Un successo davvero optimus

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Con Transformers: L’ultimo cavaliere Michael Bay espande la sua serie sui robot trasformandola in un universo cinematico che attraversa miliardi di anni. Che Bay stia battendo la Marvel al suo stesso gioco?

Testo Alex Godfrey

Sembrava una domanda veramente innocua. Un piccolo modo per rompere il ghiaccio. Quando nel giugno 2015 si sono riuniti gli sceneggiatori di Transformers per valutare eventuali sequel e spin-off, Michael Bay è stato presente fin dall’inizio? Senza volere, però, la domanda di Empire ha provocato al regista un flashback di uno dei momenti più terrificanti della sua vita. “Cazzo”, dice a bassa voce, con lo sguardo fisso sui suoi piedi. “Ero a Malta…” Fa una pausa. “È stato spaventoso…” Alza gli occhi e strizza gli occhi al sole di Los Angeles. Poi si riprende e racconta la sua storia. Michael Bay è all’apice della carriera. Si trova in un edificio a Malta, sta girando la scena di un incendio per il suo film drammatico che racconta la storia del Benghazi, 13 Hours. “Avevamo fatto già tre prove antincendio. C’erano i pompieri armati di idranti a entrambi i lati. Praticamente è successo — sul set queste cose succedono sempre quando non presti attenzione — che i tipi che fanno i video per il dietro le quinte hanno iniziato a intrufolarsi.

Questo rende la fuga più pericolosa per tutti. Io ho una tuta antincendio all’avanguardia, con una protezione per il volto in oro, guanti, tutto il repertorio. E dietro di me c’è il macchinista, un ragazzo inglese. Il caldo aumenta. E quando si inizia a sparare il fuoco nella psiche umana accade qualcosa di stranissimo, praticamente è uno spettacolo così bello che per mezzo secondo rimani bloccato. Tutti noi siamo rimasti bloccati due secondi in più del previsto. A un tratto il calore diventa insopportabile e l’addetto alla sicurezza urla: ‘FUORI!’” Sono tutti corsi verso la porta, ma si stava intasando per via del numero eccessivo di persone. “Io sono il penultimo a uscire e il fuoco inizia a salire, andando in cerca di ossigeno sopra le nostre teste, come in Fuoco assassino”, continua Bay. “Il mio povero macchinista aveva i capelli lunghi, che sono rimasti strinati. La mia tuta antincendio ha protetto parecchie persone, ma lui se l’è vista brutta. I suoi capelli sono svaniti. Io ho perso tutti i capelli in questo punto”.

Passa la mano sul retro della sua chioma. “Si sono vaporizzati. Vaporizzati. E tutti erano sconvolti. Cavolo. Subito dopo ho fatto il primo meeting con gli sceneggiatori di Transformers, che mi hanno chiamato su Skype dal loro ufficio. ‘Salve, ragazzi, ho appena perso dieci centimetri di capelli, voi come state?’” Ride per l’assurdità della cosa. “Comunque, qual era la domanda?” Ora i capelli sono ricresciuti. E, momento in cui ha rischiato la vita a parte, non si può lamentare. I film dei Transformers di Bay hanno avuto un successo clamoroso. Gli ultimi due hanno incassato oltre un miliardo di dollari l’uno; in totale il franchise ha accumulato quasi quattro miliardi di incassi lordi. Sembrerebbe una formula vincente. Quindi, quando incontriamo Bay all’esterno della cabina di montaggio de L’ultimo cavaliere, ad aprile 2017, siamo curiosi di sapere come mai la Paramount abbia reclutato 12 sceneggiatori per un ritiro a tema Transformers di tre settimane.

“Sono stato io ad andare da Brad Grey (ex amministratore delegato della Paramount) a dirgli: ‘Ho bisogno di fare un meeting con te’”, spiega Bay. Con L’era dell’estinzione nel 2014 si è visto un nuovo inizio per il franchise, dopo che Shia LaBeouf se n’è andato ed è stato rimpiazzato da Mark Wahlberg nei panni del fenomenale Cade Yeager, ma Bay era preoccupato. “Sono andato da Brad a dirgli che secondo me il franchise sarebbe andato a morire”. La Paramount aveva chiesto a Bay di produrre un quinto film; non era sicuro di volerlo dirigere. E in ogni caso non voleva “macinare un altro copione per non andare a parare da nessuna parte”. Disse invece a Grey che la Paramount doveva investire diversi milioni di dollari in un team di sceneggiatori. “La nostra preoccupazione era che diventasse stantio”, conferma il produttore Lorenzo di Bonaventura, che incontra Empire nel suo ufficio con appeso al muro il dipinto di uno squalo da Blu profondo. “Sentivamo il bisogno di una narrazione più robusta e non ci sembrava di poterla ottenere tramite la realizzazione di un solo film”.

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Di comune accordo tra Bay, di Bonaventura, il produttore esecutivo Steven Spielberg e lo Akiva Goldsman, assunto come capo sceneggiatore, venne assunto un versatile team di scrittori. Alcuni esempi: Steven S. DeKnight, il primo showrunner di Daredevil, di Netflix; Christina Hodson, che ha scritto Shut In, horror dell’anno scorso con Naomi Watts; Zak Penn, che ha lavorato ai film della Marvel. Prima di andare a parlare con Bay, Empire ha fatto colazione con i tre sceneggiatori de L’ultimo cavaliere: Ken Nolan, che ha scritto Black Hawk Down, e Art Marcum e Matt Holloway, un duo che ha lavorato al primo Iron Man. “Una mattina mi ha chiamato Akiva”, dice Nolan, che sembra una versione più vecchia e più rude di Mark Wahlberg ma che riesce sempre a farti ridere.

“Mi fa: ‘Il piano è questo. Allestiremo una bellissima stanza alla Paramount riempiendola di roba. Un Bumblebee a dimensioni naturali. Un flipper’. Io gli faccio: ‘Continua…’ E lui: ‘Degli snack?’ ‘Degli snack!’, dico io”. La stanza è enorme, come un piccolo studio di registrazione, con dentro un tavolo bianco a L, di modo che nessuno fosse a capotavola. Oltre a Bumblebee, era colma di materiale di scena dei film, megaschermi che proiettavano i film e i cartoni animati e 10.000 oggetti artistici in tema. “L’equivalente di un negozio di caramelle per un malato dei Transformers”, dice Bay (oltretutto era in parte un vero e proprio negozio di caramelle, con una parete adibita esclusivamente a vetrina di dolciumi). Il primo lunedì mattina, Goldsman gli disse che dei rappresentanti della Hasbro sarebbero venuti a fargli un corso di due giorni sui Transformers, esaminando ogni iterazione del marchio nei minimi dettagli.

Da lì, gli sceneggiatori avrebbero scelto delle epoche e ideato delle storie per dei potenziali film. Quella mattina, Bay e la sua chioma bruciacchiata fecero una videochiamata da Malta per salutarli. A quel punto iniziò la lezione. La Hasbro gli fece studiare “14 miliardi di storie”, dice Marcum con un’espressione imperscrutabile. “Non scherzo. 14 miliardi”. Holloway ride di gusto. Lui è un patito dei Transformers, è cresciuto con un amore per il cartone e si è goduto appieno quel viaggio nella storia. Nolan, al contrario, non aveva nemmeno mai visto i film. “Me li sono visti uno di fila all’altro subito prima di dovermi trovare con gli altri sceneggiatori”, dice. “E sono quasi finito al manicomio”. Una volta finite le lezioni, si misero al lavoro.

Erano liberi di proporre qualunque cosa — beh, quasi. “Chiesi se potevamo fare un Transformers per adulti in stile French Connection”, dice Nolan. “I tizi della Hasbro me l’hanno bocciata subito”. Poi pensò a “un Transformers con i samurai girato in Giappone”, ma abbandonò anche quell’idea. Alla fine si convinse ad ambientarlo nel V secolo. Erano anni che lavorava a un copione per Re Artù, ma ancora non era riuscito a finirlo. Quindi, quando tra le idee uscì il 482 d.C. ci si fiondò sopra, sviluppando una storia in cui Merlino, il mago di Artù, è un ciarlatano ubriacone che salva la società grazie a dei poteri magici donatigli da un Transformer. Marcum e Holloway, nel frattempo, scelsero la Seconda Guerra Mondiale, giocando un po’ con delle idee che comprendevano i nazisti e i carri armati. “Le idee derivavano da tutti quegli equipaggiamenti meccanici”, dice Holloway, “e dal dualismo Manicheo di bene e male, adattandolo ad Autobot e Decepticon”.

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Marcum, Holloway e Nolan vennero ufficialmente assunti come sceneggiatori, un entusiasta Bay accettò il posto da regista e così iniziarono. Gli sceneggiatori si resero presto conto che avrebbero visto esaudire ogni loro richiesta. Avevano creato un inglese solitario, chiamato Sir Edmund Burton, che dimora in un castello e che custodisce i segreti del folklore dei Transformers. “Decidemmo che era un classico personaggio alla Anthony Hopkins”, dice Nolan. “Due giorni dopo Michael ci fa: ‘Ok, Anthony Hopkins ha accettato’”. Un altro nuovo personaggio è Cogman, un maggiordomo robot psicotico (“Ha costantemente il bisogno di uccidere qualcuno”, dice Marcum) che Spielberg ha felicemente descritto come “il miglior personaggio alto un metro e mezzo dai tempi di Yoda”. Holloway, un fan di Downton Abbey, un giorno buttò lì: “Sarebbe spassoso se a questo personaggio desse la voce Jim Carter”. Poco tempo dopo Bay annunciò: “Ah, Jim Carter… ci sta”. “È fantastico essere Bay”, dice Nolan. “Dicono tutti di sì”.

Bay ammette di fare sogni riguardanti la regia, nei quali cammina verso il centro di controllo post-produzione. Fa sogni a occhi aperti in cui è di nuovo sul set, a impostare le inquadrature e a dare indicazioni a degli sfocati pezzi di metallo immaginari. L’ultimo cavaliere stava per uscire e ormai l’aveva consumato: nemmeno il sonno riesce a farlo distrarre da Optimus Prime e dai suoi soldati d’acciaio. In questa stanza ci sono cinque schermi. Ci sono cinque tecnici di montaggio al lavoro insieme a lui. Tutto il suo lavoro finisce in una cartella sul desktop chiamata “Nuova roba di Bay”. C’è un sistema di videochiamata che gli permette di chiamare uno qualunque dei tecnici, che sembrano costantemente pronti a ricevere una sua telefonata, anche se sussultano lievemente quando succede. Ne chiama uno ed ecco apparire sullo schermo il tecnico al lavoro. “Che stai facendo?” lo interroga Bay, saltando i convenevoli. Il tecnico gli spiega la scena con John Turturro alla quale sta lavorando, girata da Bay appena pochi giorni prima. A Bay piace, ma la vuole un po’ più serrata e con uno stampo delle battute leggermente meno comico. L’era dell’estinzione, racconta Bay a Empire, “è stata un po’ un’eccezione. Perché avevamo perso Shia e dovevamo capire cosa volevamo fare. È stato una specie di giro di prova. Con questo si torna in ritmo”.

Al contrario di ciò che si dice, non ci sono in cantiere altri 14 film sui Transformers. Sono le 18 e Bay riaccende uno degli schermi — ora stiamo sbirciando una sala di screening, dove un piccolo team addetto agli effetti speciali si è riunito per fare il punto della situazione. Bay lo spegne per un po’ e aspetta; dopo un po’ gli arriva una telefonata. “Mi sembra di essere un centralino”, spiega a Empire. Lo schermo si riaccende; il team si riunisce per mostrare a Bay quello su cui stanno lavorando. Per un paio di minuti la conversazione è tranquilla, ma a un certo punto Bay esplode e esprime il suo disappunto per l’illuminazione su Optimus. “Ok, chi è che fa questa cazzo di luce arancione? Chi è?” chiede. “Da dove l’avete tirata fuori? È orribile”. Dall’altro lato cala un silenzio imbarazzante. Si giustificano. A Bay non interessa. “In effetti è un po’ troppo accesa”, ammette uno del team. “Sì, lo vedo” dice Bay. “Ti prego, digli che così non va bene, non possono fare cose del genere. Mi hai capito?” “Sì, chiaro” dice il tipo in maniera impacciata. Bay si rivolge a Empire con un ghigno. “Visto? Devo essere io a responsabilizzarli” ci dice, prima di tornare alla sua strigliata. “A qualcuno piace davvero un sacco l’arancione. Non so perché cazzo abbiano pensato che quel colore ci stesse bene”.

Shia LaBeouf una volta disse che Michael Bay non ha tatto, ma solo perché in questo genere di film non c’è tempo per avere tatto. John Turturro ha ammesso che il suo personaggio in Transformers, lo sfacciato e pomposo agente Simmons, è basato su Bay e sul suo atteggiamento sul set. Empire glielo fa notare per fargli scattare un esame di coscienza e Bay ride. “Questo lo dice lui” controbatte, poi dice che Turturro voleva scritturarlo come attore in un film per il quale si occupa della regia. Purtroppo non ha potuto accettare, perché era a Cuba a girare L’ultimo cavaliere. “L’avrei voluto fare però. Sarei stato un famoso parrucchiere”. Scoppia a ridere. “E avrei sparato nelle chiappe di un tale”. Ride un’altra volta, poi si rimette al lavoro.

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