Ferrante Fever, il genio e l’enigma di Elena Ferrante. La recensione

Ferrante Fever, al cinema il 2, 3, 4 ottobre

Comincia dall’America il viaggio di Ferrante Fever, il documentario di Giacomo Durzi su Elena Ferrante, forse il fenomeno editoriale più curioso e importante degli ultimi anni. Comincia da lì perché è negli States che il successo dell’autrice italiana è definitivamente esploso grazie alla traduzione, per mano di Anne Goldstein, della tetralogia di L’amica geniale. Un corpus di romanzi che ha appassionato tutti a partire da Hillary Clinton, che in un podcast del 2013, in piena campagna presidenziale, raccontava di quanto quei libri fossero ipnotici. Una vera esperienza emotiva, più che una semplice lettura.

La ricerca di Durzi, che ha scritto il docu-film a quattro mani con la giornalista Laura Buffoni, mira proprio a descrivere questa esperienza unica e travolgente. Vuole anzitutto raccontare la Ferrante attraverso le sue opere cercando di comprenderne lo stile, di tracciarne un ritratto professionale e privato con lo sguardo dell’indagatore imparziale. L’obiettivo non è dare un volto (o un nome) a Elena Ferrante, che da sempre vive in un anonimato imperforabile per tutti, tranne che per i suoi libri. Il fine ultimo è piuttosto scavare in questa volontà di non apparire per trovare il cuore del suo lavoro e le ragioni del suo successo. E il risultato coinvolge, trascinando in un mondo tanto geniale quanto enigmatico.

Quello di Ferrante Fever è un viaggio a ritroso tra i personaggi e i luoghi che hanno caratterizzato il lungo lavoro della Ferrante: da New York si torna indietro sino al primo romanzo, L’amore molesto, per proseguire con I giorni dell’abbandono e La figlia oscura e terminare a Napoli, città natale dell’autrice e teatro della già citata tetralogia di L’amica geniale. Una produzione letteraria a cui il film di Durzi dà voce attraverso le tante testimonianze raccolte, da Francesca Marciano (scrittrice e sceneggiatrice), al premio Pulitzer Elizabeth Strout, passando per Roberto Saviano e i registi Mario Martone e Roberto Faenza, autori dei film tratti da L’amore molesto e I giorni dell’abbondono.

Tutti interventi che, una volta montati insieme, tracciano un’analisi critica (e anche personale, cioè di semplici e affezionati ammiratori) della letteratura ferrantiana, resa ancora più preziosa dalla voce di Anna Bonaiuto: l’attrice, protagonista dell’adattamento di L’amore molesto, legge infatti estratti di La frantumaglia, intima raccolta di pensieri, lettere ed e-mail pubblicata dalla Ferrante nel 2003. Questi frammenti di narrazione rendono la scrittrice una presenza percepibile nel film, una sorta di personaggio onniscente i cui contorni prendono forma visiva grazie a disegni animati semplici, un po’ stilizzati forse, ma perfetti per ricreare l’aurea quasi eterea che da sempre circonda la sua figura.

Se c’è una cosa che Ferrante Fever insegna, è che continuare a chiedersi chi sia Elena Ferrante è la domanda sbagliata da porsi. Ricordando le parole di Saviano, la voglia di svelarne il mistero, privandola quindi del suo fascino, è figlia del desiderio onnivoro dei media di rubare il privato delle star e farlo suo. Perché tutto, oggi, deve essere pubblico e la scelta (o strategia) di Ferrante di togliere al sistema questa soddisfazione è figlia di una personalità geniale che vuole vivere soprattutto attraverso i suoi libri.

Il contenuto prima dell’apparenza. Per nulla scontato, in un’epoca come questa.

Al cinema solo il 2, 3 e 4 ottobre.

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