Rebel Heart

Rebel Heart

Darren Aronofsky è l’autore più intransigente di Hollywood. Ma nessuna delle sue opere precedenti può prepararvi a “Mother!”, un film surreale che vi lascia senza fiato

Testo Ian Nathan

Concepimento

Crescendo a Manhattan Beach, Darren Aronofsky era ossessionato dal Cyclone. C’era qualcosa nell’intensità delle famigerate montagne russe di Coney Island che sembrava parlare al regista in erba: la lenta e macchinosa salita; la caduta libera e i tornanti; le urla della folla. Era terrore progettato ad arte. Ci andava ogni estate. E guardava gli altri passeggeri scendere con le gambe che tremavano e giganteschi sorrisi.

Avanti veloce di trent’anni e Aronofsky è un filmmaker conosciuto per le importanti produzioni cinematografiche, con grandi star bellissime calate in un abisso di violenza e allucinazione. Il suo debutto in bianco e nero costato 60mila dollari, π – Il Teorema Del Delirio, narra le gesta di un matematico paranoico e cospirazionista che crede di aver scoperto un codice inviato da Dio. Il secondo lungometraggio, un devastante adattamento dal romanzo tragico di Hubert Selby Jr., Requiem For A Dream, è una terrificante discesa in una spirale di degradazione sessuale e amputazioni.

Per l’immenso successo, che gli è valso un Oscar, de Il Cigno Nero, ha trasformato le leggiadre figure del balletto professionale in un burlesque psicosessuale, in cui la ballerina iper-nevrotica interpretata da Natalie Portman veste anche i panni del suo doppio diabolico. L’atto della creazione è sempre una scorciatoia verso la follia. In The Wrestler, probabilmente il film più mainstream di Aronofsky, Mickey Rourke nei panni del lottatore in disgrazia si spara con la pinzatrice in fronte.

“Non voglio essere come McDonald’s, dove tutti si divertono, e cose così, – ride il regista quarantottenne – voglio che la gente parli dei miei film”.

La sua ultima fatica, mother! (l’eccentrica stilizzazione usata nel titolo contribuisce a creare l’alone di mistero) scatena già discussioni infinite. È di certo l’apoteosi di tutte le sue diavolerie; il suo esercizio più ambizioso e oscuro di estremismo cinematografico. E ha come oggetto il tormento di una delle più grandi star di Hollywood.

In principio, però, c’era un caso di blocco dello scrittore. Beh, forse era più voglia di scrivere. Aronofsky era occupato con la sceneggiatura di, stranamente, un film per bambini. “Qualcosa di molto personale,” dice a proposito del progetto, che conteneva elementi della sua infanzia confortevole di ragazzino di origine ebraica a New York. “Ma ero un po’ in difficoltà, come capita sempre. L’ispirazione, – puntualizza – spesso non è altro che il tuo cervello che cerca di distrarti da quello di cui in teoria dovresti occuparti”.

Lo sapeva fin troppo bene e si è assicurato di buttare giù due righe sull’idea che lo stava fulminando. Era sicuramente una cosa insolita: una storia d’amore tetra, più o meno un kammerspiel e, come il suo Noah apocalittico del 2014, vagamente ispirata al suo lavoro in campo ambientalista. “Sono temi che mi stanno molto a cuore, – dice – ma non sono certo uno che si mette a fare un biopic sul tizio che ha fondato Greenpeace”.

Era rimasto colpito dall’idea che mentre i suoi parenti erano a loro tempo rimasti scioccati dalle terribili immagini del Vietnam irradiate nei salotti dalle tv, la società adesso viene presa d’assalto da un’infinità di immagini simili alle piaghe bibliche, attraverso gli smartphone: guerra, carestia, povertà, terrorismo, innumerevoli crisi bancarie.

“Realizzi semplicemente quanto fragile e folle sia il mondo, il precipizio sul quale stiamo vivendo. Ho tratto anche ispirazione da cose più personali, come il dolore, e quella sensazione, da genitore, di impotenza stracolma di rabbia”.

Aronofsky è un’anima piena di contraddizioni. Il ragazzino di Brooklyn amava alla follia Spielberg e Lucas, mentre lo scaltro studente di cinema e antropologia ad Harvard ha dedicato tutto se stesso ai grandi maestri del cinema straniero. Il suo nome è stato accostato a un reboot di Batman (con Clint Eastwood), una versione messianica di Superman, un rifacimento di RoboCop e un film in cui moriva Wolverine, e possiamo solo immaginare cosa avrebbe potuto fare con ognuno di quei titoli. Ma il suo percorso lo ha guidato verso la natura più selvaggia e profonda del suo istinto.

Un paio di settimane dopo quei frenetici scarabocchi, si è trovato senza nulla da fare e così si è seduto al suo laptop per vedere dove quell’idea andasse a parare. “È uscito tutto di getto, come un delirio, – ricorda – non riuscivo a fermarmi. Sono rimasto lì seduto, senza mangiare, in calzoncini per tutto il tempo. Ho scritto tutto in cinque giorni”.

Esausto ma euforico, ha mandato la sceneggiatura ai suoi production partner Scott Franklin e Ari Handel, su cui sapeva di poter contare per un parere spassionato. Era uscito di senno? Oppure il materiale aveva del potenziale?

Sono rimasti spiazzati ma allo stesso tempo colpiti, e gli hanno suggerito di prendersi il rischio di sottoporlo alle potenziali star del progetto.

Il primo pensiero di Aronofsky è stato di mandare un messaggio alla sua amica Jennifer Lawrence, avvertendola in anticipo che stava per inviarle la sua nuova sceneggiatura, promettendole che sarebbe stato qualcosa di diverso da qualsiasi cosa avesse letto no ad allora.

La premessa è apparentemente semplice. Lawrence interpreta una giovane moglie introversa che vive in una grande casa di campagna con il marito più vecchio di lei (Javier Bardem), un poeta di grande fama alle prese con il suo personale blocco dello scrittore. Lei nel frattempo pensa a ristrutturare la casa in proprio, e non è per nulla preparata all’arrivo di uno straniero indesiderato (Ed Harris) che si presenta alla porta. Dice di essere un chirurgo – anche se nessuno glielo ha chiesto – ma fuma come
un pazzo, spesso in casa. Trascurando la crescente agitazione della moglie, il marito diventa stranamente preoccupato dal loro ospite. Dopo la scoperta di alcune tracce di sangue in bagno, arriva la moglie del chirurgo (Michelle Pfeiffer) e si rivela insopportabile.

Quando alla porta bussa il loro glio squilibrato, va tutto al diavolo, per così dire.

La prima reazione della Lawrence allo script è stata di lanciarlo all’altro capo della stanza e rispondere ad Aronofsky: “C’è seriamente qualcosa che non va in te”. Dopo averci dormito su però gli ha scritto di nuovo: “Comunque, è un capolavoro”.

Ride. “Ci sono state almeno ventiquattro ore in cui tutti pensavano che avessi rifiutato reagendo in modo esagerato. Ma è stato come leggere una poesia o un racconto biblico oppure i diari di Darren: brani scelti da una mente incasinata”.

“Nel momento in cui hai Jennifer Lawrence, hai già il film in tasca,” dice Aronofsky. Qualsiasi dubbio avessero avuto quelli del dipartimento marketing della Paramount, sapevano bene che Aronofsky non avrebbe mai consegnato una cosa tipo Ride Along. In meno di un anno dalla scrittura iniziale,sono iniziate le riprese.

Messo in scena con un’intensità febbrile anche per gli standard di isteria cinematografica cui il regista ci ha abituati, mother! precipita dalla comicità assurda all’incubo delirante, mentre centinaia di ospiti brulicano nella fragile dimora dei protagonisti. mother! non si sviluppa attorno a un singolo colpo di scena, come per esempio Il Sesto Senso. Qui è tutto un colpo di scena. Ci sono, ammette Aronofsky, due chiavi di lettura.

Da una parte, è una “grande, potente allegoria”. Tutto si presta potenzialmente a diverse letture, che si adattano ai molteplici significati del film come in un puzzle da decifrare. Tutte le ossessioni di Aronofsky
si nascondono nelle crepe dell’intonaco malandato: misticismo, religione, numerologia, astrologia, vita, l’universo e tutto quanto. Lawrence è stata felice di utilizzare finalmente le lezioni sullo studio della Bibbia frequentate all’epoca delle superiori in Kentucky, colpita da come il regista sia riuscito a “prendere temi millenari e tradurli in una storia che parla di cosa significa essere umani”. È possibile vederla come una parabola ecologista, ma che non lascia mai i confini di una spaziosa quanto complicata casa andata precedentemente a fuoco. “Ma alla base di tutto c’è anche una storia emozionante” precisa il regista, che ha iniziato a frequentare la Lawrence durante la produzione del film. “Le persone che l’hanno visto, hanno potuto interpretarlo come un dramma amoroso tra un uomo e una donna più giovane di lui, che è chiaramente una delle chiavi di lettura. C’è sempre la critica a Hollywood, ai film con vecchie star del cinema scritturate insieme a giovani ragazze ingenue”.

Gestazione

Non aveva, in effetti, un’idea precisa della casa, ma Aronofsky era certo di una cosa: doveva essere una dimora di epoca vittoriana. Era fondamentale riuscire a trovare il giusto registro estetico. È una pellicola contemporanea, ma c’è un elemento marcatamente classico per quanto concerne l’ambientazione, con questa grande e imponente abitazione che nasconde chissà quali segreti nel seminterrato. “Sapevo anche di volere una casa che presentasse una natura circolare”, aggiunge, con la cognizione di causa di chi ha ristrutturato casa con le proprie mani (la definisce il suo “quarto film”). “Volevo che avesse una disposizione confusa, qualcosa che il pubblico fosse costretto a memorizzare”.

Quando il suo production designer ha suggerito una casa dalla forma ottagonale – il tipo di architettura a otto lati in voga nell’America del XIX secolo – Aronofsky è rimasto affascinato dall’idea. Quello stile offriva un’incredibile varietà di angolazioni, con la scala a chiocciola centrale che rimandava al Cyclone e alle sue piroette. Inoltre, girato di lato, il numero otto diventa il simbolo dell’infinito.

Durante le riprese a Montreal, la produzione ha costruito due versioni della residenza, una disposta in modo da consentire che la luce del giorno entrasse dalle finestre (impossibile da replicare in studio); l’altra, invece, è stata dedicata alle riprese notturne.

Per le prove hanno disegnato col gesso una grande mappa dell’interno della casa per pianificare il costante movimento ansiogeno del film e il senso di claustrofobia ‘alla Polanski’ (“Lui è stato una grande fonte di ispirazione” dice Aronofsky del regista di Rosemary’s Baby). Nel frattempo, la sceneggiatura si è evoluta. “Era una guida, non la Bibbia, – dice Bardem – diciamo una cosa in corso d’opera: flessibile, dinamica, viva”.

L’attore spagnolo definisce il suo personaggio di poeta come un uomo spinto dalla passione per la creazione, diventata quasi un’ossessione. Dice di aver conosciuto diverse persone così nella sua carriera, persone potenti che però tradiscono sempre una certa vulnerabilità. E con cui spesso non è facile avere a che fare. La cosa più importante era riuscire a conferire alla storia una buona dose di realismo. “E puntare su quella sensazione di allegoria, – spiega Bardem – poi, dai il tutto in mano a Darren”.

Con Aronofsky, gli attori tendono a pensare che ci sia sempre qualcos’altro in ballo. “E allora vogliono parlare con me,” ride. Pfeiffer, in particolare, che come Harris interpreta un personaggio diabolicamente infantile, con poco rispetto per i confini della sfera individuale, aveva parecchie domande. “Ha subito individuato il personaggio che avrebbe interpretato, – dice – ma le ci è voluto un po’ per comprendere il contesto più ampio cui cercavo di dare vita”.

Lawrence descrive il suo personaggio come una moglie perennemente fedele, amorevole, molto femminile, e molto abile per quanto riguarda la casa. E l’ultima non è proprio una qualità con cui l’attrice avesse alcuna affinità.

“Io? No, finirebbe che dovrei pagare qualcuno per rimediare a quello che ho combinato”.

Per accompagnare l’insolito storytelling, Aronofsky ha escogitato un altrettanto sconcertante approccio alla regia. La macchina da presa non abbandona mai la sempre più sconvolta moglie interpretata da Lawrence, mentre corre di qua e di là per la sua casa, tentando invano di ristabilire l’ordine. Bardem ha definito quella frenesia coreografica come una “danza”; il film gira, barcolla, sprofonda, sia sul piano fisico che su quello emotivo. Ci sono stati momenti in cui l’attore non aveva idea di quello che sarebbe accaduto in scena di lì a poco. Ha solo pregato che il regista avesse tutto sotto controllo.

“Ci sono solo tre tipi di riprese nel linguaggio di questo film, – spiega Aronofsky – inquadratura di quinta, primo piano del suo viso, o soggettiva di quello che lei vede. Il che ha reso il lavoro di Jen incredibilmente difficile”. Ha calcolato che sessantasei minuti delle due ore di durata della pellicola sono dedicati all’inquadratura del volto disperato di Lawrence. “Ma non ti annoi, perché lei è un’attrice incredibile che ti tiene costantemente sulle spine”.

La pressione sulla Lawrence è stata immensa. Persino pellicole costruite intorno a un singolo attore come Castaway o Buried – Sepolto non sono così legate alla prospettiva di un solo personaggio. “Abbiamo girato in ordine cronologico, – dice l’attrice – è iniziato in maniera più intima, con solamente gli attori [protagonisti], Darren e i cameraman, per poi arrivare a scene con 20, 50 fino a 100 comparse. È diventato tutto molto opprimente, e il set sempre più sporco”. Mentre il conflitto all’interno della casa si intensifica, i suoi interventi di ristrutturazione vanno in pezzi, insieme alla sua psiche, come in un reboot di Casa, Dolce Casa?. La situazione si fa sempre più fuori controllo, mentre fan e seguaci del poeta se la prendono con la moglie. “Questo è stato il film più difficile della mia carriera, – ammette Lawrence – ho dovuto impiegare tantissima energia, come mai prima. È stato difficile sul piano mentale, ed è stata dura riuscire a staccare la spina e uscirne”.

Non si era mai sentita tanto fuori di testa come in questa occasione. In una scena è andata così tanto in iperventilazione che si è incrinata una costola. In un’altra occasione la troupe è rimasta a bocca aperta vedendo l’attrice protagonista che lasciava il set in lacrime, con dietro di lei il regista che la rincorreva gridando: “Non è reale! Non è reale!”

Nascita

Lawrence non ha, onestamente, la più pallida idea di quale potrebbe essere la reazione del pubblico alla visione di mother!. È probabile che faccia arrabbiare alcuni, mandi fuori di testa altri e ne incanti altri ancora. Al Festival di Venezia è stato duramente fischiato.

“È stato davvero spaventoso girare questo film, – dice – e lo è anche farlo uscire nelle sale”.

Il trailer sanguinolento lascia pensare a un horror vero e proprio, ma l’unico genere qui è quello ‘Aronofsky’. I poster appaiati, raccapriccianti, del poeta e di sua moglie, come quello che mostra la Lawrence che stringe il proprio cuore fra le mani, hanno già dato vita a una girandola di interpretazioni. “Il mio gusto personale è sempre stato un po’ fuori dalla norma” dice il regista, che ha passato ben 52 settimane in post produzione tentando di dare un senso alle sue immagini. “Non so se Il Cigno Nero si potrebbe definire un film horror. The Wrestler non era di certo un film che parlava di sport. Fountain – L’Albero Della Vita non era un film di fantascienza. Noah non era il tipico lungometraggio a sfondo biblico”.

Certamente, potremmo considerare mother! una reazione di Aronofsky alle sue prove per Noah, dove l’approccio elastico del film al Vecchio Testamento è dovuto scendere a compromessi per risultare appetibile per il mercato dei credenti.

“Vedi, ogni volta che lanci una sorta di bomba sul piano culturale, qualcosa succede, – dice – penso che la tragedia come forma espressiva sia andata perduta nella società occidentale. Tutti i film hanno un happy ending: la nostra cultura ha subìto una sorta di disneyzzazione. Ma io ho buone intenzioni, e sono fiducioso”.

Bardem, dal canto suo, considera mother! un film ottimista, nonostante il suo macabro immaginario. “Una cosa per me ha avuto molta importanza, – dice – ed è l’idea che ci sia un bisogno di appartenenza. Siamo stati creati per appartenere l’uno all’altro, e a qualcosa di più grande di noi stessi. Con il mondo che va nella direzione in cui sta andando, è un film davvero attuale”.

Qualunque sarà la vostra reazione, la pellicola conferma la fama di Aronofsky
come maggiore provocateur di Hollywood e come unico regista al mondo disposto a usare la parola ‘allegoria’ in un meeting con i produttori cinematografici. “Viene tutto dalla sua testa” dice Lawrence. Questo è ciò che ha creato. Amen.

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