Blade Runner

Blade Runner

Il nostro maratoneta di cinema alle prese con quello che solo un vero maratoneta di cinema riesce a fare: maratone di film.

Testo Simon Crook

Cosa succede quando decidi di guardare cinque versioni di Blade Runner, una dietro l’altra? Dopo dieci ore trascorse immerso nel suo opprimente e abbagliante retro-futuro, ho smarrito qualunque senso della realtà. È tutto il giorno che sta piovendo a dirotto sia fuori sia dentro lo schermo, non ho idea se mi trovo nella Londra del 2017 o nella L.A. del 2019, e la mia mente è come stritolata in un mangano esistenziale. È ironico pensare che un film sull’identità abbia impiegato 30 anni e cinque diverse versioni per trovare la propria; tuttavia rimane ancora una semplice domanda: Deckard è umano? In altre parole: è o non è un replicante? Strappata dalle mani di Ridley Scott, la versione col montaggio voluto dallo studio nel 1982, conosciuta come Theatrical Cut, identifica il Rick Deckard di Harrison Ford in un uomo in carne e ossa: un prodotto disumanizzato del gelido futuro di L.A. Non c’è nulla di sbagliato in questa interpretazione: è come Philip K. Dick vedeva Deckard. Quello che invece non funziona è la voce martellante fuori campo, resa con tono monocorde da Ford, quasi avesse sperato che non venisse utilizzata, direbbe qualcuno. Certo, presenta Deckard come una versione cyberpunk di Philip Marlowe; tuttavia, come quel vuoto happy ending con Deckard e Rachel (Sean Young) che guidano verso il tramonto, tutto quello che fa è allontanarti dal suo mondo. C’è chi dice che il finale sia tutto un sogno di Deckard, ma io non me la bevo. È solo un modo per sovraccaricare di spiegazioni una gaffe dello studio.

Avanti col prossimo: International Cut èpraticamente identico, a parte tre scene con una violenza più spinta tagliate dalla censura americana. In particolare quando il Roy Batty di Rutger Hauer affonda le dita nelle orbite di Tyrell (Joe Turke), con dovizia di dettagli sanguinolenti. Sono solo a quota due visioni, e mi sto già trasformando in un computer Esper: riesco praticamente a sentire le mie palpebre fare ‘click’ mentre fanno la scansione in cerca di indizi. Li potete trovare anche voi. Date un’occhiata all’unicorno nascosto nell’appartamento di Sebastian (al minuto 1.07’): un misterioso presagio delle versioni che verranno. I puristi del grande schermo mi odieranno per quello che sto per dire, ma se si utilizza il telecomando per scovare tracce e indizi, Blade Runner funziona molto meglio sul piccolo schermo.

Ormai sto trascendendo la visione. Ciascuna versione risuona come una memoria alterata, e la Copia Lavoro non fa che aumentare questa sensazione. Riesumata alla fine degli anni ‘80, questa versione di prova offre un assaggio delle intenzioni originali di Scott. Nessuna voce fuori campo fino agli ultimi momenti culminanti. Nella Copia Lavoro, Roy non viene ucciso dai poliziotti. Davanti allo sguardo inorridito di Deckard, si spegne sul tetto, che diventa il suo letto di morte. “Per tutta la notte l’ho guardato mentre moriva, – blatera Ford – e ha combattuto tutto il tempo”. È di gran lunga il mio finale preferito. Roy ha una morte molto nobile e Deckard riesce a mostrare un raro barlume di empatia. Ma non è questo il modo di affrontare Blade Runner – a causa delle pessime condizioni della copia, le immagini sono confuse, e la strombazzante colonna sonora provvisoria (con estratti da Il Pianeta delle Scimmie di Jerry Goldsmith) mette in luce quanto sia essenziale il paesaggio di suoni elettronici composto da Vangelis. Però ci stiamo avvicinando alla visione di Scott.

Ci troviamo ora al quarto giro, e sento che la mia corteccia cerebrale si sta liquefacendo. Forse sarebbe meglio chiamarlo ‘Brain Runner’. In maniera confusa, il Director’s Cut del 1992 era stato approvato da Scott, ma in realtà non è il vero director’s cut – quello sarebbe arrivato più avanti. Tuttavia vediamo finalmente trottare nel film il leggendario unicorno – cinque secondi di girato che ribaltano completamente l’intera esperienza Blade Runner. Nel momento in cui si accetta che Deckard è un replicante che dà la caccia ai suoi simili, vengono risolti un mucchio di fastidiosi dubbi. Per esempio: ho sempre trovato la storia d’amore tra Deckard e Rachel illogica, molto fredda e anche parecchio inquietante. E se invece fossero entrambi dei replicanti? In tal caso il legame android-gino acquista perfettamente senso.

Montato da Scott in occasione del 25mo anniversario del film, il Final Cut uscito nel 2007 è una versione tirata a lucido del Director’s Cut: la sequenza dell’unicorno è stata completamente ripristinata, sono state reinserite le dita negli occhi, Deckard continua a fare pietà come blade runner ed è sicuramente (ma forse no) un replicante. Ecco però come stanno le cose, adesso: dopo essermi sparato il film cinque volte, ho cambiato idea su alcuni punti. Il vero centro emotivo del film non è quel rintronato di Deckard. Lo è invece l’infelice, rabbioso e orfano Roy, che lentamente diventa un essere umano, struggendosi per la vita eterna; un gigante rosso che si dissolve in polvere di stelle. In un film così vuoto di sentimento, qualunque versione si stia guardando, è il monologo delle ‘lacrime nella pioggia’ pronunciato da Rutger Hauer a fornire al film un tenue barlume di emozione. Talmente potente, in effetti, che mi trovo ad affrontare una questione da far girare letteralmente la testa: forse, e dico forse, Roy è l’eroe, mentre Deckard è il cattivo. Oh Dio, oh Gesù! Dovrò guardarmelo di nuovo! Sto vedendo cose che voi umani non potreste immaginarvi…

Blade Runner – The Final Cut

Disponibile in: dvd, blu-ray, 4k ultra HD

Durata: 117 min.

Distribuzione: Warner Bros.

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