È tempo di vivere

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Blade Runner ha ridefinito il genere sci-fi e introdotto una marea di origami strambi. Ora, 35 anni dopo e con il regista più ‘hip’ di hollywood al comando, Blade Runner 2049 promette emozioni ancora più incredibili.

Testo Ian Nathan

A un cenno di Denis Villeneuve, la pioggia comincia a cadere copiosamente. Onde potenti s’infrangono contro una diga imponente costruita sul mare per proteggere Los Angeles da un oceano inferocito. È notte fonda e solo sporadiche luci delle torce riflesse sull’acqua offrono un po’ di illuminazione. Un effetto che si potrebbe tranquillamente definire ‘alla Blade Runner’. “Azione!” Immerso nella penombra e avvolto in un pesante soprabito, Ryan Gosling finisce i suoi piegamenti mentre Sylvia Hoeks, in un attillato completo in similpelle, conclude i suoi affondi. A un segnale a noi invisibile, sono pronti. Nessuna pietà: l’agente K intepretato da Gosling e Hoeks nei panni di Luv si lanciano in una serie di colpi sapientemente coreografati. Alla fine, con un movimento di fianchi non proprio da gentiluomo, K scaraventa Luv tra le onde.

Siamo nel 2049 in una Los Angeles tinta di noir, trent’anni dopo che l’eroico poliziotto Rick Deckard (Harrison Ford) è fuggito dalla città con Rachel, la sua amante replicante (leggi: androide), e con la sua stessa umanità avvolta nel mistero. Ma nel mondo reale siamo in ottobre, anno 2016, in un sobborgo ungherese dove le riprese di Blade Runner 2049 prendono forma sotto una gigantesca cisterna d’acqua. Il sequel tanto atteso è per due terzi completato e niente sembra andare storto, anche se Ford è rinchiuso nel suo camper, sostituito da una controfigura intrappolata in manette lì vicino, dentro un veicolo Spinner.

“Qualunque sia il risultato ottenuto, sconteremo sempre il paragone con un capolavoro della storia del cinema. Ma quello che stiamo facendo qui è incredibile, catartico”. Si gira di scatto per controllare che tutto stia andando come da copione: Gosling di nuovo ai suoi piegamenti; la troupe indossossa gli stivaloni di gomma; Roger Deakins, il suo direttore della fotografia, controlla la cinepresa da sotto il cappuccio della mantella. “Siamo tutti – dice, quasi fra sé e sé – figli di Blade Runner”. Per decenni l’idea di un sequel è rimasta poco più di un barlume nell’occhio di un unicorno. Un noir trasognato, influenzato da Philip K. Dick e destabilizzato da domande sulla natura di ciò che si può definire umano. L’originale è col tempo diventato un fenomeno di culto, visto dai fan alla stregua di una reliquia sacra.

Ma all’uscita nelle sale, nel 1982, fu disprezzato dalla critica e ignorato da un pubblico alla spasmodica ricerca di Han Solo, non di questo triste investigatore privato dai capelli a spazzola. A Scott ancora brucia quella volta che Pauline Kael si prese tre pagine e mezzo su The New Yorker solo per schernirlo: “Scott sembra aggirarsi smarrito nello stesso labirinto da lui creato, e senza una mappa in mano…” Blade Runner gli insegnò a non leggere mai le recensioni, ma non smise di arrovellarsi in cerca della perfezione. Con qualcosa come sette versioni diverse, è un film con tutta una sua personale crisi esistenziale, sviluppato da Scott come un art project in divenire. “Potrebbe essere il mio film più personale” riflette.

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Quando Alcon Entertainment lo chiamò nel 2012 per fargli sapere che avevano acquisito i diritti di tutti i possibili prequel, sequel, tv, libri e giochi (ma non remake), Scott ne fu entusiasta. “Aspettavo questa chiamata da trentacinque anni” disse loro. E quindi passò a definire l’idea che gli frullava per la testa sin dal discorso d’addio di Roy Batty sul tetto, uno spunto perfetto per un sequel. “Ed è già tutto lì, nel primo film” dice con un punta di malizia. Con l’appoggio della Alcon, richiamò prontamente Hampton Fancher in squadra. Il co-sceneggiatore della pellicola originale che aveva impresso quel ritmo particolare – “Quel passo e quello spazio” – che finì per avere un’influenza così grande sul film. “No, non un’altra volta” tuonò Fancher, opponendo futile resistenza. Loro due – più Michael Green, che si unì a metà lavorazione – hanno sviluppato un noir futuristico, agganciato alla premessa segreta di Scott. E alla fine, da questa collaborazione a tre è nata una sceneggiatura capace di incantare chiunque le abbia dato un’occhiata. Persino, si è scoperto, Harrison Ford. Pensava che non sarebbe mai successo. Ma gli è bastato mettere gli occhi sulla sceneggiatura per correre al telefono a chiamare Scott. “Ridley – ha detto – questa è in assoluto la migliore sceneggiatura che mi sia capitata per le mani”.

È stato solo quando Ford ha dato l’assenso al progetto che Scott ha dovuto fare i conti con la realtà. “Era sempre stato dato per scontato che l’avrei fatto io – dice – stavo lavorando sullo script da due anni, ma non c’era mai il tempo”. Altri progetti lo reclamavano altrove: The MartianAlien: Covenant. “Ho capito che dovevo essere ragionevole e ho fatto un passo indietro”. A quel punto Villeneuve ha preso in mano le redini. E lui e Ford hanno scoperto che vanno a meraviglia. “Denis ha portato un enorme livello di abilità e valide argomentazioni per quanto riguarda lo storytelling – dice l’attore – è molto semplice e diretto con gli attori sul set. Una cosa o gli piace o pensa che sia una schifezza”. Crescere nella remota Trois- Rivières in Quebec può ostacolare la fame cinematografica di un ragazzino di 14 anni. Per il caparbio Villeneuve, fanzine come Fantastic Films e Starlog erano il suo unico punto di contatto con il mondo esterno. Ha un ricordo vivido di quando Blade Runner arrivò su Starlog, con Deckard dallo sguardo severo che occhieggiava dalla copertina. Capì subito che questa era fantascienza di un altro livello. “L’impatto che ebbe l’estetica di quel film… mio Dio – ricorda – è stato il momento in cui ho cominciato a sognare di diventare un regista”.

Avanti veloce fino a Los Angeles, 2013: meeting con Alcon per Prisoners. Dopo un po’, il produttore Andrew Kosove si scusa con Villeneuve, ma dice che deve concludere l’incontro anzitempo: “Ridley Scott ci sta aspettando. Stiamo pensando al sequel di Blade Runner”. “La mia reazione è stata ‘Oh cavolo!’” ride Villeneuve. Da fan, sembrava contemporaneamente una cosa meravigliosa e sbagliatissima. Da buon fanatico un po’ matto, ha iniziato anche a prenderli in giro: “Non fate casini!” Un anno dopo, durante le riprese del suo Sicario, è andato di nuovo a pranzo con Kosove. Questa volta il produttore tira fuori un involucro e lo mette sul tavolo: il nome in codice sulla busta recita Queensborough. “Questo è il sequel di Blade Runner – dice lentamente – vorremmo che considerassi l’idea di dirigerlo”. Villeneuve piange dall’emozione. Ma esita. Avrebbe retto la pressione? Sarebbe riuscito a non deludere le aspettative di se stesso quattordicenne ? Con sua grande sorpresa, scoprì che la risposta era sì.

Dovendo trovare un Blade Runner più giovane, Agente K, uno con la stessa attitudine malinconica di Deckard e lo humor un po’ all’inglese di Ford, gli è venuto in mente un solo nome: Ryan Gosling. “Quella parte è stata scritta per Ryan fin dall’inizio – conferma Villeneuve – è perfetto”. Anche Gosling aveva 14 anni quando vide per la prima volta l’originale in videocassetta, preso in prestito dal videonoleggio dello zio a London, Ontario. “Non era chiaro che tipo di sensazione si dovesse avere alla fine. Sembrava così vero, anche se frutto di una realtà amplificata” dice. La star di Drive ha detto sì il giorno stesso in cui ha finito di leggere la sceneggiatura, ignaro di essere l’unico candidato per il ruolo di K. Il primo giorno di Ford sul set, c’era un elettrizzato passaparola – è arrivato, è qui. Lo studio quel giorno, cosa non insolita, era avvolto nella nebbia, trasformando chiunque in una pallida silhouette. Gosling si è messo a osservare inutilmente, cercando di scorgere il celebre profilo. “E poi è apparso all’improvviso dalla nebbia…” Dopo, tutto è sembrato più reale.

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Per il ruolo di Neander Wallace, superiore di Luv e abitante di un grattacielo minimalista, come il Tyrell della prima pellicola, Villeneuve aveva bisogno di una rockstar. “Il nostro primo pensiero è stato di scritturare David Bowie, che aveva ispirato il primo Blade Runner in molti modi diversi. Quando abbiamo ricevuto la triste notizia, abbiamo dato un’occhiata in giro per cercare qualcuno che avesse qualità simili”. Le hanno trovate in Jared Leto, già rockstar e attore a tutto tondo. “Si è impegnato parecchio” dice il regista, ma per il resto non ci dice altro. Nemmeno se Leto abbia mandato ai suoi colleghi del cast un origami a forma di topo. In ogni caso, gli sarebbe andata meglio che a Margot Robbie, sua co-star in Suicide Squad, che si è vista recapitare un roditore vivo e vegeto, con i saluti del Joker Leto, noto sostenitore del Metodo Stanislavskij.

Nel reparto oggetti di scena ci attende l’appagante vista di biciclette, ombrelli dalle strisce al neon e l’occorrente per preparare i leggendari noodles. Ma provate a chiedere della macchina per il Voight-Kampff e riceverete solo occhiate sfuggenti e altre scuse – non possiamo. Piuttosto, Empire si trova per le mani il blaster di Deckard, che si adatta perfettamente alla mano. Il mago degli oggetti di scena Doug Harlocker ha dovuto replicare l’arma dall’originale, del valore di 250mila dollari, che il collezionista proprietario ha insistito a portare di persona, probabilmente per dare un’occhiata a futuri oggetti collezionabili. Lavorando con il suo abituale compositore Jóhann Jóhannsson, Villeneuve si è accorto di non poter fuggire ai malinconici synth del futuro passato. “Abbiamo provato soluzioni diverse, suoni differenti, ma è parte del DNA del film. Non avremo paura di suonare pericolosamente alla Vangelis”.

Quindi Deckard è o no un replicante? Sicuramente la presenza di un Ford piuttosto stagionato mette in forse la versione del Director’s Cut di Scott – tuttora difesa dal regista a spada tratta – che Deckard sia in effetti un replicante, come la sua preda segnata da un’aspettativa di vita di quattro anni. Ma, incredibilmente, la discussione tra regista e protagonista è ancora tutt’altro che risorta. “Ricorderò questa scena per il resto della mia vita – ride Villeneuve – abbiamo fatto una cena a Budapest, c’era dell’ottimo vino, e Harrison e Ridley stavano discutendo animatamente, urlando uno contro l’altro nel ristorante. Erano come due vecchi amici un po’ brontoloni – si vogliono bene ma stanno ancora a discutere”. Per Villeneuve la bellezza sta proprio nel non sapere la verità: questo è un sequel per tutte le versioni di Blade Runner. “Mi piace quella sensazione – afferma – volevo che ci fosse questo tipo di mistero. È utile che ci sia tensione”.

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