Ragnarok’n’Roll

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Thor è tornato – portando con sé un collega – nella sua avventura più cosmica, divertente e folle. Tutto diretto da Taika Waititi, regista di Hunt For The Wilder People.

Testo Dan Jolin

Ragnarok, nel caso non conosciate la mitologia norrena, significa la Fine di Tutte le Cose. E in questo momento le Cose non sembrano andare molto bene per Thor Odinson. All’arrivo di Empire sul set di Thor: Ragnarök ai Village Roadshow Studios in Australia, il 20 agosto 2016, troviamo il Vendicatore signore del tuono impegnato in una battaglia con il suo ultimo e più letale nemico: Hela, la Dea della Morte. La quale, è giusto dirlo, sta letteralmente gonfiando di calci il bel culo asgardiano!

Si scopre poi che stanno combattendo fra i turbinosi vortici interdimensionali del Bifrost – quella specie di comodo ponte interspaziale che unisce i mondi. Ed è il motivo per il quale gli attori Chris Hemsworth (che indossa un’armatura da battaglia in pelle, ma visibilmente privo del suo potente martello) e Cate Blanchett (che sfoggia un equipaggiamento dalle decorazioni geometriche e ripreso in motion capture, che permette al costume di Hela, completamente realizzato in CGI, di attorcigliarsi, cambiare forma e trasformarsi in un’arma sullo schermo) sono sospesi a 14 metri di altezza sopra un materasso di sicurezza che ricopre tutto il set. Entrambi sono legati a una specie di piattaforma ultramoderna a forma di diapason che consente loro di volteggiare per aria, sfidando la gravità come due acrobati del Cirque du Soleil. Ci sono poi quattro torri stroboscopiche lampeggianti che investono i due personaggi con una tempesta di flash, mentre una macchina per il vento soffia sulla chioma bionda di Hemsworth, facendola svolazzare selvaggiamente.

Hemsworth si lancia sulla Blanchett per colpirla, ma lei riesce ad allontanare il suo braccio, inizia a graffiargli furiosamente la faccia e infine gli serra la gola tra le dita della sua mano smaltate di nero. Improvvisamente, nel bel mezzo di questa lotta epica, si leva una voce dagli smozzicati ma amabili toni Kiwi, amplificati dal God Mic.

“Ah, Cate? Devi fare in modo di strangolarlo sul serio, bella” dice.

“Davvero?” risponde la Blanchett.

“Gli stai a malapena toccando il collo, mia cara”.

“Continua ad allontanarsi” dice lei fingendo di lagnarsi, ma il suo regista insiste cortesemente: “Voglio aver paura per Chris”.

Non è facile immaginare il regista della terza avventura esclusivamente dedicata a Thor terrorizzato; o anche solo lievemente preoccupato. A pochi metri da questa furiosa e fantastica azione sorge la postazione video di Taika Waititi; o almeno l’equivalente di una postazione video. Dietro i suoi monitor non fa capolino nessuna sedia da regista. In compenso il creatore del gioioso film indipendente uscito l’anno scorso e tanto amato dal pubblico,

Hunt for the Wilderpeople, sta serenamente disteso su un divano rosso e oro, circondato da cuscini ricamati e pieni di colori e da pouf. Più che una postazione di monitor sembra una zona relax; un’oasi confortevole piazzata nel bel mezzo della produzione di un blockbuster. “Bisogna renderlo comodo – esclama Waititi in tono molto pratico – altrimenti si tratta semplicemente di guardare impalcature e schermi blu per l’intera giornata”. Tra un allestimento e l’altro, mette della musica che poi amplifica col God-Mic, il microfono utilizzato dal regista. Questa mattina ha scelto Let It Be e, con sorprendente adeguatezza, fa partire Across the Universe. E mentre Lennon canta Nothings’s Gonna Change My World, lo scenografo Dan Hennah (un veterano proveniente da tutti i sei film sulla Terra di Mezzo girati da Peter Jackson) ridacchia. “È piacevole vedere come questa immane macchina non stia interferendo con il suo mondo” dice facendo cenno a Waititi. Difficilmente si può dire lo stesso per il protagonista del suo film. O per la saga che porta il suo nome. Ragnarok rappresenta per Thor il cambiamento totale. Altrimenti per quale altro motivo i Marvel Studios avrebbero ingaggiato uno come Waititi?

Quando il produttore esecutivo Brad Winderbaum cominciò a riflettere su chi gli sarebbe piaciuto vedere come regista del nuovo Thor, decise di fare una lista dei film che lo avevano maggiormente colpito nel corso dell’ultima stagione. In cima alla lista c’era un piccolo film di vampiri girato in stile mockumentary e ambientato a Wellington, in Nuova Zelanda, dal titolo What We Do In Shadows. Co-diretto dal filmmaker neozelandese Taika Waititi (che interpreta anche la parte del lezioso e disperato succhiasangue Viago), è un’astuta commedia horror incentrata sull’improvvisazione e dotata di una bella anima. Tanto per essere sicuro, il produttore diede uno sguardo anche al precedente film di Waititi, una storia tra padre e figlio che scalda il cuore intitolata Boy e che racchiude tributi a Michael Jackson nonché – udite udite! – un riferimento all’Incredibile Hulk. E fu allora che decise di arruolarlo.

“Ci serviva un regista veramente cool che fosse in grado di dare al franchise una nuova e più audace direzione – spiega Winderbaum – quando io e Kevin [Feige, il capo dei Marvel Studios] lo abbiamo incontrato, abbiamo capito subito che era il nostro uomo”. Ma perchè mai Waititi vorrebbe abbandonare la sua confortevole, economica Nuova Zelanda per un progetto ad alto tasso di stress in un grande studio, tutto per entrare a far parte di un franchise il cui ultimo regista ha trovato i contenuti di questo particolare calice Marvel tutt’altro che allettanti (Alan Taylor ha definito Thor: The Dark World un’esperienza che “spero di non ripetere mai più e che non auguro a nessuno”)?

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“Non è mai stato nei miei piani arrivare e fare film per grandi studios” ammette Waititi mentre versa una tazza di tè da una teiera avvolta in una borsa di lana e ce la offre. “Ero felice di fare i miei film e basta, perché erano molto più facili e brevi. Per cui questa offerta è arrivata un po’ come una sorpresa, mi sentivo totalmente insicuro perché avevo visto un sacco di questi film e mi erano piaciuti molto, ma non avevo davvero la più pallida idea di come si facessero. Poi riflettendoci ho capito che mi sarei potuto divertire con quegli strumenti, tutti quei giocattoli e il cast che mi proponevano. Penso che si possa fare ancora arte all’interno dello studio system. Come dire, devi solo presentare il prodotto in un certo modo. Dopodiché sovvertire tutto”.

Dal momento che l’ultimo Thor ha ricevuto un’accoglienza da parte della critica molto più tiepida rispetto al primo capitolo, si è sentita la forte necessità di cambiare rotta e realizzare qualcosa che non fosse l’ennesimo ping pong tra la Terra e Asgard. “Alla fine siamo molto soddisfatti di The Dark World – insiste Winderbaum – ma ci esaltava l’idea di provare qualcosa di completamente nuovo, che rispedisse Thor nello spazio e all’interno di un plot molto lineare”. A tal proposito ci uniamo a Thor che, trascorsi due anni dai fatti di Age of Ultron, si trova a vagare per l’universo in cerca di indizi sulle Pietre dell’Infinito, ignaro del fatto che il suo astuto e (presunto morto) fratello Loki (Tom Hiddleston) ha usurpato il trono di Asgard. Questo finché non riparte verso casa, finendo per ingaggiare una battaglia con un’antica e potentissima asgardiana che sta approfittando dell’esilio di Odino per riprendere il suo posto sullo scacchiere per il dominio dei Nove Regni. Il suo nome è Hela.

“Taika era davvero interessato agli aspetti anarchici del personaggio” ci racconta la Blanchett al termine della sua giornata dedicata a strangolare Hemsworth. “Ho pensato molto alle origini del punk. C’è un po’ di quello spirito in Hela”. Per documentarsi si è vista alcuni documentari sul punk, come Sex Pistols – Oscenità e Furore di Julien Temple. “Ci sono state così tante ragazze che hanno dato voce a quell’universo punk – dice – come Siouxsie Sioux, che è saltata fuori dal nulla e un’energia pazzesca”. E noterete una certa somiglianza con Siouxsie, soprattutto nell’ombretto pesante di Hela e nel suo accento South East London.

Hemsworth si sta godendo l’opportunità di rinfrescare la formula di Thor. “Fa bene sia alla storia sia al personaggio trovarsi in uno spazio diverso – dice – qui possiamo vedere una gamma di colori completamente differente”. È felice di poter lavorare con Cate Blanchett (“Se c’è una capace di prenderti a calci in culo…”), e si è divertito ad affrontare l’attrice di Creed, Tessa Thompson, che qui interpreta la dea-guerriera Valchiria (“È una tipa veramente tosta, un personaggio forte che potrebbe benissimo far schizzare la merda dalle orecchie di Thor se lo volesse”). Ma più di ogni altra cosa, l’attore australiano apprezza la possibilità di fare qualcosa di nuovo con un personaggio che ha già interpretato quattro volte.

La priorità assoluta di Waititi era di rimodernare il “bizzarro e roccioso alieno nordico”, come ama definirlo; e non stiamo parlando solo del nuovo taglio di capelli alla Massimo Decimo Meridio. “Ora è senza dubbio un uomo nuovo – sottolinea il regista – ha più personalità, è più profondo. Thor è stato sulla Terra a lungo, ha passato del tempo con Tony Stark, e si è impadronito del suo gergo”. Hemsworth descrive il nuovo Thor “non più come un estraneo da un altro mondo, ma con una personalità più contemporanea e dotato di senso dell’umorismo. A ogni frase che potesse suonare shakespeariana, Taika diceva: ‘Dai, l’abbiamo già fatta così. Lui non parla più in questo modo’. In questo viene lasciata molta libertà di improvvisazione, cosa per la quale non c’era molto spazio prima. Credo di non essermi mai divertito così tanto in un film Marvel”.

Mentre Dan Hennah porta Empire in giro per una grande piazza circolare asgardiana costruita nel backlot, ci descrive la produzione come “nell’ordine di grandezza di uno dei capitoli del Signore degli Anelli”. Poi, proprio mentre ci stavamo acclimatando in questi scenari fantasy dal sapore nordico infarciti di dragoni, Hennah ci conduce dietro l’angolo e di colpo ci troviamo in un mondo completamente diverso. “Questo è Sakaar” ci dice orgogliosamente a proposito del set che abbiamo davanti agli occhi. Passeggiamo all’ombra di bizzarre strutture architettoniche che sembrano messe insieme a caso con pannelli metallici di forme e grandezze differenti, il tutto con una varietà di colori accesi e sgargianti che sembrano arrivati direttamente dalla fantascienza pulp degli anni ‘60: senape, acqua, arancione e verde. Waititi and Hennah hanno tratto ispirazione più di tutto dalle creazioni vivide e ultraterrene dell’artista della silver age Marvel, Jack Kirby. “È divertente, variopinto, un po’ bizzarro e tremendamente rétro – dice Hennah – tutto su questo pianeta è venuto fuori da un wormhole quindi è creato a partire da detriti. È un po’ come una baraccopoli del Brasile”.

È su Sakaar che facciamo la conoscenza di Valchiria, interpretata dalla Thompson, e dove lei stessa ha passato gran parte del suo tempo durante le riprese. “È così d’avanguardia, strano e bellissimo – dice – tutta la scenografia è progettata in modo da farti sentire come se fossi in un video di Björk”. Secondo Waititi, girare questo film è stata principalmente una questione di chiedersi: perché trattenersi? “Se hai per le mani un titolo come Ragnarok, devi mantenere fede alle premesse – riflette. Sono sempre stato un grande fan di Flash Gordon e lo stile di questo gli si avvicina molto. È così eclettico, così fuori dalle righe, in tutte le sue parti. Ci sono creature fatte di pietra, insetti alieni, gladiatori, c’è Jeff Goldblum…”

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E c’è anche un’altra cosa su cui vuole porre l’accento, una cosa molto importante. Parafrasando Tony Stark nel 2012, ha Hulk. “Quello è stato l’aspetto che mi ha fatto accettare senza ripensamenti – dice Waititi – l’idea di Thor e Hulk su di un pianeta alieno”. Per Chris Hemsworth sono come Butch Cassidy e Sundance Kid. Per Mark Ruffalo sono come De Niro e Grodin in Prima di Mezzanotte. Ma per Taika Waititi, l’accoppiata di Hulk e Thor in Ragnarok ricorda più di tutti Shakespeare a Colazione (Withnail and I). Un attimo solo…cosa? “Hulk è come il cavallo che va a briglia sciolta, un autolesionista – spiega Waititi – è lacerato da tremendi conflitti interiori, un personaggio instabile che può perdere le staffe in qualsiasi momento, e l’idea che Thor debba avere a che fare con lui mi ha ricordato I alle prese con Withnail”.

Ruffalo si scompiscia dal ridere quando Empire glielo fa notare: “Assolutamente! Mi piace. Questa è anche meglio di Prima di Mezzanotte…” Secondo il quattro volte Bruce Banner, l’idea di appaiare Thor al suo scatenato energumeno verde è nata durante le riprese di Age of Ultron, quando lui e Hemsworth sono diventati superamici. “Ci siamo divertiti un sacco, mi piace il ragazzo. Chris se n’è uscito con un “Troviamo un film da girare assieme! Dovremmo fare un buddy movie o qualcosa del genere!” Successivamente, durante le interviste promozionali per quel film, hanno iniziato a fantasticare su una pellicola con la strana coppia Banner e Odinson. “E quindi, quando hanno deciso di fare Thor 3, Chris se n’è uscito con ‘dovremmo essere io e Mark Ruffalo’. È così che è andata”. Lo stesso Ruffalo aveva suggerito in precedenza a Kevin Feige che se i Marvel studios avessero fatto un altro film stand-alone di Hulk, sarebbe stato bello basarlo sulla saga Planet Hulk del 2006, in cui Banner viene bandito dal pianeta Terra e finisce a fare il gladiatore proprio su Sakaar. Ma con i diritti del franchise cinematografico di Hulk ancora saldamente nelle mani di Universal, quella trama ha trovato spazio in Ragnarok.

“Quando lo ritroviamo, è in modalità ‘Hulk permanente’ da due anni – ci spiega Ruffalo – e adesso combatte come gladiatore, il campione di Sakaar, quindi gode di una buona dose di fama e notorietà. È anche al corrente di essere odiato sulla terra e temuto dagli Avengers, quindi non ha alcun interesse a fare ritorno sul pianeta. Se la spassa alla grande!”. In ogni caso, Hulk è l’elemento chiave per la fuga di Thor dal dominio del Gran Maestro, quindi deve in qualche modo risvegliare il Dr. Banner da sotto quegli strati di personalità dominante.

“Thor deve raggiungere i suoi obiettivi, ma si trova anche a dover gestire un personaggio davvero imprevedibile – aggiunge Waititi – e per me è questo ciò che rende la storia davvero interessante. Come ti comporti con un personaggio che complica le cose e rende la tua missione più difficile da portare a termine?” Ruffalo paragona Hulk a “un bambino di tre anni”. Ma, come abbiamo avuto modo di vedere dal trailer, in questo film Hulk non si limita semplicemente a distruggere cose. Hulk adesso parla. “Esatto, ora ha acquisito il dono della parola, anche se a un livello piuttosto elementare, e adesso è capace di esistere senza essere sempre fuori dai gangheri. È come rinato, e la cosa gli piace”.

Nonostante tutti gli effetti speciali e il motion capture richiesti per trasformare Ruffalo nell’Hulk alto quasi tre metri, Waititi l’ha incoraggiato a improvvisare con Hemsworth come un qualsiasi attore del cast. “Abbiamo avuto scambi di battute molto divertenti – dice Hemsworth – tiriamo fuori l’uno dall’altro qualcosa di diverso”. Per Ruffalo il processo ha prodotto “cose bizzare e divertenti. C’è stata tanta sperimentazione”.

E la cosa non è dispiaciuta affatto al supervisore agli effetti visivi. “È molto divertente poter giocare con Hulk che non sia solo ‘Hulk, distruggere’. Questo è un Hulk molto più complesso e sfaccettato. Ci sono momenti di riflessione. È un Hulk molto più profondo”. E, stando all’esaltazione dei colleghi del duo sul set, l’alchimia fra i due è esplosiva. “Ogni tanto mentre li osservo, giuro che sembra di vedere Walter Matthau e Jack Lemmon – dice Winderbaum – sembrano nati per condividere lo schermo. Fantastico. Si potrebbe tranquillamente fare un altro film solo sul sodalizio tra questi due”.

È settembre 2017, quasi un anno da quando si sono concluse le riprese di Ragnarok e, in circostanze normali, Waititi avrebbe tranquillamente potuto aver già girato un altro film. Ma quando Empire lo raggiunge, sta ancora girando il terzo capitolo di Thor. “Sono ad Atlanta, stiamo facendo qualche reshooting – dice cinguettando dall’altra parte del telefono – in Nuova Zelanda li chiamiamo pick-ups ma sto cercando di parlare come fanno da queste parti. Sta andando bene”.

Cosa abbastanza sorprendente per un filmmaker abituato a lavorare rapidamente e su scala ridotta, non sembra né stanco né esasperato dal dover essere di nuovo in un teatro di posa. Ammette che girare alcune scene d’azione imponenti si è dimostrato laborioso e non nega di aver avuto qualche dubbio ogni tanto. “Ho una fervida immaginazione. Già mi vedevo: il film che mi viene tolto, divento tutto rosso e poi mi ritrovo buttato fuori dal mondo del cinema. Questo è quanto riesco a viaggiare con l’immaginazione”. Ma lui e la Marvel vanno d’accordissimo, sembra. “Ho delle ottime sensazioni riguardo al film. Sì, penso che sia venuto davvero bene. È divertente e imponente. È tutto quello che volevo che fosse quando mi hanno proposto di girarlo”.

Anche il produttore di Waititi è contento. Winderbaum sente di avere per le mani esattamente quello che desiderava dal regista di Boy e What We Do in the Shadows. “Questo è senza ombra di dubbio un film di Taika. Guardando alla sua produzione passata, si capisce immediatamente come questo lavoro s’inserisca alla perfezione”. Ruffalo è d’accordo, descrivendo allegramente il pianeta Waititi come “un mondo molto chiaro, luminoso, leggero e stravagante” – non certo un Dark World. Il Thor di Taika, dice: “abbatte barriere e fa saltare le aspettative rispetto a questi personaggi. La gente non potrà far altro che festeggiare o farci la festa!”. Ragnarok vorrà anche significare la Fine di Tutte le Cose, ma, con Taika Waititi al comando, sembra piuttosto un nuovo entusiasmante inizio.

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