Femmina alfa

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All’attacco delle potenze nemiche armata di spada e lazo, Wonder Woman è abituata alle missioni impossibili. Eccola sul set al suo esordio in solitaria.

Testo Alex Godfrey e Arianna Pinton

Nella sua prima apparizione tra le pagine del fumetto All Star Comics numero 8, sembrava che Wonder Woman venisse fuori dalle pagine, con una gamba completa di stivale in avanti, braccia cariche e una vorticosa gonna con le stelle. Era forte, bella, come nessuno prima di lei. “FINALMENTE, IN UN MONDO DISTRUTTO DALL’ODIO E DALLE GUERRE DELL’UOMO”, recita la didascalia a caratteri cubitali, “APPARE UNA DONNA PER LA QUALE I PROBLEMI E LE GESTA DELL’UOMO SONO COME BISTICCI TRA BAMBINI…” Siamo nel dicembre 1941, gli Stati Uniti sono appena intervenuti nella Seconda Guerra Mondiale e questa dea viene a combattere per la verità, per la giustizia e per un mondo migliore. Fece subito scalpore, arrivarono fiumi di lettere da parte di lettori entusiasti e si conquistò un fumetto tutto suo. Ma nonostante un debutto così prorompente, dopo 75 anni e spiccioli da quel momento non c’è mai stato un film dedicato a lei sul grande schermo.

“Era in cantiere già da un po’, e credo che il successo di film d’azione con donne al comando, come Hunger Games, abbia reso evidente che c’è un pubblico interessato”, dice la produttrice Deborah Snyder. “Il personaggio è molto longevo, anche per ciò che rappresenta. Ha superato la prova del tempo”. In realtà questo ritardo non dovrebbe essere una sorpresa. Wonder Woman non ha mai avuto vita facile, sia su carta sia fuori dal fumetto. Dopo quell’inizio potente è stata prontamente relegata a fare da segretaria per i suoi compagni supereroi, mentre i suoi fumetti venivano attaccati da critiche sessiste e, occasionalmente, cancellati. Al momento peggiore del suo declino, il personaggio fu recuperato dall’oscurità da un’improbabile accoppiata tra un’icona femminista e una reginetta di bellezza.

Ma forse la storia più improbabile di tutte è proprio quella della sua creazione. Wonder Woman è stata concepita da William Moulton Marston, un “consulente psicologo”, sceneggiatore e sostenitore dei diritti delle donne, che ha partecipato alla creazione di una delle prime macchine della verità, dando vita a un interesse tuttora acceso per l’inganno che è poi sfociato nel “Lazo della Verità” di Wonder Woman. Nel privato, Marston era sposato con Elizabeth Holloway, una redattrice che aveva studiato alla Boston University. La coppia viveva però con Olive Bryne ed entrambe le donne ebbero dei figli con lui. Parte del femminismo idiosincratico di Marston era una specie di precursore dell’amore libero e un connubio di idee riguardanti la “sottomissione per amore”, secondo cui le donne potrebbero tenere sotto controllo gli uomini e portare la pace nel mondo. Non stupisce quindi che Marston sia il soggetto di un biopic, Professor Marston & The Wonder Women, in uscita alla fine dell’anno e con protagonista Luke Evans. La Bryne diede inizio all’avvicinamento di Marston ai fumetti. Dalla storia del personaggio alla realizzazione del nuovo film il passo è lungo.

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A prima vista il set di Wonder Woman appariva tutt’altro che meraviglioso con una fila di soldati degli alleati nella Prima Guerra Mondiale, con gli stivali sporchi e i volti ricoperti di sporcizia. Il fango — che fino al giorno prima, a quanto ci dicono, arrivava alle caviglie — si stava seccando sotto al sole di febbraio. Nelle trincee c’erano dei topi morti, e la forte puzza fa pensare che quei piccoli cadaveri rappresentassero l’intento di rendere tutto molto realistico. Tutto e tutti sono immersi nel fango e nell’umidità. Tutti tranne Gal Gadot, arrivata a passo spedito con il suo outfit da Wonder Woman e che sembra, beh, una dea. Un’aquila dorata sovrasta la sua corazza in pelle rossa. Un lazo arrotolato pende dalla sua anca. La sua tipica accoppiata di diadema e braccialetti argentati catturano la luce a ogni suo movimento. Dona anche a questo cupo paesaggio, ricoperto di mozziconi di sigaretta e roditori deceduti, un tocco di eleganza e una nota di nobiltà. Per il momento, almeno. La scena prevede che la Gadot si slacci l’ingombrante mantello, rivelando l’armatura sottostante. È un momento glorioso, da rallentatore, durante il quale lei si scioglie i capelli facendo così emergere per la prima volta Wonder Woman.

Solo che le cose non vanno secondo i piani. Prima si inceppa la molletta che tiene insieme i capelli della Gadot. Poi un’improvvisa folata di vento le soffia via i capelli. Ecco perché Superman si limita agli occhiali. Al terzo tentativo, finalmente, ci riescono. Scudo in spalla, spada in mano e slanciata dall’alto del suo metro e 80, anche grazie agli stivali rivestiti in oro, la Gadot inizia la sua scalata nella terra di nessuno. “Ricordati di muoverti in maniera decisa”, le dice la regista Patty Jenkins, e la scalata diventa più fluida e si arricchisce di potenza. La Jenkins è raggiante. “State letteralmente vedendo Wonder Woman prendere vita, davanti ai vostri occhi”, dice entusiasta a Empire. “È un’emozione unica”. È al settimo cielo nonostante il freddo (e i topi), consultandosi emozionata con i cameraman e incitando la sua star tra una scena e l’altra. Il momento d’euforia, però, non dura molto — almeno per la Gadot. Ogni volta che arriva in cima alla scala, si ritrova immersa in un vento gelido senza nessuna protezione. Si rannicchia in una posa da pugile per farsi caldo, e appena ha l’ok della regista torna di corsa al riparo di un pesante piumino. Per un paio di minuti. Poi deve ritornare ad arrampicarsi. “Stai vivendo un sogno!”, le urla l’assistente alla regia Tommy Gormley. “Rifacciamola!” Più tardi, la Jenkins ci ride su. “Sono state riprese tristi e fredde”, ammette. “Ma la scena doveva risultare proprio così, quindi ci ha fatto comodo”.

Per quanto riguarda il grande schermo, c’è voluto molto tempo prima che le cose andassero nel verso giusto per Wonder Woman. Quando il pubblico ha visto la scena appena descritta, saranno passati più di 75 anni dalla sua prima apparizione su un fumetto. È valsa la pena attendere tutto questo tempo? Diciamo di sì. Nella sua prima apparizione in Batman v Superman: Dawn of Justice, ha rubato la scena ai due co-protagonisti, salvando loro la vita e ridendo letteralmente di fronte al pericolo. The New Yorker fa notare che “si autoinvita alla festa e lascia entrambi (Batman e Superman) esterrefatti”; secondo Rolling Stone è stata “una rivelazione con i controcazzi”. Il caldo benvenuto è stato un sollievo per il team Wonder Woman, che era già al secondo mese di riprese. “La gente reagiva alla sua presenza, anche se stava in scena per poco tempo”, dice la produttrice Deborah Snyder. “Io ero elettrizzata”. Ma anche con una spinta del genere, il team responsabile di mettere alla luce il primo film in solitaria di Diana di Themyscira doveva affrontare una sfida formidabile. Sin dal suo concepimento, Wonder Woman ha attirato domande piuttosto scomode.

Come può essere realistica la sua casa su un’isola popolata solo da donne? Come fa a gestire il suo amore mortale, Steve Trevor? E soprattutto, in che epoca sarebbe ambientato il film? Quest’ultimo punto è stato risolto mentre Batman v Superman era ancora in fase di produzione. Avendo già introdotto Diana da adulta e in pieno controllo dei suoi poteri, Wonder Woman sarebbe tornato indietro di circa 100 anni, fino al novembre 1918, qualche giorno prima dell’armistizio che mise fine alla Grande Guerra. “È stato un procedimento strano, perché praticamente siamo partiti dalla fine, per poi andare a concentrarci sull’inizio del personaggio”, dice la Gadot. Lei e la Snyder avevano già abbozzato la loro storia di fondo per Diana in Batman v Superman, stabilendo tramite un dagherrotipo trovato online da Bruce Wayne che si sposta da Themyscira al “mondo degli uomini” durante la Prima Guerra Mondiale, piuttosto che nella Seconda, come accade invece nelle origini del fumetto. Questo ha come duplice vantaggio di separarla dagli altri eroi dei fumetti degli anni ’40 — Capitan America, Rocketeer — e massimizzare lo shock culturale per Diana. Cresciuta con valori come onore, giustizia, e con la convinzione di combattere solo per una giusta causa, viene scagliata in un conflitto che è sia avanzato dal punto di vista tecnologico sia confuso dal punto di vista morale.

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La Jenkins, da sempre fan dei film basati sui fumetti, apprezza particolarmente le storie sulle origini (i primi Spider-Man e Superman sono nella sua top ten di tutti i tempi). Un altro fatto che la mandava su di giri era la possibilità di raccontare una storia che si inserisse nell’Universo Esteso DC, ma allo stesso tempo che non fosse cronologicamente correlata. “L’universo condiviso sarebbe stato restrittivo se avessi raccontato il personaggio da un punto di vista radicalmente diverso”, ammette. “Ma la storia avviene prima di tutti quei film, quindi non ci sono sovrapposizioni”. A parte l’aver già scritturato la Gadot, aver scelto il costume e dover inserire nella storia quella fotografia, tutto il resto era da decidere. Ma per il team questo significava affrontare una nuova sfida, ovvero orientare una semidea e tutta la sua società verso il resto del mondo.

Poi, quando Diana raggiunge l’età adulta, un aereo danneggiato guidato dal pilota Steve Trevor (Chris Pine) attraversa la barriera dell’isola e si schianta sulla costa. Quando Diana corre in suo soccorso, scopre che la sua missione è cercare di carpire i piani potenzialmente devastanti della Germania per riferirli al governo britannico. Il generale Ludendorff (Danny Huston) ha sviluppato un gas mortale che non viene filtrato dalla maschere. Diana si sente ispirata: andrà ad aiutare Steve e, ne è fermamente convinta, troverà Ares tra le prime linee di questa mostruosa guerra. Patty Jenkins e lo scenografo Aline Bonetto hanno setacciato il globo alla ricerca di una potenziale Themyscira. Alla fine hanno deciso per la nostra Matera, espandendo le sue antiche abitazioni con dei set costruiti a Londra e aggiungendo qualche paesaggio dalla lontana Cina, per creare un idillio che non sembra di questo mondo. Un set popolato da impetuose donne guerriere, tutte promosse a pieni voti al programma d’allenamento per aspiranti Amazzoni, che ha dato grosse soddisfazioni. Il trucco per creare il paradiso di Themyscira, a quanto pare, era renderlo per certi aspetti simile alla nostra imperfetta Terra. Pian piano, Steve e Diana diventano più che compagni d’armi, perché questa storia sulle origini di Wonder Woman è anche una storia d’amore. E se lui la istruisce su come gira il mondo al di fuori della sua isola, lei riesce a portare un po’ di ottimismo nella sua visione del mondo alquanto cinica — come dice la Gadot: “Prendono ognuno le qualità dell’altro”.

La domanda fondamentale alla quale Wonder Woman deve rispondere è il proverbiale “Elektra nella stanza” (da “elephant in the room”, espressione inglese per indicare un argomento che viene ignorato, benché sia palesemente vero): storicamente ci sono pochissimi film dedicati interamente a super eroine, in che modo questo può rappresentare un’eccezione alla regola? “Io credo che spesso i film tendano troppo a etichettare”, replica la Snyder. “Le donne vengono ridotte a personaggi piatti. Ma ora si iniziano a vedere queste dinamiche eroine a tutto tondo, e le cose si fanno decisamente interessanti. Wonder Woman può essere compassionevole, emotiva, impetuosa e sexy — non solo una di queste cose. Combatte per il bene come tutti i supereroi, ma la sua compassione è una caratteristica all’avanguardia. Da non sottovalutare”. Forse una domanda migliore sarebbe: dopo tutti i vari supertizi, seguito da un altro supertizio, seguito da un procione parlante trasposti da fumetto a pellicola, perché Wonder Woman non dovrebbe piacere? La Gadot dichiara: “Con tutti i feedback che riceviamo dai fan, sono sicura che raccontare adesso questa storia sia la mossa giusta”. Dopo averla vista sul set, mentre si scrolla di dosso tutti gli stereotipi sulle donne per affrontare interi eserciti, è dura controbattere. Wonder Woman può affrontare le potenze centrali, può affrontare dei topi morti. I botteghini di tutto il mondo dovrebbero essere un gioco da ragazzi.

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