Jacket Required

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Le star Matthew Modine e Vincent D’Onofrio riflettono sui trent’anni di Full Metal Jacket

Testo Ian Freer

Preparatevi a far saltare in aria la torta e a spegnere le candeline di dinamite: il capolavoro di Stanley Kubrick sulla guerra del Vietnam, Full Metal Jacket, ha appena compiuto trent’anni. Uno dei più grandi e più profondi film sull’inferno della guerra di tutta la storia del cinema, ha anche lanciato la carriera di due dei suoi protagonisti: Matthew Modine, nei panni del puro e idealista soldato semplice Joker, e Vincent d’Onofrio, che interpreta il tragico, terrificante e maltrattato soldato Pyle. I due, che si conoscevano prima dell’inizio delle riprese, ci dicono la loro sul film, su com’è stato lavorare con Kubrick e su una quasi fuga dal set durante le riprese.

Vi ricordate come avete avuto la parte?

Matthew Modine: Ricordo che ero in un ristorante chiamato Source sul Sunset Boulevard a fare colazione con un attore, David Alan Grier, e c’era un tizio seduto a circa tre metri da me, che mi guardava e diceva: “Vaffanculo, vaffanculo”. David si gira e dice: “Ah, quello è Val Kilmer, è un tipo molto simpatico”. Quindi David si alza, va a parlargli e mi fa cenno di andare a salutare. Vado anch’io e dico: “Ciao, mi chiamo Matthew Modine”. E lui fa: “Sì, lo so chi sei. Sono fottutamente stanco di te”. Io ribatto: “Senti, sono l’ultimo di sette fratelli, è tutta la vita che faccio a botte; non ho problemi ad andare fuori a risolvere questa cosa”. Al che lui risponde: “Sai perché mi hai stufato? Perché hai avuto la parte in Vision Quest, Fuga d’Inverno e Birdy – Le Ali della Libertà e ora fai pure Full Metal Jacket di Stanley Kubrick”. Ribatto: “Non devo certo scusarmi con te o chiunque altro per il lavoro che ho fatto. Ma posso dirti da subito con certezza che non sono nel film di Stanley Kubrick”. Ovviamente, appena finito di fare colazione, sono corso fuori a mettere venti quarti di dollaro nel telefono a gettoni per chiamare il mio manager a New York. Gli ho chiesto di mandare una copia di Vision Quest a Stanley Kubrick e poi ho chiamato Alan Parker a Londra per vedere se poteva mandargli anche Birdy. Ancora non so come ho avuto la parte, ma Val Kilmer ha certamente avuto un ruolo fondamentale nella cosa.

Vincent D’Onofrio: La prima volta che ho sentito parlare di Full Metal Jacket è stato perché me ne parlò Matthew, e poi, ovviamente, Stanley che mi ha dato la parte. L’ho già detto a Matthew e lui fa finta di niente, ma con tutta probabilità a quest’ora, senza loro due, non avrei alcuna carriera di cui parlare.

Modine: Respingo la tesi semplicemente perché, certo, puoi aprire la porta a qualcuno, ma poi è lui che varca la soglia e si conquista il lavoro. Quindi sono molto contento e onorato di essere quello che ha girato la maniglia, ma è Vince che deve prendersi tutto il merito per la carriera che ha fatto.

Full Metal Jacket è il film che ha inaugurato l’usanza per gli attori di andare al campo di addestramento per prepararsi a ruoli di questo tipo. Cosa vi ricordate di quell’esperienza?

D’Onofrio: Non è lo stesso boot camp di cui si sente parlare oggi, dove fai tutta una serie di prove pratiche. Il nostro addestramento è stato più che altro imparare quello che c’era da sapere per sembrare un Marine. Per quanto mi riguarda, si è trattato di imparare a marciare e contemporaneamente a mettere su peso, imparare a fare Monkey Patrol imbracciando il fucile, smontarlo e rimontarlo a occhi chiusi. Ci sono aspetti molto specifici che riguardano il Corpo dei Marines cui dovevamo prestare attenzione. Tutta quella roba, il comportamento da seguire e l’etichetta, ci è stata insegnata da Lee Ermey.

Quali sono gli insulti più pesanti di R. Lee Ermey che vi ricordate?

Modine: [Urla] “SCOMMETTO CHE SEI IL CLASSICO TIPO CHE LO METTE NEL CULO A UNO E NON GLI USA NEMMENO LA FOTTUTA CORTESIA DI FARGLI UN LAVORETTO DI MANO!”

D’Onofrio: [Ride] Sì quello è uno. Ma ce ne sono così tanti. E quelle erano le volte in cui almeno aveva pranzato. C’erano giorni in cui beveva solo caffè, tutto il giorno. Se ci fate caso, vi rendete conto che non sta recitando. È fantastico in quelle scene.

Quali sono i vostri ricordi più nitidi di Kubrick?

Modine: Penso che Stanley fosse una persona diversa con ognuno di noi. Diventava chi pensava di dover essere in quel momento. Quello che mi ricordo di lui è che era un ragazzino ebreo del Bronx che amava tantissimo fare cinema. Era uno che amava vivere, amava la sua famiglia e i suoi animali, e amava davvero, davvero, fare film. Penso che ne avrebbe voluti fare molti di più. D’Onofrio: Stanley è stato molto gentile con me. Non si è mai inalberato per qualcosa. Anche se non ci conoscevamo molto bene, ci invitò subito a casa sua per vedere dei film. Abbiamo visto La Rosa Purpurea del Cairo. Aveva questi due grandi proiettori cui cambiava lui stesso le bobine. Ricordo che apriva il frigo e ci dava queste Heineken grandi quanto una granata. Mi disse anche alcune cose molto personali, a proposito di me stesso e di come si sarebbe potuta evolvere la mia carriera. Cose che non dirò mai ma che mi sono rimaste impresse per tutta la vita. All’epoca rimasi scioccato. A essere franchi, c’è una cosa in particolare che mi disse, che si è assolutamente avverata in seguito. Ha riassunto la mia carriera in una frase. Io l’ho guardato come se fosse matto. Se ci ripenso oggi, con gli occhi di un uomo di 58 anni e la lunga carriera che ho avuto grazie a lui, penso che abbia davvero fatto centro. In definitiva, è stata una vera fortuna vivere quell’esperienza ed essere anche stati trattati con i guanti.

Qual è la vostra posizione sull’abitudine che aveva Kubrick di fare infinite riprese della stessa scena?

Modine: Tutto quello che faceva era fondamentale per poter raccontare la storia. Se qualcuno gli poneva la tua stessa domanda, rispondeva che nessuno sarebbe mai andato da Beethoven a chiedergli: “Ehi, Beethoven, quante note hai infilato in quel concerto?” o a Picasso: “Quante pennellate hai fatto su quel quadro?”. Pensava fosse assurdo. Il processo di creazione di un film è lo stesso tipo di esplorazione nel mondo dell’arte che compie un musicista o un pittore. Quindi perché fermarsi a ragionare sul numero di ciak? La cosa che conta è aver trovato quello giusto, quello che serve per raccontare la storia.

D’Onofrio: La cosa non mi ha mai creato problemi. Nelle scene ambientate al campo di addestramento, abbiamo fatto tutto quello che si fa normalmente quando si gira un film. Abbiamo girato qualcosa come nove volte la scena dove mi fanno la festa con gli asciugamani, ed è una cosa normale per quel tipo di scena. Era una ripresa lunga e difficile. Ero contento di rifarla per nove volte di fila? No, ma gli attori sono gente pigra di natura, non vogliono mai faticare troppo.

Modine: C’è un’altra cosa interessante a proposito delle riprese. Quando finimmo di girare il film, Arliss Howard [che interpretava il soldato Cowboy] mi disse che aveva salutato Stanley e che lui gli aveva chiesto: “Ti mancherò?”. E Arliss aveva risposto: “Certo che mi mancherai”. A quel punto Stanley aveva aggiunto: “No. Mi rimpiangerai quando sarai su un altro set, girando una scena e il regista dirà ‘Stop, ok ce l’abbiamo, passiamo alla prossima’ e tu saprai che non è vero e che ne dovreste fare qualcuna in più. Allora ti mancherò”.

Matthew, è vero che non voleva lasciarti andare a casa per la nascita del tuo primogenito?

Modine: No, mi lasciò andare ma ci volle un po’ per convincerlo. Ho dovuto minacciare di ferirmi a una mano e dover così lasciare il set per andare all’ospedale. Penso che in realtà quella volta fui semplicemente io a partire con il piede sbagliato, dicendo: “Oggi non lavoro. Devi girare la scena in cui Eightball [Dorian Harewood] viene colpito dal cecchino e quindi me ne vado”. Quello è stato l’approccio sbagliato. In pratica lo stavo accusando di fare troppe riprese e di essere lento. Lui disse qualcosa come: “Di che stai parlando? Dobbiamo girare la scena di Dorian e poi una con te nel pomeriggio”.

D’Onofrio: oppure quattro mesi dopo…

Modine: Sono partito con il piede sbagliato. Io e mia moglie avevamo deciso di chiamare nostro figlio Boman circa cinque anni prima che nascesse. Stavamo scherzando, dicevamo: “Avremo un bambino, quando sarà piccolo lo chiameremo Boy [bambino] e quando sarà cresciuto Man [uomo], mentre da adolescente sarà Boman”. Ci sembrava suonasse come il nome di un lanciatore di baseball [ fa la voce da annunciatore] “Adesso batte per i New York Yankees – Boman Modine!”. Quello a cui non avevo mai pensato è che il personaggio interpretato da Keir Dullea in 2001: Odissea nello Spazio si chiama Bowman. Quindi, credo che lui abbia pensato volessimo chiamare nostro figlio come Keir Dullea nel film.

Cosa vi ricordate del soggiorno a Londra durante le riprese?

Modine: Quanto il cibo fosse pessimo. Mi spiegò l’assistente di Kubrick, Leon Vitali, che l’Inghilterra stava ancora scontando gli effetti della seconda guerra mondiale. Non aveva senso, tutto quel terreno fertile e in Inghilterra era impossibile trovare frutta e verdura decenti. Andavi a comprare le carote dal fruttivendolo e sembravano l’erezione di un uomo di novant’anni.

D’Onofrio: Già tanto che lo sembrassero, allora.

Che significato ha per voi il film, oggi?

D’Onofrio: L’ho visto soltanto due volte. La prima quando uscì e poi quando abbiamo fatto il commento al film, scena per scena. Credo che rappresenti una potentissima riflessione sul rapporto tra guerra e psiche umana. Penso sia incredibile. Le reazioni che ricevo per aver interpretato quel personaggio non finiscono mai. Tutti quelli che incontro, uomini o donne che sono stati nell’esercito, non possono fare a meno di parlarne. Succede da trent’anni. Quindi quando la gente mi chiede quale sia il mio film preferito, penso a un sacco di titoli, ma non posso fare a meno di rispondere Full Metal Jacket per via dell’esperienza che ho vissuto.

Modine: Penso che il film continui a essere importante, perché ancora oggi continuiamo ad addestrare giovani ragazzi alla carriera militare per poi a mandarli là fuori a uccidere le persone. È qualcosa di molto primordiale e tristemente inevitabile per combattere chi vuole annientarci. Penso che quello che Stanley Kubrick volesse dire era che se continuiamo a usare la violenza per risolvere i problemi, finiremo come Slim Pickens, che cavalca la bomba in Il Dottor Stranamore, distruggeremo la vita come la conosciamo su questo pianeta. Dobbiamo imparare dagli errori del passato, se vogliamo progredire come una società intenzionata a raggiungere i traguardi di civiltà cui aspiriamo.

Full Metal Jacket

Disponibile in: DVD, Blu Ray

Distribuzione. Warner Bros.

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