Gli Asteroidi: intervista a Riccardo Frascari e Nicolas Balotti

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Uscirà l’1 novembre in tutta Italia (ma è già al cinema dal 26 ottobre in Emilia Romagna) Gli Asteroidi, il film di Germano Maccioni che racconta le vicende di due ragazzi in particolare, Pietro e Ivan, che trascorrono un’esistenza difficile e soffocante sperduti da qualche parte nella provincia emiliana. La loro vita sembra incastrata su un orizzonte piatto e il loro destino pare in qualche modo già segnato, mentre il passaggio di un asteroide che genera mistero e timore fa il suo ingresso nella loro quotidianità.

Abbiamo raggiunto i due giovanissimi interpreti di Pietro e Ivan, Riccardo Frascari e Nicolas Balotti, e li abbiamo intervistati. Ecco cosa ci hanno detto in merito a questa loro prima esperienza cinematografica.

 

Che cosa in particolare ti ha spinto ad accettare questo ruolo?

Riccardo: Sinceramente, per iniziare a muovermi in questo campo del cinema credo che avrei accettato qualunque tipo di ruolo. Poi, dopo aver letto la sceneggiatura, che ho trovato bellissima, mi sono innamorato subito della storia e del personaggio, Pietro, col quale ho delle caratteristiche in comune. Quei momenti in cui ti fai certe domande, non sai che cosa la vita abbia in serbo per te, questa paura che si prova quando si è adolescenti. Ma poi anche la forza che lui ha, e in cui mi rispecchio. Ma Pietro è anche un personaggio quasi depresso, cosa dovuta agli eventi che gli sono capitati: Il suicidio del padre, le bocciature a scuola, un rapporto disastroso con la madre. Mentre io nella mia famiglia mi trovo benissimo e la amo. Da questo punto di vista sono un ragazzo felice. E poi mi sono innamorato dell’immagine di questi due ragazzi che girano su un motorino indossando quei grandi caschi neri, un po’ come se fossero degli astronauti. Il fatto di girovagare come asteroidi è un’immagine che mi ha colpito, e quindi quando mi hanno chiamato per vedere di lavorare insieme e capire se c’erano i presupposti per continuare ho accettato. Da questo è nato il rapporto di amicizia, familiarità e professionalità con Germano e con tutti quelli di Articolture, che poi hanno scelto me.

Nicolas: La voglia di scoprire com’era il mondo del cinema. Finché un film lo guardi in sala o a casa tua non sai quello che c’è dietro. Ovviamente, il ruolo di attore non era quello che volevo al’inizio, ma vedendo che c’erano delle persone che credevano in me ho accettato, sia per dare una mano sia per avvicinarmi a un mondo che, chissà, potrebbe essere il mio futuro, ma con altri ruoli.

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Senza fare spoiler, che messaggio vorresti che lasciasse il film al pubblico?

Riccardo: Vorrei che il pubblico percepisse il messaggio che alla fine c’è sempre una speranza, un’opportunità.

Nicolas: Di non lasciarsi abbattere dal luogo in cui si è nati. Molte volte quello della periferia è un mondo che non ti offre opportunità concrete, e non ti suscita neanche la voglia di cercare queste opportunità. È molto più facile sedersi e accettare passivamente un lavoro qualunque, una vita qualunque. Mentre invece, chissà, chi nasce in un centro più grande ha più prospettive per il futuro. I ragazzi dovrebbero cominciare a credere un po’ più in se stessi e iniziare a capire quello che vogliono fare nella vita.

Che cos’è che ricorderai di più di questa esperienza?

Riccardo: Penso che ricorderò l’esperienza nella sua completezza, ma una cosa che mi ha colpito molto è il fatto di aver trovato un amico. Nel film Ivan è amico di Pietro, ma adesso nella vita reale Nicolas è mio amico, e prima non lo conoscevo. Ho quest’immagine di noi che giriamo per i vicoli di Bologna, quelli che magari non conosci, che però quando passi e li vedi ti innamori della loro bellezza. Noi eravamo lì che passeggiavamo e provavamo le scene del film. Ma ricorderò anche alcuni aneddoti dal set e l’emozione enorme provata al Locarno Festival, quando siamo saliti sul palco davanti a 2500 persone. Ricordo che mi sono seduto sulla poltrona, è cominciato il film e dopo cinque secondi mi è scesa una lacrima di commozione perché, dopo un anno e mezzo di attesa, di lavoro, di ansia e di trepidazione, era veramente un sogno che si avverava.

Nicolas: Certamente le giornate sul set, che sono state molto divertenti e straordinarie, non abituali. Sono diverse da una giornata tipo. Lo stare a contatto con persone che hanno voglia di stare insieme, di lavorare per un progetto comune. Ricorderò tutte le facce, tutte le voci, tutto quello che è successo sul set.

Qual è stata la cosa più difficile da fare sul set?

Riccardo: Cercare di comunicare qualcosa di vero. Noi siamo attori non professionisti, doversi confrontare con qualcuno del calibro di Pippo Delbono e Chiara Caselli, che invece hanno tanta esperienza, è stato difficile, perché bisognava dare il massimo. Poi date le piccole dimensioni del film e il budget limitato le cose sul set andavano fatte presto e bene, non c’era tempo da perdere.

Nicolas: La più classica, stare davanti alla macchina da presa. Il mio primo ciak è stato in mutande. Ritrovarsi con un sacco di occhi che ti fissano mentre hai una responsabilità enorme all’interno della produzione in quel momento è stata una grande difficoltà. E forse una difficoltà ancora più grande è accettare il proprio lavoro in seguito, rivedersi e cercare anche di vedere il film in una maniera neutrale, senza focalizzarsi solo su se stessi.

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