Cartoline dall’inferno

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Con Suburbicon, feroce ritratto di famiglia ambientato in un “perfetto” sobborgo americano dei favolosi anni ’50, George Clooney mette a nudo l’ipocrisia e l’intolleranza della società bianca di ieri e di oggi.

Testo Matteo Guizzardi

Gli anni ‘50 in America: un’età dell’oro celebrata e tramandata fino a noi come una specie di Eden perduto. Un vero e proprio paradiso in terra, in cui l’uomo medio poteva prosperare e assaporare ogni giorno i copiosi frutti del sogno americano. Ma se quello che sembra un paradiso fosse in realtà il suo opposto, vale a dire un autentico inferno sulla terra? È l’incubo che si materializza nel nuovo film di George Clooney, Suburbicon, che ci riporta indietro nei magici Fifties, in un tranquillo quartiere americano. Immaginate le casette perfette con il giardino curato e l’auto nel garage. La famiglia felice nel boom economico del dopoguerra, i primi elettrodomestici, il cane, le vacanze, scuole migliori per i propri figli. Ma come dicevamo, il sogno americano della classe media nasconde insidie e debolezze, paura e ignoranza. George Clooney racconta la provincia a stelle e strisce scegliendo l’ambiente perfetto per sviscerare problemi sociali più che mai attuali. Ormai sembra quasi che il bel George i film ami dirigerli più che interpretarli, e infatti questa volta rimane dietro la macchina da presa senza mai partecipare alla recitazione. Presentato all’ultimo Festival del Cinema di Venezia, Suburbicon è scritto dallo stesso Clooney insieme ai fratelli Coen.

L’idea

In realtà, i Coen scrissero il soggetto della pellicola già nel lontano 1999. Nello stesso periodo, Clooney si trovava con loro sul set per girare Fratello, Dove Sei? che sarebbe uscito nel 2000 generando un certo successo e consolidando la fama dei protagonisti. Appena messi gli occhi su quel semplice draft, Clooney decise immediatamente di realizzare il film con loro. Avanti veloce, diciassette anni dopo. Suburbicon esce nelle sale. I protagonisti principali sono Matt Damon (Will Hunting, il ciclo di Bourne) che interpreta Gardner, e Julienne Moore (Still Alice), che interpreta due gemelle. Un cast di lusso per raccontare una storia destinata a far discutere. Una vicenda accaduta realmente negli anni ‘50, perfetto emblema della nostra tendenza a pensare che estranei e nuove minoranze ci possano portare via tutto quello che abbiamo costruito. Clooney ha riflettuto molto su questo e l’idea è venuta a galla mentre seguiva il telegiornale, come ha spiegato mentre si trovava a Venezia per la presentazione: “La genesi della sceneggiatura è cominciata quando ho assistito in tv, durante la campagna elettorale, a un sacco di discorsi sulla costruzione di muri e barriere”.

A fornire il materiale per la storia raccontata in Suburbicon è stato però un evento verificatosi nel 1957 a Levittown, Pennslyvania. I Meyers, una famiglia afro-americana, si trasferiscono in un quartiere abitato interamente da bianchi. Comprano la loro casa e sognano una vita tranquilla come tutti gli altri ma, a quanto pare, questo privilegio è riservato solo ai bianchi, nonostante l’onestà della famiglia di colore. Un intero quartiere si rivolta infatti contro di loro costruendo, letteralmente, delle barriere attorno alla casa, e perfino aggredendoli in più occasioni. “Il giorno stesso in cui i Meyers arrivarono, il postino credette che la signora Meyers fosse la domestica e le chiese se il signor Meyers era in casa, – racconta Clooney – quando lei rispose di essere proprio la signora Meyers, il postino continuò il suo giro casa per casa chiedendo a tutti ‘Avete incontrato i vostri nuovi vicini?’ Prima di sera si erano radunate circa 500 persone che gridavano insulti razziali, sventolavano bandiere confederate e davano fuoco a una croce”.

Il fatto che questi avvenimenti siano accaduti in Pennsylvania, per Clooney è ancora più significativo e offre un segnale importante sulla percezione, a volte errata, che si ha del proprio Paese, identificando in alcune regioni o gruppi etnici dei comportamenti che invece sono generalizzati: “Quando vedi un film che parla di razzismo e di atteggiamenti bigotti degli anni ‘50 o ‘60, è sempre ambientato nel Sud” – spiega Clooney – siamo abituati che siano persone con accento del Sud a usare quel tipo di linguaggio, ma, e lo dico come uno che viene dal Kentucky, è importante discutere del fatto che queste sono persone che vengono dalla Pennsylvania e da New York, che usano le minoranze come capri espiatori. Questo tipo di atteggiamento esiste nel Nord Est. Non è difficile immaginare che succeda un po’ ovunque”.

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Il quartiere perfetto

Per ricostruire il quartiere perfetto, il film è stato girato interamente nel Sud della California, tra la contea di Los Angeles e la famosa Orange County. Grazie al lavoro dello scenografo Jim Bessell, Clooney è riuscito a riportare in vita un quartiere che risultasse anonimo e ideale, come uno qualunque negli Stati Uniti di quegli anni. In particolare il quartiere di Fullerton si è dimostrato una location perfetta grazie alle sue case, costruite nel 1958. “Ovunque abbiamo girato, la gente è stata fantastica con noi, – ricorda il regista – abbiamo stravolto le loro vite, ridipinto la loro case e girato tutta la notte, ma loro ci sono sempre stati accanto e ci hanno sostenuto”. Clooney prosegue: “La casa è stato il nostro set più grande. Circa due terzi del film si svolgono lì, quindi Grant e io abbiamo seguito un protocollo molto preciso: abbiamo preparato gli storyboard di tutte le riprese che dovevamo fare e abbiamo cercato di capire se avremmo dovuto girare dalle scale o tra la cappa e la parete e capire dove erano le ombre”. Se il quartiere di Fullerton offriva già case perfette, la troupe ha fatto un lavoro enorme di ricostruzione, recuperando auto dell’epoca, rispolverando oggetti autentici, e ricostruendo un intero centro commerciale in impeccabile stile anni ‘50.

Molti oggetti sono stati poi presi in prestito da collezioni private, un tocco che ha contribuito a rendere le scene particolarmente vivide e realistiche. Quello che Clooney e Bissell sono riusciti a ricreare è un ambiente anonimo e ripetitivo, perfetta metafora della mentalità della classe media bianca dell’epoca. Un elemento che emerge non solo dalle abitazioni e dalle location utilizzate, ma anche dagli abiti e dai comportamenti dei protagonisti. La costumista Jenny Eagan, che ha già lavorato con i fratelli Coen in Non è un Paese Per Vecchi, ha voluto dare l’impressione che i personaggi indossassero sempre lo stesso vestito. Per gli uomini, questo ha significato poche camicie e cravatte tutte molto simili tra loro. È anche merito di Eagan se Matt Damon è riuscito a calarsi perfettamente nella parte di un padre di famiglia sovrappeso, il che non è sempre stato facile: “È una vera tentazione fare bello Matt, – racconta la costumista – quel periodo tende ad apparire affascinante, ma l’idea di George era rendere Gardner un po’ sciatto.

È una persona normale, intrappolata tra il lavoro e la famiglia e non è così furbo come crede. I suoi abiti ci raccontano che non è preparato a quello che gli succede nella vicenda”. Altro eccellente lavoro è stato vestire Julienne Moore alla quale spettava l’arduo compito di incarnare due gemelle. Rose e Margaret, infatti, hanno vite diverse che si riflettono nei loro abiti: Rose è la classica casalinga non tanto interessata al suo aspetto fisico, mentre Margaret ama flirtare e tiene ancora alla sua immagine. “La collaborazione di Jenny è stata molto importante per individuare come i due personaggi, pur essendo gemelle, siano diversi tra loro in quanto a personalità”, spiega a questo proposito la Moore.

 

La regia

Non è la prima volta che George Clooney mette in mostra le proprie qualità registiche, basta guardare Good Night and Good Luck e Confessioni di una Mente Pericolosa per rendersene conto. Dal canto suo, lui ammette di aver imparato tanto dai fratelli Coen, che lo hanno diretto in Fratello Dove Sei e Burn After Reading e da altri cineasti incontrati durante la sua onorata carriera: “Ho imparato molto lavorando con The Boys [i fratelli Coen, n.d.r.]. Sono molto efficienti, preparano gli storyboard di tutte le scene, ottengono quello che vogliono e vanno avanti. Sono stato davvero fortunato a poter osservare Steven Soderbergh e Alexander Payne, ho cercato di apprendere il massimo da loro”. Quella di mettere a suo agio gli attori e di spronarli a fare il massimo creando comunque un ambiente piacevole e divertente è una delle regole che il divo hollywoodiano si è imposto fin da subito. “Ogni volta che giri un film, speri che la gente lo apprezzi, perché così ne puoi fare un altro, – dice Clooney – il nostro lavoro è fare i film migliori che possiamo fino a quando ci sarà possibile, perché a un certo punto non ne saremo più capaci. Siamo molto fortunati ad avere questo lavoro e ne siamo perfettamente consapevoli”.

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Matt Damon interpreta Gardner Lodge. Uno dei più talentuosi attori di Hollywood, già premio Oscar insieme al suo amico inseparabile Ben Affleck per la sceneggiatura di Will Hunting Genio Ribelle, in Suburbicon Damon si cala nei panni di un uomo qualunque dall’aspetto comune e apparentemente innocuo. Lontanissimo dall’azione e dal fisico atletico di Jason Bourne, o di The Martian, quest’anno Damon interpreta anche un altro film incentrato sulla ‘rassicurante’ vita di provincia: si tratta di Downsizing, pellicola ambientata in un futuro distopico dove per raggiungere uno stile di vita migliore si è disposti a rimpicciolirsi e vivere in un mondo alternativo. Damon, da sempre sensibile ai temi sociali, spiega come Suburbicon sia, purtroppo, più attuale che mai nel rispecchiare l’ipocrisia della società bianca in cui viviamo. “È una definizione perfetta del tipico privilegio dei bianchi. Una situazione in cui un bianco può andarsene in giro per un quartiere, completamente coperto di sangue dopo aver compiuto un omicidio, sicuro del fatto che sarà una famiglia afroamericana a prendersi ingiustamente tutta la colpa, – ha detto l’attore – non avremmo potuto prevedere ovviamente, mentre stavamo girando, che avremmo assistito ai fatti di Charlottesville.

È un chiaro emblema del fatto che la questione razziale non sia certo acqua passata, e che non lo sarà finché nel nostro Paese non ci sarà una sincera e onesta presa di coscienza”. Gardner Lodge è un uomo tranquillo che, dietro la facciata, nasconde un animo insicuro e malvagio. È il classico uomo della porta accanto, il vicino che ti saluta ogni mattina e del quale tutti si fidano. Quando qualcosa interviene a turbare la quiete, Gardner non è in grado di affrontarla. “Il film inizia con una serie di certezze sul mio personaggio, – dice Damon – certezze che iniziano a incrinarsi quando lo vediamo tentare ripetutamente di tenere la situazione sotto controllo, fallendo”. Ecco che la vita pacifica del quartiere si trasforma in un inferno e tira fuori il peggio dalle persone: superficialità, ignoranza, e l’impellente necessità di trovare un capro espiatorio. Il personaggio

interpretato da Damon è d’altronde l’ennesima occasione per apprezzare questo attore eccezionale. Clooney, che lo ha già avuto al suo fianco in Ocean’s Eleven e nei successivi film della serie, lo ha scelto sapendolo perfetto per questa parte: “Matt è un professionista straordinario, con una vastissima gamma di interpretazioni, – afferma Clooney – ma si diverte in modo particolare a fare lo stupido”. Anche se con qualche esitazione per via del suo fisico: “Matt aveva terminato da poco le riprese di Jason Bourne, quindi avevo paura che apparisse come qualcuno che sa come cavarsela in uno scontro fisico, – ride Clooney – fortunatamente aveva anche finito di girare Downsizing di Alexander Payne e sono stato felice di vederlo un po’ più in carne: sembrava un classico padre di famiglia”. Ma Damon non è rimasto impreparato e ha ricostruito il personaggio anche grazie alle fotografie di quel periodo e ai ricordi di famiglia. “Ho messo su qualche chilo, – racconta l’attore – gli uomini degli anni ‘50 non si tenevano in forma come facciamo oggi, o erano magrissimi o erano belli grassi.

Mio nonno era uno di quelli grassi e io ho voluto assomigliargli, quindi ho dovuto modificare la linea del mio fisico. È un piccolo dettaglio, ma è molto tipico di quegli anni”. Julienne Moore interpreta le gemelle Rose e Margaret, una è moglie di Gardner, e l’altra aiuta il cognato a commettere un omicidio. Da attrice professionista non ha avuto difficoltà a entrare in questo ruolo: “Nel film sono sia Rose, una donna infelice perché non è soddisfatta del suo matrimonio, sia Margaret, segretamente invidiosa della vita della sorella. Come per ogni ruolo, trovi nelle pagine della sceneggiatura ciò che rende unico il personaggio”. E ancora dichiara:“Ovviamente devono apparire simili, quindi ho fatto il possibile per modificare e raddoppiare la mia la fisicità e la mia fisiognomica”. Merito anche del regista, per il quale la Moore ha solo parole di elogio: “George è un grande regista, meticoloso, generoso, divertente, bravissimo a creare un clima di qualità sul set grazie al coinvolgimento di collaboratori eccellenti”.

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Bello, elegante, carismatico, nonché attore di successo: George Clooney ha tutti i requisiti per suscitare l’ammirazione delle donne e l’invidia degli uomini. Ma se questi ultimi, fino alla fine degli anni ‘90, potevano consolarsi raccontandosi la solenne bufala di avere di fronte nient’altro che un bellimbusto al quale il destino ha donato la capacità di stare davanti alla macchina da presa, dopo il 2002 anche questa piccola illusione vacua è definitivamente sfumata. È in quell’anno, infatti, che Clooney debutta alla regia con Confessioni di una Mente Pericolosa, film che si aggiudica il National Board of Review Award per la migliore sceneggiatura e frutta al protagonista Sam Rockwell un Orso d’Argento per il migliore attore. Dopo questo successo, Clooney si è seduto dietro la macchina da presa altre cinque volte, sempre con risultati sorprendenti. Ripercorriamole tutte. Confessioni di una Mente Pericolosa (2003) è l’originale e innovativo esordio del Clooney regista. Forte di un’ottima sceneggiatura, dei migliori attori sulla piazza (molti dei quali, bisogna dirlo, hanno accettato il cachet minimo proprio perché amici di Clooney), il film si fregia anche di una fotografia molto personale, caratterizzata da tinte estreme messe al servizio di scene di notevole violenza.

Colori e tonalità rispecchiano in toto la personalità di Chuck Barris, il protagonista, autore di programmi televisivi tanto di successo quanto superficiali, e killer al servizio della CIA quando si trova lontano dai riflettori. Barris viene immortalato nella sua avidità di successo e nei suoi deliri di onnipotenza. Il personaggio è un autentico psicopatico, al punto che l’idea che sia veramente esistito (benché la CIA abbia sempre smentito di averlo assoldato) basta a far accapponare la pelle. Nel 2005 Clooney presenta al Festival di Venezia Good Night, and Good Luck, tratto dalla storia vera del giornalista Edward Murrow e della sua battaglia contro la politica maccartista. Ecco un altro film decisamente fuori dal comune e non soltanto per essere stato girato completamente in bianco e nero. Anche in questo caso, il punto di forza è la caratterizzazione dei personaggi, l’atmosfera pervasiva e coinvolgente, e il lavoro di fino degli attori. Good Night, and Good Luck parte come super-favorito al festival lagunare, ricevendo numerosissime nomination, ma riesce a portarsi a casa solo due riconoscimenti: quello alla sceneggiatura e quello alla miglior interpretazione maschile. Con In Amore Niente Regole (2008), ambientato nell’America degli anni ‘20, Clooney racconta la storia di Dodge Connelly (interpretato da lui stesso), giocatore di football alle prese con un giovane compagno di squadra che è anche un eroe di guerra, e con una brillante e determinata giornalista sportiva (Renée Zellweger

con la quale scatterà la proverbiale scintilla amorosa. La pellicola viene giudicata soprattutto per la sua caratteristica fortemente estetizzante: strizzando l’occhio ai classici della vecchia Hollywood, i protagonisti, belli e guasconi, si muovono sullo sfondo di un’America dai toni retrò e decadenti. Quest’atmosfera d’altri tempi ha però un costo elevatissimo, e Clooney finisce col non riuscire a coprire i costi di produzione: gli incassi ammontano infatti a 41,3 milioni di dollari contro i 58 spesi per girare il film. A distanza di tre anni Clooney, regolare come un orologio, si presenta di nuovo al Festival di Venezia con Le Idi di Marzo (2011). Il film tratta nuovamente di politica filtrando la storia attraverso lo sguardo di un giovane e idealista addetto stampa, interpretato da un magistrale Ryan Gosling. Che il film sia tratto da un’opera teatrale, lo si intuisce dalla suggestiva scena iniziale che, a suo modo, racchiude il senso dell’intera storia. Rispetto a Good Night and Good Luck, Le Idi di Marzo ci presenta un protagonista cinico e meschino, fin troppo avvezzo ai colpi bassi e ai ricatti che il moderno agone politico di oggigiorno contempla. Il budget è una frazione di quello impiegato per In Amore Niente Regole: circa 12 milioni di dollari, racimolati anche grazie al contributo di Leonardo DiCaprio (ah, l’amicizia!). Le Idi di Marzo segna una svolta in termini di popolarità del Clooney regista, aggiudicandosi molte nomination e quasi altrettante vittorie.

Una statuetta arriverà anche da quel Festival di Venezia di cui Clooney è oramai un habitué, e che finalmente decide di premiarne le virtù registiche. Monuments Men (2014) sembra invece rappresentare uno scivolone nella carriera da cineasta di Clooney. Certo, le recensioni positive non mancano, ma nemmeno le sonore critiche. Come gli altri film, anche Monuments Men è un’opera politicamente impegnata, tratta dalla vera storia dell’operazione di salvataggio di svariate opere d’arte sullo sfondo della Seconda guerra mondiale. La quinta fatica di Clooney viene accusata dai suoi detrattori di essere troppo commerciale e di mostrare i segni di un’enfasi volutamente strappalacrime, oltre a trattare in modo superficiale e poco approfondito il tema storico in oggetto. Ed eccoci finalmente a Suburbicon (2017), il primo film che vede Clooney impegnato solamente dietro la macchina da presa e non come uno dei personaggi principali del film. Presentata al Festival di Venezia, la pellicola ha già ricevuto il prestigioso Premio Fondazione Mimmo Rotella. Clooney, ormai, è un regista dell’impegno sociale, e qui ci presenta una tagliente allegoria che prende spunto dall’ipocrita middle-class degli anni ‘50 per raccontare il razzismo e i pregiudizi che allignano nella società contemporanea. Impregnato di un humor nero che tratta con feroce sarcasmo i suoi protagonisti, interpretati come al solito da un cast stellare in cui spiccano Matt Damon e Julianne Moore, Suburbicon è già un successo.

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