Sulle tracce del potere

Suburra, intervista, alessandro borghi, filippo nigro, claudia gerini

Empire ha incontrato tre degli attori protagonisti, Claudia Gerini, Filippo Nigro e Alessandro Borghi, per scoprire qualcosa di più sul losco mondo messo in scena in Suburra.

Testo Alessandro Scola

Sarà disponibile su Netflix dal 6 ottobre, ma un assaggio è stato già mostrato in anteprima al Festival di Venezia. Stiamo parlando di Suburra, la nuova serie tv ambientata in una Roma dilaniata da lotte di potere senza scrupoli, che si pone come un prequel nei confronti del film omonimo uscito nel 2015. Rivedremo quindi alcuni dei personaggi e ne conosceremo di nuovi. Ognuno dei tre protagonisti è l’emblema di uno dei mondi di Suburra: la famiglia malavitosa, la politica corrotta, il potere colluso col Vaticano.

 

ALESSANDRO BORGHI

Torni a interpretare Numero 8, capo di una potentissima famiglia criminale di Suburra. Come hai lavorato per calarti nei panni di un personaggio così spietato?

Partivo ovviamente un po’ avvantaggiato perché mi sono ritrovato un lavoro che già avevo fatto per il film. Quello che ho cercato di fare per la serie è stato innescare questo processo per allontanare da lui la consapevolezza del potere, perché dovendo andare a raccontare Numero 8 prima di arrivare al film avevo bisogno di raccontare un personaggio che fosse un po’ più acerbo, un po’ meno consapevole, forse anche un po’ meno cattivo in modo assoluto, anche per la possibilità di poterlo raccontare sotto più aspetti, ovviamente, grazie al concetto di serialità. Perché nel film tu hai dieci scene, e non hai la possibilità di raccontare una gamma di sensazioni ed emozioni legate al personaggio, quindi paradossalmente lo vedi arrabbiato, o sensibile, o debole, senza vie di mezzo. Invece qui abbiamo cercato di portare al pubblico una varietà di manifestazioni, come succede nella realtà con gli esseri umani. Uno può anche essere definito “cattivo” ma, probabilmente, con la sua famiglia, coi suoi figli, avrà dei momenti di bontà. Avendo la possibilità di raccontare tutto questo vai a cercare le sfumature, e inconsciamente racconti anche quali sono i punti deboli – senza farlo in modo esplicito – attraverso il percorso che il personaggio compie. Abbiamo cercato ovviamente anche di ringiovanirlo da un punto di vista fisico, cosa che mi ha aiutato parecchio. Lo troverete molto diverso rispetto a quello del film. Mi sono affidato molto soprattutto ai nostri registi, perché in un arco di tempo lavorativo così lungo ogni tanto è complicato ricordare a che punto sei del cammino. A volte hai bisogno di essere guidato, di essere raddrizzato, di essere rimesso sul binario, in maniera da cercare di non sbagliare e di non fare cose che sembrino fuori posto nell’arco narrativo del personaggio.

 

Molti giovani spesso si identificano con i criminali della tv, che tendono a mitizzare perché li vedono come quelli che nella vita riescono a ottenere ciò che vogliono. Temi di diventare un villain idolatrato o ‘francamente te ne infischi’, come dicevano in Via Col Vento?

Mi ero già trovato a rispondere a questa domanda in un altro contesto, a proposito di altre serie, e forse a proposito anche di Suburra, il film. Io penso che da attore sia meraviglioso, in realtà, poter raccontare molti tipi di personaggi, tra cui anche Numero 8, quindi anche i villain. Se il pubblico confonde il piacere di andare a vedere una storia al cinema con l’andare a idolatrare una figura negativa, evidentemente c’è un problema, che però è un problema su cui non vorrei generalizzare: io proprio vorrei dire a chi prende d’esempio il percorso di Numero 8 che è un cretino. Il problema è dell’essere umano, è sempre e solo dell’essere umano. Io mi sono innamorato cinematograficamente di milioni di villain. Io stesso per costruire Numero 8 mi sono ispirato a Woody Harrelson in Il Fuoco Della Vendetta – Out Of The Furnace, che interpreta un personaggio che mi ha fatto impazzire e che è una figura spregevole. Questo vuol dire che ce l’ho sempre in testa, che lo prendo come ispirazione, ma dal punto di vista lavorativo. Non mi verrebbe mai in mente di farlo diventare un mantra per la mia vita. Quindi c’è un problema che purtroppo va molto più a fondo di quello che pensiamo, ed è una cosa su cui noi possiamo agire relativamente. Quello che possiamo fare è raccontare i personaggi sinceramente e avere cura di mostrare che non conviene fare certe scelte. Nel film lo raccontiamo facendo vedere che nel finale Numero 8 si prende un colpo in testa. Questa è una cosa intelligente che possiamo fare, ma a volte purtroppo non basta.

 

Prima il film e ora la serie, non temi che questo personaggio ti si incolli addosso e che poi possa diventare difficile interpretarne altri che nulla abbiano a che fare con la criminalità romana?

No, assolutamente, e mi auguro che sia così anche per gli altri. Tra l’altro, io tra il film e la serie ho fatto anche altre cose, ne sto facendo altre e ne farò altre ancora. Questo è un po’ un problema italiano, quello di essere etichettati. È una paura che non ho, perché ho la consapevolezza di aver fatto e di stare facendo un percorso che mi diverte da un punto di vista artistico, mi pone dei limiti sempre diversi e mi spinge a fare delle cose differenti. Al massimo, questo problema potrei pormelo quando si verifica tra gli addetti ai lavori. Se le persone con le quali mi dovessi trovare a lavorare iniziassero a identificarmi come Numero 8, allora dovrei cominciare a fare delle riflessioni, ma finora non è assolutamente accaduto e mi auguro che non succeda nemmeno in futuro.

Suburra, alessandro borghi, filippo nigro, claudia gerini, intervista

 

FILIPPO NIGRO

Tu nella serie sarai Amedeo Cinaglia, consigliere comunale e presidente della commissione urbanistica. Di fatto sei l’eroe buono, un ruolo importante che sarà visto da cento milioni di abbonati. Avresti preferito essere ricordato come il cattivo?

Potrei dire che in questa serie non c’è nessun personaggio veramente buono, senza fare spoiler. Di certo Amedeo Cinaglia è uno di quei personaggi che parte con alle spalle una formazione e una storia “buona”. È un politico e un consigliere comunale. Però la cosa interessante di lui e su cui credo di essermi concentrato è il suo disorientamento, la sua insoddisfazione nella carriera, nella politica, nella famiglia. Ha questa moglie che è una politica importante, mentre lui è un piccolo consigliere comunale. C’è questa situazione di non riconoscimento del proprio partito. Questi malumori monteranno e lo trasformeranno nell’arco della serie, per esempio il conoscere Samurai e il fatto che comunque nel suo piccolo ricopra una carica che gli permette di organizzare degli incontri. Insomma, anche se non ha un potere propriamente decisivo è pur sempre il presidente della commissione edilizia, nel suo percorso si ritrova anche lui tra i poteri forti e anche lui ne rimarrà fatalmente attratto. Quindi il personaggio è buono fino a un certo punto.

 

Per interpretarlo a chi ti sei ispirato, avevi qualche personaggio di riferimento?

Si ricollega in parte a quello che dicevo prima. Il personaggio di un politico, istintivamente, non fa simpatia. Soprattutto oggi. Non scatta un’empatia immediata. Non dico che volessi farlo piacere a tutti i costi, ma ho pensato che fosse interessante, vista la formazione che il personaggio ha all’interno della storia, mostrarlo come una persona che, nelle sue incertezze, ha delle dinamiche ordinarie, una famiglia, una moglie più giovane, due figli, quindi è una persona apparentemente normale, che poi è spinta da insoddisfazioni e da riconoscimenti che non gli vengono attribuiti. Non ho fatto riferimento a una situazione reale specifica, era meglio lavorare di fantasia, per vari motivi. Certo, potrei dire che sono andato a qualche seduta in Campidoglio, che ho osservato la situazione. Non dico che lo avrei potuto evitare, è stato interessante andare dove poi avrei girato le scene, nella Sala delle Bandiere, nella Sala Giulio Cesare. Ma più che altro mi è servito per prendere visione dell’ambiente e della situazione. Alla fine i politici li abbiamo sempre intorno. Il dato interessante è che in questo caso si tratta di un consigliere comunale, non è un politico di primo livello, un parlamentare, cosa che mi ha offerto qualche spunto in più dal punto di vista delle sfumature, dell’umanità. Perché è un personaggio che non ha un’immagine pubblica, e questo fa la differenza.

Nella Roma corrotta rappresentata in Suburra, se tu fossi davvero Amedeo ti fideresti di qualcuno o emigreresti in Polinesia?

Nei suoi panni sceglierei un percorso da seguire, e di qualcuno mi fiderei.

Suburra, alessandro borghi, filippo nigro, claudia gerini, intervista
CLAUDIA GERINI

Tu in Suburra interpreti Sara Monaschi, un revisore dei conti della commissione vaticana che punta ad arrivare molto in alto grazie alla famiglia del marito. Cosa puoi dirci del tuo personaggio?

Sara Monaschi è una donna molto ambiziosa e molto capace in quello che fa, grazie al nome del marito e grazie anche al suo savoir faire, alle pubbliche relazioni e al fatto di riuscire a carpire e a saper mantenere alcuni segreti e alcune informazioni. In questo consiste gran parte del potere, lei lo impara presto ed è anche quello che la affascina in qualche modo. È un revisore dei conti, ha una grande razionalità, è anche una donna che ama molto il potere e il denaro. Le piace mantenere la sua posizione, e anzi vorrebbe crescere sempre di più all’interno della sua comunità.

 

Ti è mai capitato di conoscere persone simili?

Io ho frequentato poco i salotti della Roma che conta, non è il mio ambiente naturale. Magari non ho conosciuto una Sara Monaschi, ma sicuramente un certo tipo di Roma che poteva rappresentarla sì. Lei è una borghese, di origini umili. La nobiltà arriva da suo marito e così anche la vicinanza col Vaticano, ma la sua posizione se l’è costruita lei con la laurea in economia, è una donna capace e intelligente. Non è solo merito del marito, ci tengo a dirlo, è una donna che ha fascino ma non è per questo che si trova dov’è, ma appunto per la sua capacità di sapersi far valere.

 

Com’è stato lavorare con Michele Placido come regista? Aveva fin dall’inizio un’idea precisa di come voleva rendere il tuo personaggio, e ti ha quindi guidata passo passo, oppure si è affidato molto anche al tuo talento?Entrambe le cose, perché Michele è un grande conoscitore dell’animo umano e allo stesso tempo si fida dell’istinto di attore, perché lo è lui stesso. Io amo molto i registi che sono anche attori perché fanno la differenza. Hanno un approccio più tridimensionale al personaggio, Michele ti aiuta anche attraverso il suo talento e il suo istinto. L’istinto è ciò che l’attore ha da dare e lui lo prende in considerazione e si lascia anche affascinare; di contro mi ha aiutato tantissimo a trovare il mood, l’imprinting iniziale del personaggio nel corso dei primi due episodi, anche se poi Sara Monaschi, come tutti gli altri personaggi, ha una trasformazione e un’evoluzione importanti, passa attraverso tante esperienze che la cambieranno. Ma con Michele abbiamo stabilito le coordinate iniziali. Mi è piaciuto molto anche “rubare” un po’ da lui. Scherzando, alcune scene le mima lui stesso. Un po’ ti dice come le vorrebbe, come le vede, però a volte le interpreta proprio con tanto di movimenti per darti un’indicazione ancora più viva. Alla fine poi si fida molto dell’istinto dell’attore ed è un regista attento, generoso e molto esigente. Se il tono non gli piaceva rifaceva il ciak, non si accontentava.

Senti di avere qualche aspetto della tua personalità in comune col tuo personaggio, o è stato tutto frutto di un lavoro creativo e recitativo?

Quando approccio un personaggio cerco sempre di capirlo e amarlo, di giustificare il suo comportamento. Tutte noi donne siamo abituate, per una questione culturale, a saper tacere e mantenere dei segreti. Per Sara dipende molto da questo, sapere delle cose ma non rivelarle. Io non sono una grande amante del denaro e del potere. Apprezzo il denaro come mezzo per fare delle cose belle o per avere una vita più comoda, ma non amo l’accumulo di denaro o il potere sugli altri. L’attore ha il potere di suscitare emozioni, non certo di esercitare il comando sulle persone. Per quanto riguarda l’ambizione di accumulare sempre più potere e denaro io e Sara siamo lontane; siamo vicine invece per la consapevolezza che saper mantenere i segreti offre dei vantaggi.

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