Dal Vesuvio con Ammore

Ammore e Malavita Empire

Hanno iniziato la carriera alla fine degli anni ‘90 con film irriverenti a basso budget infarciti di audaci omaggi al cinema di genere dei tre decenni precedenti. In breve hanno raggiunto un’aurea di mito, o forse p meglio usare il termine Stracult, per citare il programma di Rai 2 dedicato ai cult della filmografia popolare italiana e straniera di cui da anni sono ospiti fissi. L’evoluzione p proseguita fino a portarli al Lido di Venezia, dove il loro Ammore e Malavita – storia di amori, sparatorie e citazioni all’ombra del Vesuvio – ha strappato al pubblico della 74 Mostra d’arte cinematografica sette minuti di applausi, oltre a riscuotere il netto plauso della critica. Abbiamo incontrato i fratelli romani Antonio e Marco Manetti, in arte Manetti Bros. – e il protagonista di Ammore e Malavita Giampaolo Morelli -per parlare di successo, outsider, futuro, giochi di prestigio e supereroi.

 Testo Matteo Guizzardi

MANETTI BROS.

Guardando Ammore e Malavita mi è venuto spontaneo chiedervi ma dove ha imparato Claudia Gerini a parlare così bene il napoletano?

Marco: Claudia è fantastica, è l’emblema della recitazione d’istinto. Infatti, non so se se lo ricorda, ma quando le abbiamo proposto il ruolo, a noi quasi ha detto una cazzata. Ha detto: “Certo che parlo napoletano!” e poi si è capito che non l’ha detto perchè lo parlava ma perchè è molto sicura di sè. Poi, alla fine, sul napoletano non ci ha neanche lavorato tantissimo, ma verso l’ultimo è riuscito a prenderselo, a farlo suo.

La prima proiezione pubblica del film, alla 74 Mostra del Cinema di venezia ha ricevuto sette minuti di applausi. Riguardando il film quella sera, cosa vi ha soddisfatto di più?

Antonio: È stata un’esperienza unica, per tanti motivi. Ogni proiezione ti carica di aspettativa, ti chiedi se il pubblico sarà contento oppure no. Quella sera eravamo molto emozionati, e l’accoglienza ricevuta dal film ci ha letteralmente travolto. Io a un certo punto mi sono perso in questo torrente di emozioni. Inoltre riguardare la pellicola ci ha stupito, perchè ci sono delle parti che non pensavamo fossero così divertenti.

Il regista Frank Darabont ha raccontato che, mentre stava girando Le Ali della Libertà, per trovare l’ispirazione ogni domenica pomeriggio guardava dall’inizio alla fine Quei Bravi Ragazzi di Martin Scorsese. C’è un film che avete guardato spesso per ispirarvi?

Marco: In realtà questa è una cosa che di solito non facciamo, anzi spesso è successo il contrario. Per noi, se stai facendo un film, guardarne un altro con cui hai un rapporto pregresso molto forte può influenzarti in modo pericoloso, rischi di farne inconsapevolmente una copia. Però in questo caso abbiamo fatto un’eccezione. Essendo preoccupati dai tanti musical che ci sono in giro che spesso ostentano i difetti tipici del genere – su tutti il fatto che si canta troppo o le canzoni sono troppo da opera – ci siamo guardati varie volte Grease che secondo noi ha il bilanciamento perfetto tra dialoghi e canzoni. Con Ammore e Malavita abbiamo provato a fare proprio questo: mischiare armoniosamente dialoghi, canzoni e azione. La nostra ambizione era quella di farli sparare cantando, i nostri personaggi, cosa che nel film accade davvero. Abbiamo fatto un’operazione strana, che però quando la vedi non ti accorgi che è strana.

Vi va anche riconosciuto il merito di aver portato un musical all’interno della sezione dei film in concorso per la prima volta nella storia del festival…..

Antonio: Quello del Festival di Venezia è un concorso fantastico che ha una media di film molto alta, però forse è anche molto serio. Ci inorgoglisce il fatto di aver portato una ventata di leggerezza e di musica in questa manifestazione.

Tutto questo successo non vi fa venire un pò la paura di diventare troppo mainstream?

Marco: (Ride) Un pò si! Ma poi sai, noi nella nostra carriera siamo sempre stati coerenti, abbiamo sempre fatto i nostri film senza stare a sentire le sirene del mercato. Casomai la preoccupazione non è tanto quella di snaturarci – non l’abbiamo fatto per vent’anni, anche quando le cose non andavano bene, e non lo faremo adesso – quanto piuttosto quella di non essere più degli outsider. Essere outsider è una cosa che in qualche modo ti protegge, ti avvolge come una bambagia.

E adesso? Avete altri progetti? Magari una serie tv tratta da Ammore e Malavita?

Marco: Guarda, questo film rappresenta per noi la somma di tante cose che volevamo fare e quindi in un certo senso ci ha un pò bloccato creativamente. Se aggiungi il fatto che abbiamo ancora Coliandro che ci impegna – e si tratta di un bell’impegno, per noi la serie non è composta da sei episodi ma da sei film veri e propri – al momento non abbiamo altro in programma. Va detto che noi facciamo i registi e quindi ci interessano le storie, non il formato. Fare una serie tv nostra ci piacerebbe un sacco, ma ancora non ci è arrivata la storia giusta.

A proposito di serie tv, le vostre preferite?

Antonio: La serie tv che ci ha fatto amare le serie tv è 24. Io sono rimasto là, non me ne è piaciuta nessuna quanto quella. Quella serie ci ha aperto gli occhi, ci ha cambiato.

Marco: Concordo. Tanto più che io non sono molto costante con le serie, è difficile che uno show mi agganci dall’inizio alla fine. Ultimamente mi stavo appassionando a Jessica Jones, la serie ha questa storia sull’arcinemico della protagonista che inizialmente è veramente forte e piena di mistero. Poi però cominciano a sbattertela in faccia di continuo, come se fosse una soap opera, e da lì ho perso interesse. 24 non aveva questo difetto.

Vi piacerebbe girare a Hollywood?

Antonio: L’idea ci affascina perchè siamo spettatori di quel cinema, ma è anche vero che noi vogliamo girare quello che sappiamo raccontare e non so se sapremmo raccontare un personaggio che vive a Los Angeles.

Marco: (si gira verso il fratello) Ma non è mica detto che una produzione di Hollywood si debba svolgere per forza a Los Angeles! Magari è ambientata a Roma. In realtà a noi hanno già proposto delle cose da Hollywood, più di una volta, ed io sono convinto che succeda ad altri colleghi italiani, più spesso di quanto si pensi. Il problema è che poi quando ti trovi in mano un copione del cazzo, proprio non ce la fai a dire di sì. Ti blocchi. C’è anche il fatto che noi non vogliamo finire dentro un film che è un macchinone produttivo infernale, dove si fanno riunioni per discutere ogni taglio e cose così.

Antonio: Anche se facessimo un film all’estero, sceglieremmo una situazione indipendente, più piccola, che ci lasci maggiore libertà.

Marco: Ci sono due eccezioni alla regola di non fare film a Hollywood. Se mi offrono un film di Bond o un film Marvel, non ci penso un secondo. Lo faccio di corsa.

Ammore e Malavita Empire

GIAMPAOLO MORELLI

Come ti sei sentito la sera della proiezione in Sala Grande a Venezia?

È stata un’emozione enorme. Per me, che non ero mai stato al Festival di Venezia, arrivarci per la prima volta con un film da protagonista è stato qualcosa di indescrivibile. Ma lo è stato ancora di più arrivarci con una pellicola che è un omaggio a Napoli, la mia città, per non  parlare di esserci arrivato con i Manetti Bros. con cui in questi anni abbiamo condiviso così tante cose. Io poi di solito non vedo mai i film prima dell’uscita in sala, anche se in questo caso avevo assistito a una proiezione privata per la crew in un cinema. Ma quando mi sono trovato in Sala Grande, circondato dal pubblico, e ne ho sentito l’entusiasmo per la prima volta, guardando quello schermo così grande e con l’audio che usciva così potente, ho pensato: “Ecco, questa è la magia del cinema”. Avrei voluto alzarmi e gridare: “Cazzo, abbiamo fatto un film!”.

Nel film sei un sicario della camorra, ma il tuo aspetto ricorda più un mix di Ethan Hunt e John Wick. Ti sei effettivamente ispirato a questi personaggi?

(Ride) In realtà sono più una specie di ninja a metà strada fra Mario Merola e John Travolta. Comunque no, ho semplicemente seguito l’istinto e mi sono fidato dei Manetti, così come loro si sono fidati di me. Il mio personaggio è la fusione tra il background napoletano e la mia educazione cinematografica a base di film americani degli anni ’80 e ’90.

In Ammore e Malavita si scherza, ride e canta ma ci sono anche molti morti ammazzati. Cosa sarebbe successo se a indagare in questo scenario ci fosse stato l’Ispettore Coliandro?

Portare Coliandro per una puntata a Napoli è da sempre un mio sogno, ma non so se produttivamente un giorno ce la farò, per il momento i Manetti sono arrivati a Napoli e questa è già una gran cosa.

Intanto, la nuova serie di Coliandro esce proprio a metà mese….

Sì, e stiamo lavorando già alla nuova. Questa serie è qualcosa di unico, la portiamo nel cuore, ogni volta è una gioia ritrovarci a farla perchè parla un linguaggio che ci appartiene e ci dà la possibilità di fare una televisione che sembra cinema.

Bisogna anche dire che i fan di Coliandro non sono fan normali, sono una specie di tribù.

Questa è una cosa che a raccontarla non si può capire, solo se la vivi capisci di cosa stai parlando. La gente pensa che i fan delle serie tv siano tutti uguali. Ma i fan di Coliandro sono i veri fan, non ne esistono di simili da nessun’altra parte.

Tra l’altro non potrai mai smettere di interpretare l’Ispettore, loro non te lo permetteranno mai….

Ma io voglio continuare a fare Coliandro per sempre. Penso che Coliandro più invecchia e più ha da dare (ride). Ti immagini che bello quando sarà vicino alla pensione e non gliene fotterà più niente?

Quale serie tv stai guardando in questo momento?

Narcos.

Qual è il tuo rapporto con la napoletanità?

La mia napoletanità è qualcosa che mi appartiene al 100%. Sono orgoglioso di rappresentare Napoli ovunque io vada.

È vero che prima di fare l’attore facevi il prestigiatore?

Ho cominciato a 12 anni, ma ancora oggi faccio giochi di prestigio a teatro in occasione dei reading tratti dal mio romanzo Storia di un giovane prestigiatore, erotomane, dislessico e disadattato.

E qual è il tuo cavallo di battaglia?

Me ne vengono in mente due: la classica sparizione del fazzoletto, un trucco semplice ma che lascia sempre a bocca aperta, e la ghigliottina della mano, in cui trapassi il braccio dello spettatore con una ghigliottina e tagli invece una zucchina che è posizionata sotto.

Se dovessi interpretare sul grande schermo un supereroe Marvel o DC, chi sceglieresti?

Spider Man, perchè è il più umano, il più vulnerabile. Ha una fragilità che lo avvicina molto alle persone.

 

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