Le metamorfosi di Claudio

Le metamorfosi di Claudio

Da supereroe a disabile. Da attore di spicco a regista indipendente. Empire ha incontrato Claudio Santamaria per fare il punto sulle sue trasformazioni artistiche e sulla corrosiva, sboccata ed estrema dark comedy Brutti e Cattivi in cui sarà il Papero, il diabolico mendicante paraplegico.

Testo Matteo Guizzardi

Brutti e Cattivi viene già definito un folgorante esordio cinematografico, nello specifico quello di Cosimo Gomez. Secondo te aprirà la strada a nuovi registi italiani?

Ogni film che affronta con coraggio Così è stato con Lo Chiamavano Jeeg Robot e così sarà, secondo me, anche con Brutti e Cattivi. Più che aprire la strada ai nuovi registi, penso che questo film farà aprire gli occhi ai produttori…

In che senso?

Si renderanno conto che il pubblico vuole vedere cose diverse, che è pronto ad accettare questo tipo di film anche dall’Italia. Fino a una quindicina di anni fa gli spettatori erano diffidenti verso i film italiani Oggi molto meno, anzi amano vedersi rappresentati attraverso il nostro cinema. E hanno sete di una cinematografia più simile a quella dei tempi d’oro, che era caratterizzata da un’enorme produzione di pellicole impegnate e di genere. Che poi le due categorie – cinema impegnato e cinema di genere – non sono in contrasto ma anzi si fondono. Brutti e Cattivi ne è un esempio.

Cosa rispondi a chi accusa il film di sfruttare i disabili per creare un’opera trasgressiva e politicamente scorretta?

Penso che ad essere politicamente scorretta sia proprio questo tipo di affermazione. Sfruttare i disabili? Quindi se c’è un film in cui viene affrontata la morte di un figlio, o un disastro aereo, stiamo sfruttando queste tragedie? In pratica non si dovrebbe fare più arte. Non si fa più cinema, se non si parla della vita. Brutti e Cattivi è un film che ha come tema l’uguaglianza, e nel quale i disabili vengono trattati come tutte le altre persone.

Dunque il solito gusto italiano per la polemica a tutti i costi?

Per capire basta confrontare due episodi diametralmente opposti, come senso e significato, entrambi verificatisi duranti le riprese del film. Uno non ci riguarda direttamente, l’altro sì. Il primo è la notizia che uscì sui giornali nella quale si citava la pubblicazione su Facebook di un annuncio che cercava “un disabile che ispirasse tenerezza” per una fiction Rai. E giustamente si sono incazzati un pò tutti, perchè, ecco, è proprio quello il modo politicamente scorretto di trattare i disabili, facendoli sentire diversi, altri, una categoria di serie B. Il secondo invece è il gesto compiuto da una comunità di disabili che ha scritto una mail a Claudio e al cast di Brutti e Cattivi, esprimendo gioia e gratitudine perchè finalmente si sono visti rappresentati come qualunque altro essere umano, con le proprie debolezze e i propri punti di forza. E finalmente, vivaddio, anche come degli stronzi.

Brutti e cattivi, insomma…..

Per l’appunto. Insomma, dei bastardi, come tutti. Noi non stiamo sfruttando niente, casomai stiamo dando valore, chi fa quelle affermazioni sta facendo il vero politically incorrect non rendendosi conto che è proprio quello il modo in cui i disabili vogliono essere trattati.

Uno dei riferimenti del film di Gomez è, fin dal titolo, il capolavoro di Ettore Scola Brutti, Sporchi e Cattivi. Lì, la società era quella del Dopoguerra, poverissima, in cui gli immigrati erano i meridionali; questa è la società multietnica di oggi, confusa, frammentata e spaventata dalla nuova immigrazione. Che ne pensi?

Il paragone con il film di Scola è corretto: fondamentalmente io penso che i due film parlino degli stessi soggetti: gli emarginati. Brutti e Cattivi parla di esclusi che si riprendono la loro rivincita. Mi viene in mente la scena in cui un giornalista tv arriva nella baraccopoli dove vive la famiglia di Nino Manfredi e gli chiede di rilasciare una dichiarazione a favore di telecamera, richiesta alla quale lui replica con un sonoro “Ma vaaaaffanculoooo!”. Come a dire, voi venite qui a riprenderci, a fare il vostro servizio, ma non fate nulla per aiutarci. Anche in Brutti e Cattivi i protagonisti sono persone che vivono ai margini della società, anche loro sono dei dimenticati. Dimenticati che hanno una grande voglia di riscatto.

Il film ha un linguaggio visivo da graphic novel, molto pulp e colorato, sempre spinto verso l’eccesso cromatico ed estetico.

Cosimo viene dalla scenografia, è un disegnatore pazzesco e ha un talento visivo dirompente. La forza della sua idea è aver creato sì personaggi appariscenti ed estremi, ma con sentimenti veri. Sono persone che hanno i loro buchi neri, che soffrono, ed è questo il quid della commedia italiana, trovare quella dimensione tragicomica che le dà carattere e spessore.

Vi aspettavate questo exploit?

Quando ho letto il soggetto e studiato il librone consegnatomi da Cosimo con le immagini di riferimento, i suoi disegni, le storie dei personaggi, ho avuto la sensazione che il film potesse diventare un caso e “bucare” il grande schermo. Di solito, quando mi rivedo al cinema non riesco a non mettermi lì ad analizzare quello che ho fatto sul set, a fissarmi sui dettagli. Qui, per la prima volta sono riuscito a staccarmi da me stesso e a spassarmela come un matto. Anche la proiezione a Venezia è stata così. In certi momenti il pubblico si è divertito a tal punto da far venire giù la sala.

Parliamo di The Millionaires, cortometraggio che segna il tuo, di debutto alla regia, e che uscirà su Studio Universal dal 27 novembre. Un progetto molto particolare che hai girato nella tua terra d’origine, la Basilicata….

Ho sempre sognato girare qualcosa lì. Il cortometraggio ruota tutto attorno a una valigia di soldi che funge da pretesto per raccontare l’avidità dell’uomo. L’ho tratto dalla graphic novel di Thomas Ott, un fumettista svizzero ceh adoro.

Come è nata l’idea di farne un corto, e uno muto per di più?

In questo corto mi ci sono imbattuto per caso e ci ho messo un bel pò prima di arrivare a scriverlo e chiedere a Gabriele Mainetti di produrlo. Non sapevo da cosa partire, avevo paura di non riuscire a mettere su pellicola quello che avevo in testa. L’assenza di dialoghi però mi ha subito stimolato tantissimo, perchè mi dava la possibilità di usare il mezzo cinematografico in maniera pura, utilizzando soltanto le immagini, affidandomi unicamente al montaggio per raccontare, per fare andare avanti la narrazione. Fare il regista è un lavoro che mi ha rimesso al mondo, una delle esperienze più emozionanti della mia vita.

Hai intenzione dunque di passare al lungometraggio?

Senza dubbio. Sto buttando giù le idee e mi sto confrontando con Gabriele Mainetti, entrambi al momento siamo impegnati a lavorare su altro ma abbiamo intenzione di creare qualcos’altro insieme. Lui è il primo produttore che ho mai avuto, e io sono il primo regista che ha mai prodotto. Ci siamo trovati benissimo in questa collaborazione.

Billy Wilder diceva sempre che un regista deve essere al tempo stesso un poliziotto, un’ostetrica, uno psicologo, un adulatore e un bastardo. Ti ci riconosci?

Sì. Partiamo dicendo che io sul set sono molto allegro e scherzoso, ma quando qualcuno si permette di metter bocca dove non gli compete o di iniziare a parlare e a creare trambusto, allora mi incazzo e lì esce fuori il poliziotto. E il fatto di essere un pò ostetrico l’ho scoperto dirigendo un cortometraggio privo di dialoghi che costringeva gli attori a lavorare in modo più obliquo e interno sulla propria emotività. Per me è stato fantastico aiutarli a partorire un’emozione e guidarli, al punto che in sede di missaggio del sonoro abbiamo dovuto cancellare la mia voce un sacco di volte. Poi lo psicoanalista, certo: nell’approcciarti agli attori devi comprendere le loro paure e rassicurarli, convincerli ad accettare la sfida e a darti quello che ti serve sul set. Va detto che come regista devi anche fare parecchia autoanalisi, c’è chi si fa prendere dal delirio di onnipotenza come il Christof di The Truman Show. È un atteggiamento molto sbagliato che distingue i grandi professionisti dai dilettanti. Io ho avuto spesso la fortuna di vedere all’opera i primi.

Dove?

Sul set di Casino Royale. Lì ho avuto la netta percezione di essere un operaio, un lavoratore come tutti gli altri, e il regista Martin Campbell non aveva nessun delirio di onnipotenza. Avrebbe potuto, eccome, in fondo stava dirigendo un film di James Bond, eppure erà lì come tutti gli altri, semplicemente per lavorare, non per poter esercitare una qualche sorta di potere ereditario o atteggiarsi ad autore al di sopra degli altri.

Se potessi o dovessi vestire i panni di un supereroe Marvel o DC, quale sceglieresti?

Sarei Magneto.

Perchè?

Sarà perchè il magnetismo mi è sempre piaciuto. A casa ho ancora la collezione di calamite di quando ero piccolo. Avevo circa 8 anni, ricordo che le staccavo dalle casse dello stereo quando si rompeva, e dagli elettrodomestici.

 

 

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