretato da Holt McCallany si colloca a metà strada tra la vecchia e la nuova scuola: è rimasto sconvolto e indurito dalla brutalità e dalla banalità del male, ma riesce a vedere il valore nel cercare nuovi metodi per catturare gli assassini. La sua è una scelta di cast azzeccata.

McCallany ha avuto una carriera da caratterista costruita su interpretazioni di veri duri, con una probabile vetta nei panni del pugile affetto da demenza in Fuori dal Ring su FX. Ma Fincher lo conosce da oltre 25 anni, avendolo fatto recitare in Alien 3 e Fight Club e vede la sensibilità e l’umorismo sotto quella corazza in teflon — una profondità che Mindhunter sfrutterà più avanti nello show. “Il mio ragazzo, Tench, non ha lo stesso grado di empatia per gli assassini che il personaggio di Jonathan spesso mostra di avere, ma ha una mente curiosa ed è un buon detective,” dice McCallany. Lo stesso vale per l’attore in persona. La domanda che ha rivolto a Fincher non era un fatto insolito — è un inquisitore implacabile per i registi con cui lavora. “Il serial killer ti uccide e profana il tuo cadavere. Ma quello che ti fa le domande in modo seriale ti annoierà a morte durante i lunghi mesi di riprese”. La “terza gamba del treppiede”, nelle parole di Fincher, è Anna Torv che interpreta la dottoressa Wendy Carr, una psicologa che vede una grande opportunità nel lavoro di Tench e Ford: la possibilità di capire davvero che cosa crea un assassino.

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“Lei vuole spingerli a proseguire par fare sì che diventi uno studio vero e proprio,” dice Torv, che potreste riconoscere come l’agente dell’FBI alle prese con indagini sul paranormale in Fringe. Per prepararsi al lavoro in Mindhunter, Torv ha letto parecchio e “è stato un po’ come entrare nella tana del Bianconiglio – tutto è così a portata di mano, su Internet”. Fino al punto in cui ha dovuto razionalmente fare un passo indietro, perché la natura cosi orribile dei crimini aveva iniziato a farla sentire vulnerabile. Ma in ogni caso, ha dovuto provare a vedere il materiale attraverso gli occhi del suo personaggio, che prova un enorme senso di empatia. “Perché ti capita di analizzare il passato di questi individui, – dice la Torv – e non c’è uno che abbia avuto un’infanzia davvero felice e che poi tutto d’un tratto abbia deciso di uscire e picchiare a morte qualcuno”. Il cast è stato chiamato a riflettere chiaramente su questioni morali: la natura del male; la possibilità di ravvedimento, se non di redenzione. “La cosa che mi ha davvero colpito di più è capire quanto sia facile bollare le persone come buone o malvagie,” dice Groff (che Fincher descrive, a ragione, come “l’uomo più dolce del mondo”). “E dopo aver passato quasi un anno a Pittsburgh, seduti ad ascoltare le storie di queste persone, è inevitabile rimanere coinvolti nella loro complessità”.

McCallany, forse in sintonia con il suo personaggio, sembra meno ambiguo riguardo la potenziale riabilitazione di queste persone — anche se colpisce come nessuno coinvolto nello show sembri completamente certo della propria opinione. “Ero a Quantico [alla FBI Academy] e ho incontrato alcuni dei ragazzi che attualmente sono nell’unità di scienze comportamentali, quella che ora chiamano Behavioural Analysis Unit,”ricorda. “Se chiedete ai ragazzi delle forze dell’ordine, l’esempio che spesso fanno è: ‘Immagina di preparare una torta. Ci sono uova, farina, latte e zucchero e un sacco di ingredienti perfettamente normali. Ma immagina che, appena prima di mettere la torta in forno, un po’ di olio motore finisca per sbaglio nell’impasto. Bene, quando quella torta esce dal forno, si può togliere l’olio motore? No, non è possibile’. È così che la pensano”. Potrebbe non esserci alcuna cura, ma forse ci può essere prevenzione. Che è parte di ciò che ha guidato il lavoro di Douglas e Ressler. Facendo visita a Quantico, Fincher è arrivato in un seminterrato, trovandosi faccia a faccia con un manichino a grandezza naturale di Hannibal Lecter, l’icona del serial killer per eccellenza. “Il Silenzio degli Innocenti è stato uno strumento di reclutamento enorme,” dice il regista che, quando gli è stato chiesto dalle sue guide dell’FBI cosa volesse fare con Mindhunter, ha risposto di avere intenzione di spogliare la figura del serial killer da quell’aria da super cattivo.

“Credo che Dennis Rader [‘il BTK Killer’] fosse un sacco di cose diverse, Gary Ridgway [‘Il killer del Green River’] idem, così come Richard Ramirez [‘The Night Stalker’], – dice – ma non certo esperti di cucina. Vogliamo mostrare queste persone per quello che erano veramente, qualcosa di piuttosto triste e umano. Anche se l’aspetto tenuto nascosto è questa parte profondamente disumana”. È un’attitudine che non ti aspetteresti dall’uomo che una volta ha messo la testa di Gwyneth Paltrow dentro una scatola. Ma sembra esserci dell’empatia qui. Ricorda Fincher: “Jeffrey Dahmer [cannibale, necrofilo e assassino di 17 persone] disse: ‘Sono sessualmente eccitato dal vedere le viscere delle persone’”, poi fa una pausa, prima di aggiungere ironicamente: “Ok, beh, non che in giro ci siano un sacco di club per quel tipo di svago… Creme solari, birra e gomme da masticare e automobili sono vendute mettendo in mostra la scollatura di una bella ragazza, oppure gli addominali di un tizio palestrato – c’è questa scintilla di impulso sessuale che ci appartiene in quasi ogni tipo di comunicazione. Se però per qualcuno questo non funziona, come deve sembrargli il mondo? Voglio dire, ho visto le fotografie dalle scene del crimine di Jeffrey Dahmer. Era un essere subumano, senza ombra di dubbio.

E comunque non puoi fare a meno di ascoltarlo e pensare: ‘Ci sarebbe stata qualche possibilità se fossimo arrivati a lui prima?’”. Ma l’empatia non è certo qualcosa che si prova all’infinito. “Mi piace pensare di essere un liberale, – dice Fincher – eppure ci sono momenti in cui mi sorprendo a pensare: ‘Datemi una pala, della calce viva e smettiamola di preoccuparci del processo d’appello’”. È questa attitudine conflittuale dei creatori che alimenta lo spettacolo. “Abbiamo bisogno di trovare una giustificazione razionale, – dice Torv – vogliamo che ci sia una spiegazione ragionevole, perché se non c’è, allora diventa tutto fottutamente spaventoso. Penso che sia uno dei temi principali dello show”. Fincher è interessato a ciò che ci fa scattare e a ciò che ci rende malati. “Prima di questo periodo, all’FBI l’atteggiamento generale era: ‘queste persone sono come cani rabbiosi, non meritano nemmeno il nostro disprezzo’. Ho pensato che fosse interessante che qualcuno sia arrivato e abbia detto: ‘forse, ma la differenza tra i cani rabbiosi e loro è che con questi ci si può parlare’”. Douglas, nel suo libro, giunge a una conclusione forse sorprendente per uno che ha trascorso così tanto tempo a parlare con assassini efferati e ha toccato con mano un orrore tanto tremendo: “Credo davvero che insieme a più soldi, polizia e carceri, quello di cui abbiamo bisogno è l’amore. Non è un’idea semplicistica, è il cuore del problema”.

Vedere gli assassini come persone compromesse, piuttosto che mostri senza volto, è parte di quello che l’FBI ha imparato a fare, nel tentativo di fermare più omicidi possibile. Ciò che crea un assassino, come può essere fermato, qual è il potenziale maligno che abbiamo dentro di noi? Mindhunter pone domande difficili. “È anche qualcosa di assolutamente scabroso! – dice Fincher – non bisogna illudersi. Ma forse ci concentreremo più sulle cose che ci rendono simili che non su quelle che ci dividono”. Non è che tutti siano capaci di un male così assoluto, naturalmente, almeno non quanto i sadici psicosessuali che vediamo in Mindhunter. Ma è molto affascinante esplorare le tenebre che si nascondono nel cuore delle persone. E anche di chi ha incentrato una carriera su quel tipo di lavoro. Torniamo a Pittsburgh, durante una pausa dalle riprese che si svolgono all’esterno di un complesso di grattacieli residenziali: il regista mostra a Empire come funziona la sua nuova cinepresa e noi sorridiamo annuendo e facendo finta di capire, quando una residente si avvicina per salutare e dire che è una grande fan. Fincher sorride. “È sempre bello sapere che ci sono dei pervertiti là fuori! – lei ride: Siamo noi che ti garantiamo il lavoro!”. “Vero, – risponde Fincher – senza depravati in giro, non sarei nessuno”.

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