The Running Man

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A trent’anni dall’uscita, un filmetto d’azione di Arnie, apparentemente poco ragionato, inizia a sembrare spaventosamente profetico. Lo sceneggiatore Steven E. De Souza racconta l’incredibile storia dietro la sua creazione.

Testo Steven E. De Souza

Di solito le telefonate arrivano intorno al giorno del Ringraziamento. Quindi quando il mio assistente mi ha detto che avevo cinque messaggi da parte di giornalisti, con due richieste di interviste, ho risposto: “Fammi indovinare, vogliono chiedermi di nuovo se Die Hard è un film di Natale?”. “No, vogliono tutti parlare de L’implacabile”. Ebbe tutto inizio con un libro e un volo in ritardo. Uno dei produttori, George Linder, lo comprò in aeroporto durante uno scalo e, senza nemmeno sapere che Richard Bachman fosse il nom de plum di Stephen King, lo scelse come spunto. Lo fece vedere al suo amico produttore Rob Cohen, poi a un dirigente della Columbia. A quel punto entrai in gioco io, quando Joel Silver (che sarebbe poi stato il produttore di Die Hard) consigliò a Rob di scritturare me per l’adattamento cinematografico. Le basi c’erano tutte: un futuro distopico, il programma televisivo dove uccidono la gente dando loro la caccia. Ma nel viaggio tra le pagine del libro al set del film sarebbero cambiate molte cose, a partire dal finale. Nel punto culminante della storia, l’eroe Ben Richards dirotta un aereo e lo fa schiantare contro il palazzo dell’emittente.

La produzione non voleva che l’eroe morisse — risparmiandoci così un’altra imbarazzante similitudine tra il film e la realtà. La prima scelta, come attore protagonista, ricadde su Christopher Reeve, raffigurato come un insegnante del liceo con un passato da liberale che lo mettesse nel mirino del regime. Reeve era interessato, e il copione non era definitivo, ma nel mondo delle voci di corridoio si iniziava a parlare di Commando, il film che avevo appena finito di girare con Arnold Schwarzenegger. Anche se erano stati ruoli più taciturni, come quelli in Conan il barbaro e in Terminator, a farlo conoscere, fu Commando a far capire al pubblico chi fosse Arnold e a dargli la spinta necessaria per diventare una star e, sì, anche un politico. Con Arnold a bordo era inevitabile incappare in altre deviazioni dal libro. Un futuro così economicamente tetro che l’eroe doveva offrirsi volontario per un brutale reality, così da poter sfamare la sua famiglia, diventa problematico se è Arnold l’attore — vorreste dire che non poteva trovare lavoro come facchino per i pianoforti? Da lì si arrivò all’idea che dovevano essere altre circostanze a farlo arrivare a quel punto; il Colosseo romano, i gladiatori e panem et circenses furono una conseguenza fisiologica. Scritturare Arnold ebbe conseguenze anche sui cattivi del film: i “Cacciatori” del libro erano figure anonime con le sembianze di normali cittadini. Se questi potevano essere avversari sufficientemente forti per un protagonista che King dice essere “magrolino”, dovevamo trovare dei cattivi più grossi e cattivi del nostro eroe di 100 chili alto un metro e 90. Dopo un po’ di brainstorming ci inventammo dei personaggi simili a wrestler, enormi e colorati, che furono poi riadattati più volte.

Quindi “il Boia” divenne “Buzzsaw”, mentre “Captain Freedom” originariamente era “il Vichingo” (e il modello fu Dolph Lundgren, anche se poi fu scritturato Jesse Ventura, diventato in seguito governatore del Minnesota). Un grosso problema era il modo in cui King aveva dipinto il programma. Non so se nel Maine, dove si trovava mentre scriveva il libro, non arrivasse la televisione, ma questo show del futuro sembrava un programma uscito dagli anni ‘50: solo un presentatore con un microfono e una bella ragazza con dei cartelli. Negli anni in cui stavamo producendo il film, i programmi televisivi facevano a gara per surclassare i loro rivali a suon di stratagemmi per ingraziarsi il pubblico. Quindi il nostro divenne un esagerato potpourri di ogni tropo immaginabile, con aggiunta di pubblico in studio, veri e propri fuochi d’artificio e corpi di ballo tutti al femminile coreografati da una Paula Abdul agli esordi della sua carriera. Questa produzione divenne uno di quei rari casi a Hollywood dove ci sono più registi che sceneggiatori. Il primo a passare dalla porta girevole fu George Cosmatos, che aveva appena girato Rambo 2 – La vendetta. La sua famiglia in Grecia era stata vittima dell’occupazione nazista, e con un passato del genere la bozza di Cosmatos si fece molto cupa. Voleva anche scenografie e scene d’azione migliori di quelle di Rambo.

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Andammo in ricognizione a Vancouver per una sequenza in cui Richard fa rafting tra le rapide per sfuggire ai suoi inseguitori. George voleva anche che l’elite mondiale di questo film fosse in una specie di biosfera isolata dal caotico resto del mondo, quindi fu necessaria un’altra ricognizione all’allora centro commerciale più grande del mondo, il West Edmonton Mall ad Alberta, in Canada. Quando consegnai la stesura, la produzione la rivalutò e disse: “Verrà a costare 24 milioni di dollari. Devi farla scendere a 17 milioni”. George disse che raggiungere quella cifra era impossibile, si rifiutò di scendere a compromessi e se ne andò (e aveva ragione: senza nemmeno uscire da Los Angeles, produrre il film finì per costare 26 milioni di dollari). La produzione chiese dunque aiuto ad Alex Cox, regista di Sid & Nancy, che però fu costretto a rifiutare perché non aveva tempo da dedicare a un altro progetto, in quanto troppo impegnato con Walker – Una storia vera. Dopo ci fu il regista svizzero Carl Schenkel, che si unì al team e lo abbandonò così velocemente che lo intravidi solo una volta, di spalle, in un ascensore. A quel punto toccò a Ferdinand Fairfax. Ferdie aveva questa affascinante idea secondo cui L’implacabile avrebbe dovuto effettivamente essere la messa in onda dello show fittizio.

Era anche convinto che una delle presenze fisse dei film inglesi — la signora del tè, che spinge il carrello con tè, caffè e biscotti — dovesse regolarmente apparire dal nulla, creando come effetto l’interruzione di qualsivoglia azione i Cacciatori, la preda e lo staff della trasmissione stessero portando avanti; un po’ come in L’uomo che volle farsi re, quando gli Uomini Santi passano in mezzo alla scena. Purtroppo, per uno studio cinematografico americano, questo era troppo in stile Python, e Ferdie fu cacciato prima che potesse rispondere a: “What is the capital of Assyria?” [NdT. citazione da Monty Python e il Sacro Graal, stravolta dal doppiaggio italiano]. Le riprese del film iniziarono solamente con Andrew Davis. Ma dopo sette giorni, il produttore esecutivo Rob Cohen mi chiamò e disse: “Oggi vieni a vedere il giornaliero”. Ero appena andato a prendere mia figlia da ginnastica, quindi la portai con me. Nella saletta per la visione c’erano solo alcuni dirigenti… e Arnold, direttamente dal set con la sua tuta gialla. Iniziò la proiezione: una scena d’azione che mostrava la lotta con Sottozero sulla pista da pattinaggio, quindi nessun dialogo, solo il ronzio ipnotico del proiettore e il fumo proveniente dal sigaro di Arnold illuminato dalla luce del proiettore, proprio come nella prima scena di Quarto potere. “Cavolo, ma che schifo!” Il commento veniva dall’unica persona in quella stanza vestita con un body, seduta accanto a me. “Scusi, signore, non può spegnerlo?” Tutti rimasero pietrificati.

Poi Arnold sorrise e spense il sigaro. Fu solo la prima delle sue gentilezze, perché Amy gli si addormentò presto in braccio e lui la lasciò dormire lì, impassibile… un eufemismo, se usato per descrivere i nostri volti alla fine della proiezione. Nell’ultima manciata di scene si vedeva Arnold intascarsi qualcosa raccolto dal ghiaccio: uno dei dischetti da hockey esplosivi dello Sterminatore morto. Non faceva parte del copione, ma Andy aveva buttato lì questa sua idea durante uno dei meeting. Proponeva che, nel terzo atto, quando tutto è ormai perduto, Ben Richards facesse esplodere le ultime guardie dello studio televisivo di Killian usando il dischetto trafugato! Quando gli fu fatto notare che questo avrebbe fatto sembrare il personaggio di Arnold un essere spregevole che, dopo aver lasciato uccidere i suoi amici uno dopo l’altro, tira fuori il dischetto solo per salvarsi la pellaccia, sembrava che la cosa sarebbe morta lì. Invece Andy la girò lo stesso, ponendo così fine al suo incarico. Ironicamente, dopo questo piccolo crimine del mondo cinematografico, si ritrovò a girare Nico (titolo originale Above the law, letteralmente “al di sopra della legge”).

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Con la data della premiere che incombeva come l’iceberg del Titanic, Michael Mann venne in nostro soccorso. Ci consigliò di chiamare Paul Michael Glaser, una vecchia conoscenza di Rob Cohen dai tempi di Miami Vice. Meglio conosciuto come il primo Starsky nella famosa serie TV degli anni ’70, Glaser si era dedicato sempre di più alla regia. Cosa più importante, dopo 20 anni passati a lavorare con i ritmi frenetici del mondo della televisione americana, era pronto a iniziare subito. Jackie Burch, il nostro casting director, ebbe la brillante idea di scritturare Richard Dawson. Non solo era un attore navigato, ma era anche già un presentatore nella vita vera: conduceva Family Feud. Ma la sua performance nei panni di Killian presentò due grossi problemi. Sul set dello show improvvisava all’impazzata, baciava le ballerine di Paula e interagiva con le comparse. Per quanto fosse bellissimo, andava a intaccare lo spirito del film.

E non voleva assolutamente che il suo personaggio mostrasse la benché minima paura di Arnold. In post-produzione avevamo così bisogno di una scena del genere che tagliammo un’inquadratura di una reazione di Dawson e la incollammo al contrario, in modo che sembrasse nervoso. Le battute di Killian non sono le uniche belle del film. La cosa buffa è scoprire quante ne abbiamo dovute aggiungere dopo le riprese. Nei contratti degli attori vengono previste diverse giornate di doppiaggio, ma non vengono mai chiamati a registrare prima che il film non sia confermato dal punto di vista editoriale. Quindi, mentre ci preparavamo allo screening di prova, ci chiedevamo: “Come facciamo con queste battute mancanti di Arnold?” Il caso vuole che sia famoso da Silver Lake a Malibu per la mia imitazione di Arnold, che negli anni mi è stata utile per fare scherzi telefonici ai dirigenti delle case di produzione. Quindi ho dovuto doppiare diverse scene, aggiungendo alcune battute che sono rimaste per sbaglio nella versione definitiva.

Trent’anni dopo, premesso che “la realtà attuale” non è una risposta valida, cosa ci ha lasciato questo film? Se cercate su Google “fuck you Hunger Games”, troverete un video di un tizio che, imitando Arnold (io sono più bravo), fa una canzone in cui parla delle similitudini tra Hunger Games e L’implacabile (potreste includere anche Battle Royale). Il collare esplosivo è stato ripreso svariate volte, e il produttore di American Gladiators mi ha confessato di averci spudoratamente copiati, mostrando addirittura delle clip del film nel proporre l’idea al loro network. Arnold stesso ha parlato di un ipotetico seguito, o di un reboot, o una via di mezzo tra i due. Personalmente, vorrei vedere qualcuno tuffarsi negli archivi della casa di produzione e ritirare fuori la versione originale con la “morte” di Arnold com’era stata pensata. Per fortuna, grazie ai Blu-ray, basta usare il telecomando per rimettere quelle scene nell’ordine giusto e dimenticarsi della versione effettiva. E se voleste la possibilità di fare una cosa del genere anche nella realtà, voglio rassicurarvi: anche se la prima scena è ambientata nel 2017, il resto de L’implacabile si svolge due anni dopo. Quindi potete inserire il meme del cane con scritto “this is fine” e bere fino al 2019!

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