Sangue e sabbia

Dunkirk, christopher nolan, hoyte van hoytema, tom hardy, kenneth branagh, harry styles, fionn whitehead

Dopo aver elevato la fantascienza a livelli straordinari, il team Nolan ha deciso di portare la propria filosofia del realismo in un film sulla Seconda Guerra Mondiale. Ecco come il cast e la troupe di Dunkirk sono riusciti a compiere la più difficile impresa cinematografica del 2017.

Testo Dan Jolin

Appena dopo aver lasciato il college, due anni prima di debuttare sulle scene con il loro noir Following, Christopher Nolan e Emma Thomas decisero di fare una gita in barca attraverso il canale della Manica. Non andò molto bene. Sebbene al timone ci fosse il loro amico Ivan, un esperto navigatore, il maltempo sorprese a tal punto lo yacht e il suo equipaggio che non ci vollero le canoniche poche ore per giungere a destinazione nel nord della Francia, bensì 19 estenuanti ore – con il loro capitano impegnato la maggior parte del tempo a vomitare fuori bordo. Eppure, a quasi 22 anni di distanza, Thomas racconta a Empire che si è trattata di una di quelle esperienze che non dimentichi più. Hanno stretto i denti, unito gli sforzi, e hanno lavorato insieme per venirne fuori. Il che appariva quanto mai appropriato, considerata la loro destinazione: una vasta distesa di sabbia su una spiaggia colpita dal vento, uno scenario che ha certamente lasciato un’impressione nella coppia. “Per comprendere appieno la storia di Dunkirk,” afferma la Thomas, che da allora ha prodotto tutti i film di Nolan, e così pure Man of Steel, “non esiste niente in grado di fartela sentire per davvero come arrivandoci a bordo di una piccola barca. È un’esperienza capace di rendere vera e tangibile una storia che abbiamo sentito per tutta la nostra vita”.

La storia è quella dell’Operazione Dynamo, lanciata tra il 26 maggio e il 4 giugno 1940. Circa 400mila uomini, la maggior parte membri del Corpo di spedizione britannico, furono respinti dalle forze di Hitler al margine estremo della Manica. Casa e salvezza distavano solo 26 miglia; ma recuperare i soldati esausti e malconci da quella spiaggia – esposti com’erano ai colpi di mitragliatore dei bombardieri Stukas e facile bersaglio dei fucili tedeschi, nonché in balìa degli elementi – fu un vero inferno logistico. Soprattutto perché l’acqua era troppo bassa per permettere alle imbarcazioni più grandi della Royal Navy di attraccare correttamente in quella zona, con un solo piccolo argine della lunghezza di un chilometro utilizzabile come molo. In queste condizioni, Winston Churchill si aspettava di recuperare circa 40mila soldati. Eppure alla fine ne furono tratti in salvo quasi 340mila, in parte grazie alle condizioni climatiche per un certo tempo favorevoli. In secondo luogo grazie alla capacità di improvvisazione e all’ingegnosità degli uomini coinvolti, a cominciare dai genieri dell’esercito britannico, che riuscirono a creare dei pontili utilizzando file di autocarri con i pneumatici riempiti di sabbia.

E parte del merito va a una flotta improvvisata formata da barche civili che volontariamente salparono alla volta della zona di guerra per aiutare a riportare indietro i loro ragazzi. Non per niente questo episodio sarebbe stato ricordato come ‘Il miracolo di Dunkerque’. Questo miracolo è tornato in mente a Emma Thomas durante le riprese di Interstellar, l’ultimo film suo e di Nolan. In quel periodo stava leggendo un’antologia di racconti dei sopravvissuti scritta dallo storico Joshua Levine dal titolo Forgotten Voices of Dunkirk, e passò poi il libro al marito. Più questi leggeva, più il suo interesse cresceva. Tuttavia Dunkirk non è il soggetto più scontato per un film di guerra; poiché non si trattò di una battaglia, ma di un’evacuazione.

Così come ha ribaltato per davvero un camion nel Cavaliere Oscuro e ha costruito dei corridoi ruotanti per Inception, anche in questo caso Nolan ha voluto che tutto avvenisse davanti alla cinepresa senza ricorrere alla CGI (e girando l’intero film su pellicola di grande formato, soprattutto IMAX). Con la differenza di lavorare su una scala molto più grande di quanto non abbia fatto in passato. Per il ventenne Fionn Whitehead, al suo esordio nel cinema, il ricordo che gli è rimasto maggiormente impresso di Dunkirk è la vista di questa impressionante massa di soldati estendersi per tutta la spiaggia. “Quasi 1.500 comparse francesi erano vestite con divise ed equipaggiamento dell’esercito britannico – racconta a Empire – è stato meraviglioso. Sconvolgente. Era veramente freddo e c’era molta umidità, e loro stavano là tutti raggruppati con addosso delle coperte, a fumare, giocare a carte e a mandare occhiate scocciate. Sembrava di camminare attraverso le riprese di un documentario”.

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Per Styles non c’è stata nessuna comodità riservata alle popstar. Il suo primo giorno sulla spiaggia è servito molto a dare il tono, con la sabbia alzata dal vento che gli finiva negli occhi e la pioggia che gli raggelava le ossa. Dopodiché si è dovuto immergere nell’acqua gelata del mare. “I giorni più difficili sono stati quelli passati in acqua – dice – se non altro non c’era bisogno di fingere di avere freddo. Nel farlo in maniera realistica, con le esplosioni intorno e tutto il resto, si finiva per avere quelle reazioni naturali”. Le cose non sono state molto più semplici per Kenneth Branagh, arruolato da Nolan nella parte del Comandante navale Bolton, l’uomo incaricato del poco invidiabile compito di gestire la logistica dell’evacuazione sull’argine. I suoi giorni sono stati lunghi e faticosi, trascorsi su quell’esile pontile. “In termini di comfort da film, non ce n’era nessuno – dice – una volta che ti sei messo l’abito di scena e raggiunto la tua postazione, lì devi stare. Non esiste restare seduti o stare a guardare, niente di questo… Voglio dire, Chris non si siede. Nessun altro si siede. Nessuno prende una tazza di tè (ride). Ha questa specie di determinazione puritana a combattere tutto ciò che possa introdurre la tipica leggerezza del cinema, col rischio di contaminare l’esperienza”.

L’aspetto più ostico nel riprendere Dunkerque in Dunkirk sono stati i violenti cambiamenti meteorologici. A un certo punto, benché si stesse girando tra maggio e giugno, si è scatenata una tempesta talmente furiosa da distruggere parzialmente l’estensione del pontile di legno costruito dal reparto artistico su quanto era rimasto della struttura del vero molo. Lo scenografo Nathan Crowley ricorda come le onde implacabili “Sollevassero e strappassero via le assi di legno. Era un continuo lavoro di riparazione. Ma non ci siamo mai fermati, neanche un giorno”. Neil Andrea, consulente per le scene in mare, ha lavorato in Captain Phillips, Deepwater – Inferno sull’oceano e tre film della saga dei Pirati dei Caraibi; ma non gli era mai capitato di vedere niente di simile a Dunkirk. Pensa sia la più imponente ripresa navale della storia del cinema, anche se non può esserne pienamente sicuro perché “non ho la possibilità di incontrare e parlare con il coordinatore originale delle scene in mare di Ben Hur”.

In verità, non tutta l’azione navale è stata filmata sul posto. Fisher ha costruito sezioni di una nave su un gigantesco bilanciere all’interno della cisterna da 2.7 milioni di galloni d’acqua presso gli Universal Studios a Fall Lake, in modo che Nolan potesse effettuare delle riprese all’interno di un’imbarcazione mentre questa colava a picco, con 50 stuntmen che si lanciavano da essa. E per le più intense scene a bordo dell’eroica barca Moonstone (riguardanti Rylance, Glynn-Carney e Barry Keoghan nella parte di George, e il loro confronto con il soldato fifone interpretato da Cillian Murphy), si sono spostati sull’Ijsselmeer, un lago artificiale e poco profondo che si trova in Olanda. Anche qui il tempo è stato capriccioso, con le acque più mosse del solito che agitavano la piccola e rotonda barca del 1930, che Andrea aveva acquistato per la produzione dal suo proprietario, un tipo di Loch Ness. Ancora una volta le condizioni atmosferiche non erano riuscite ad allarmare Nolan. “Preferiva di gran lunga i giorni grigi e ventosi a quelli soleggiati,” ridacchia Rylance.

A metà degli anni ‘90, Nolan era approdato a Dunkerque su una barca a vela. Durante le riprese di Dunkirk nel 2016, c’è arrivato in volo su uno Spitfire. Anche se, a dispetto di alcune voci, non ha veramente fatto schiantare nella Manica uno di questi rari, preziosi e tanto amati aerei vintage da combattimento. “Non siamo totalmente degli irresponsabili” dice Van Hoytema. La grande scena dello schianto che compare nel film, assicura Fisher, è stata realizzata utilizzando modelli su larga scala e strutture di cavi. Nel frattempo, in California veniva completata una parte del lavoro di Hardy e Lowden con le sospensioni. Una ripresa effettuata, racconta Hardy “all’interno di un’apposita piattaforma con la coda dello Spitfire e l’abitacolo e sostenuta sopra una scogliera, col Pacifico che faceva da sfondo”. Quindi quanto l’ha fatto sentire coinvolto trovarsi per aria, veramente al di sopra della Manica? “Molto”. E com’è stato dividere lo spazio angusto dell’abitacolo di un caccia da combattimento vintage con un’ingombrante cinepresa IMAX? “Bello stretto”.

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Per ottenere una vera ripresa aerea in IMAX, Van Hoytema ha elaborato lenti speciali da immersione, che hanno permesso di adattare le cineprese dentro gli abitacoli. Così poteva filmare dall’abitacolo di uno Spitfire in direzione di un altro Spitfire, senza bisogno di ricorrere alle GoPro, che hanno “una risoluzione limitata e un’immagine di qualità scadente”. Gran parte di questa azione aerea mostra il pilota compagno di Tom Hardy, Jack Lowden, che, nonostante avesse un po’ più di esperienza rispetto a Whitehead, Styles e Glynn-Carney, si è trovato ugualmente a lavorare in un territorio completamente nuovo. O se non altro ad alcune migliaia di metri sopra di esso. È rimasto sorpreso dalla sensazione di fragilità trasmessa dagli aerei. “Davvero, è tutto un perenne scossone – racconta a Empire – non ho idea di come i piloti facciano a sentirsi, nonostante abbiano dei walkie-talkie nelle orecchie. Voglio dire, è massacrante quando tutta la struttura inizia a tremare in quel modo”.

Considerato che Dunkirk è il primo film di Nolan ambientato nel mondo reale dai tempi di Insomnia nel 2002, sotto molti aspetti anche lui deve muoversi in un terreno (e sopra di esso) inedito. Lo stesso identico terreno calpestato, 77 anni fa, da persone realmente esistite e la cui sopravvivenza ha permesso a molti di essere qui oggi – incluso Hardy, che con orgoglio racconta: “Mio nonno era a Dunkerque”. Per quanto possano essersi esaltati Hardy, Lowden e Nolan nell’andare in giro a sorvolare le coste francesi a bordo di caccia vintage, lo scopo della produzione di mantenere alto il livello di realismo ha portato con sé un profondo senso di responsabilità.

“È una sensazione simile a quella che si prova nel flettere un muscolo diverso – ammette la Thomas – riguardo alla responsabilità che senti nel raccontare una storia realmente accaduta”. Ma ci tiene ad assicurare che “il feeling resta quello di un film di Chris Nolan – l’intenzione di realizzare uno spettacolo immenso e travolgente”. Chris dirige film che catturano e coinvolgono il pubblico, e Dunkirk lo fa più di qualsiasi altro film abbia diretto in precedenza. E se il loro intento è stato raggiunto, allora Nolan e la Thomas potrebbero aver strappato la loro più grande vittoria cinematografica dalle fauci di una delle più grandi sconfitte militari della storia britannica.

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