Vero eroe americano

Chris Evans, in esclusiva per Empire, racconta con humour i progetti futuri di una carriera che ha ancora una strada lunga da percorrere.

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Testo Chris Hewitt

Di recente è successa una cosa divertente a Chris Evans. L’uomo che interpreta Steve Rogers — l’ultimo baluardo di decenza, onore e nobiltà americane — nei film della Marvel dal 2011, sembra che si stia trasformando in un virtuoso guerriero anche nella vita vera. O alla cosa più simile che si possa ottenere senza il siero dei super-soldati e senza scudi indistruttibili. Più o meno nell’ultimo anno, Evans è diventato sempre più schietto, difendendo apertamente i valori in cui crede, lottando per la verità, la giustizia e quell’altra cosa. Lo strumento più utilizzato è stato il suo account Twitter, @ChrisEvans (chissà come si sente l’ex presentatore di Top Gear che, nonostante abbia quel nome da più tempo, si è dovuto accontentare di @aChrisEvans).

Se Steve Rogers sapesse il significato delle parole “social media”, potreste immaginare che il suo account rispecchierebbe molto quello di Evans. Ha twittato riguardo la sua indignazione verso Donald Trump, e quando un giovane esponente della supremazia bianca chiamato Nathan Damigo è stato recentemente ripreso mentre dava un pugno a una donna, Evans ha semplicemente twittato: “Spero di incontrare Nathan per strada”. Per anni abbiamo tutti pensato che fosse Robert Downey Jr. la star degli Avengers che più si avvicinava al suo super alter ego. Sembra invece che sia sempre stato Evans.

Da un certo punto di vista, la cosa non dovrebbe sorprendere. Il trentacinquenne di Boston è ormai sotto i riflettori da oltre dieci anni, facendosi conoscere con ruoli carismatici e parecchio spavaldi come quelli interpretati in Cellular, Non è un’altra stupida commedia americana e I Fantastici 4, il suo primo approccio con il mondo dei supereroi del 2005. Ma lontano dalla macchina da presa si dimostra costantemente essere una persona perbene, premurosa e sensibile: l’archetipo del caratterista intrappolato nel corpo di un ruolo da protagonista. E quella sensibilità si è manifestata sotto forma di scelte interessanti fatte negli anni: collaborazioni con gente tipo Danny Boyle, Edgar Wright e Bong Joon-ho in Sunshine, Scott Pilgrim vs. the World e Snowpiercer, e il desiderio di affermarsi come regista con il film del 2014, Before we go.

La sua più recente scelta interessante, Gifted – Il dono del talento, è un film drammatico delicato e senza esplosioni in cui interpreta Frank, un uomo che tenta in tutti i modi di far passare alla sua nipotina con un’intelligenza sopra la media un’infanzia normale. Frank è una persona intelligente e di sani principi, determinato a difendere ciò che crede sia giusto. Vi sembra familiare? Abbiamo fatto due chiacchiere con Evans in un hotel a Londra, mentre si preparava a prendere un aereo per la Scozia per girare il terzo Avengers

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I progetti che scegli al di là dell’universo Marvel sono interessanti. Solitamente sei orientato su commedie romantiche tipo (S)Ex List, o film drammatici leggeri come Gifted – Il dono del talento. Stai cercando di compensare per i film non particolarmente significativi?
Non mi è mai piaciuto quello che si pensa degli attori di Hollywood, piuttosto che degli attori da teatro o di chi svolge un’altra professione. Non amo particolarmente essere famoso. Non voglio dire che sia sempre una cosa negativa, ci sono degli aspetti utili. Ma sicuramente non sono un attore che pensa che il successo e la notorietà mondiale siano sullo stesso livello. Non sono a caccia di un altro grande blockbuster, assolutamente. A volte sento addirittura di non averne voglia. Mi sono preso tutto il 2016 di pausa. Ho preso un anno di pausa e sono andatto a casa. Volevo passare un po’ di tempo con la mia famiglia.

Come mai un anno intero?
È bello sentirsi liberi, ogni tanto. Non voglio avere il rimpianto di dire “Cavolo, è stato davvero fantastico, ma non ho smesso un attimo di lavorare”. Volevo stare un po’ a casa, nel Massachusetts, con i miei nipoti, i miei fratelli e sorelle e i miei genitori. Sono riuscito a vedere tutte le stagioni. Quel posto è strettamente collegato alla mia infanzia e per me è molto importante starci, di tanto in tanto.

Quindi sei stato bene?
Benissimo. Non facevo niente tutto il giorno. L’ultima volta che ho visto un set è stato con Gifted – Il dono del talento, un anno a mezzo fa.

Gifted rappresenta abbastanza la media di copioni che ti vengono presentati? Immagino che la maggior parte siano film d’azione, con un sacco di esplosioni.
Magari non sono necessariamente film d’azione, ma sicuramente è sempre la parte del protagonista e, in generale, è un brav’uomo che vuol fare la cosa giusta.

Che è poi la descrizione di Frank in Gifted.
Devo dirvi la verità su Gifted: io volevo dirigerlo. Ero alla ricerca di qualche progetto al quale servisse un regista. Mi piacciono le storie personali delle persone — film come Kramer contro Kramer, dove ci sono rapporti particolari e gli adulti parlano con i bambini come fossero loro pari — e credo che Gifted sia incantevole. Quando mi hanno detto che il regista sarebbe stato Marc Webb, per un paio di mesi non ho più saputo nulla. Poi ho ricevuto una telefonata dal mio team: “Ti ricordi Gifted? Ti andrebbe di partecipare, ma come attore?” È stato elettrizzante. Era da parecchio tempo che non recitavo in un film che mi trasmettesse sensazioni del genere.

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Hai interpretato anche dei cattivi, come il bastardo Lucas Lee in Scott Pilgrim Vs. The World e il sicario Mr. Freezy in The Iceman. Ma negli ultimi anni hai inanellato una striscia di ruoli in cui interpreti uomini perbene. Questa cosa rispecchia anche te, come persona?
Beh, mi piace pensare di avere una bussola morale funzionante. Ma ti posso dire con assoluta certezza che, quando scelgo una parte, nella decisione non c’entra minimamente il fatto che il personaggio sia o meno corretto. In nessun modo mi metto a pensare: “Scusate, ragazzi, ma ora voglio interpretare bravi ragazzi”. È solo un caso che stia andando così.

Negli ultimi mesi ti sei buttato sulla scena politica, in maniera pubblica. La gente inizia a pensare che Chris Evans si stia fondendo con Steve Rogers…
Nego assolutamente di aver pensato: “Sapete cosa potrei fare? Potrei unire il mio personaggio su schermo con la mia personalità!” Non è per questo che faccio quello che faccio.

E allora perché lo fai?
Mi sento di farlo. Viviamo in tempi difficili. La politica ormai c’entra in ogni decisione. Nella mia vita non ho mai visto una tale estremizzazione, questo è sicuro. E le emozioni si mischiano tutte assieme. A volte può essere spaventoso e frustrante. Ma si cerca anche di fare un passo indietro. Scommetto che ogni generazione ha raggiunto un punto in cui ha pensato di essere sul baratro di quella che poteva essere la fine della civiltà come la conosciamo. Per me quel momento è adesso, un momento in cui succedono così tante cose che abbiamo tutti perso la capacità di fare discorsi calmi e razionali. Le emozioni sovrastano il rispetto.

È palese che stai facendo una scelta consapevole. Sembra quasi che tu non riesca a stare in disparte in silenzio, facendo da spettatore.
Immagino di no. Ma chi ci riuscirebbe? Non sto cercando di ergermi a portavoce del popolo o di essere l’esempio di moralità e nobiltà. Qualsiasi essere umano con un’opinione ha il diritto di esprimerla ad alta voce. L’unica differenza è che, grazie alla mia professione, la gente guarda e ascolta quello che faccio. Per il resto sono uno qualunque che va su Twitter e scrive i propri pensieri ed emozioni.

Steve Rogers è il protagonista della tua carriera. Ma sappiamo che eri restio ad accettare la parte. L’hai anche rifiutata.
Vero, qualche volta. Forse tre volte, o giù di lì.

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Cos’è che ti spaventava?
Il mio obiettivo ultimo non è diventare la star del cinema più grande di sempre. Se fosse quello, accettare di essere in Captain America sarebbe chiaramente un bel passo avanti. Ma non è questo ciò che voglio. Mi faceva paura perché sembrava una cosa poco gestibile. Se avessi saputo che non solo sarebbe diventata un contratto a tempo pieno, ma che avrei dovuto poi girarne altri sei o sette, credo che non avrei mai accettato. Perché non avevo idea di come gestirlo. All’epoca non mi sembrava di essere pronto. Ti si proiettano davanti i prossimi dieci anni della tua vita e al’improvviso provi un’immensa paura, ti senti oppresso. Sarei scappato a gambe levate. [Ride] Dio, che idiota! Non posso credere di aver detto di no. Mi sono salvato in corner, e per fortuna, altrimenti avrei dato tante testate contro al muro.

Hanno provinato altra gente, ma alla fine tornavano sempre a bussare alla tua porta…
Meglio specificare. All’inizio volevano che andassi ai provini. Rifiutai di andarci. Poi mi chiesero di andare a fare una prova, che è una fase dei provini in cui però preparano il tuo contratto. Rifiutai anche quella. Poi la resero più allettante — passarono da un contratto per nove film a sei film, modificando qualcosa anche in ambito economico. Ma rifiutai anche lì. A quel punto dissero: “Almeno puoi venire qui ai Marvel Studios? Kevin (Feige, il produttore) vorrebbe parlare con te. Anche Joe (Johnston, regista de Il primo vendicatore) vorrebbe parlare con te”. Ti mostrano tutti i set, ti fanno vedere il guardaroba e tutte le immagini di anteprima sul muro, ed è davvero eccitante pensare di poter essere inseriti in quello scenario. Ricordo che era un venerdì e mentre guidavo verso casa mi ero caricato di un po’ più di entusiasmo, rispetto al solito. Quindi rifiutai per l’ennesima volta. La mattina dopo mi svegliai particolarmente felice. Nel pomeriggio il mio team mi chiamò e disse: “Beh, senti, ora ti hanno offerto il ruolo ufficialmente”. Avevo il fine settimana per decidere cosa rispondere. Dopo aver parlato con un po’ di persone, il lunedì risposi: “Va bene, a questo punto facciamolo”.

Ho sentito dire che Robert Downey Jr. ha spinto per avere te nel progetto.
È stato molto gentile. È una fonte di rassicurazioni, per me. Il che è strano, visto che è l’emblema della classica star del cinema. Sembra che illumini la stanza, quando entra. L’ossigeno gli appartiene. Ma per qualche strano motivo, su di me ha un effetto calmante. Ha la capacità di parlare con te e darti l’impressione di essere l’unica persona nella stanza, come se tutta la sua attenzione fosse centrata su di te. Lui ci tiene, davvero. Nella sua vita ne ha passate tante, quindi non è mai sdolcinato o untuoso.

Recentemente, su Twitter, l’hai definito “un salvatore”. Cosa intendevi?
In svariate occasioni il mio cervello non riesce a trattenersi e inizia a fare casino. Lui è un grande, mi aiuta a riassestarmi e a tornare coi piedi per terra. Mi sento molto più al sicuro quando c’è lui. È come quando sei un bambino — se c’è papà con te, andrà tutto bene. Non voglio far passare Downey per la mia figura paterna, ma c’è qualcosa in lui che ti fa sentire al sicuro, protetto.

Hai pensato a come sarà il tuo ultimo giorno da Steve, che presumiamo sarà il prossimo anno, dopo altre riprese? Cosa farai?
Mi metterò a piangere. [Ride] Comunque sono una persona molto emotiva, quindi sicuramente ci saranno fiumi di lacrime. È stato un pezzo importante, un grosso capitolo. Pensarci è una sensazione travolgente.

E poi ti lascerai andare alla grande? Finalmente ti vedremo mettere su qualche chilo?
[Ride] Sarebbe divertente, no?

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