L’arte di vedere oltre

silvio soldini, adriano giannini, il colore nascosto delle cose, valeria golino

Presente fuori concorso alla 74° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Il Colore Nascosto Delle Cose di Silvio Soldini, con Valeria Golino e Adriano Giannini, racconta una storia d’amore, cecità e redenzione all’ombra della società contemporanea. Il regista e l’attore protagonista raccontano a Empire cosa rende questo film una straordinaria esperienza di cinema tra ironia, leggerezza e grande umanità.

Testo Matteo Guizzardi

SILVIO SOLDINI

Con Il colore nascosto delle cose torni al cinema di finzione dopo quattro anni di assenza. Cosa ti aveva tenuto lontano?
Mi sono dedicato a girare documentari, una cosa che amo. E poi questo progetto non è stato semplice da mettere in piedi: ha richiesto tanta ricerca, scrittura e naturalmente il reperimento di finanziamenti.

Nel senso che il documentario è un mezzo di espressione più facile da fare per te?
Bè in un certo senso lo è, innanzitutto perché servono meno soldi, e poi perché rappresenta un momento di ricerca con cui posso narrare in prima persona, impugnando la camera e scoprendo nuovi mondi. Con Per altri occhi ho scoperto il mondo dei non vedenti, con Il fiume ha sempre ragione mi sono imbattuto in due personaggi straordinari (Josef Weiss, tipografo e rilegatore svizzero, e Alberto Casiraghy, aforista e fondatore della casa editrice Pulcinoelefante, ndr) che riescono a vivere nello stesso nostro mondo, ma con valori molto diversi.

E cosa ti piace invece del cinema di finzione?
Il cinema di finzione è l’opposto: non è scoprire un mondo e cercare di raccontarlo, ma al contrario costruirlo, inventarlo nei minimi dettagli. È un mondo che deve sembrare vero e convincente anche se è tutto finto, perché i personaggi sono attori, c’è una costumista, e tutto è una scenografia.

Cosa ti ha spinto a voler affrontare il tema della cecità?
La molla è scattata dopo aver conosciuto, con Per altri occhi, tanti non vedenti, alcuni dei quali sono diventati amici. Mi sono reso conto che il mondo della cecità spesso viene raccontato dal cinema in modo stereotipato: i ciechi o sono personaggi tristissimi, piegati dalla propria disabilità, oppure, al contrario, hanno quasi dei superpoteri perché questo è funzionale alla narrazione. Invece io volevo raccontare i ciechi veri: persone che spesso hanno una vita più piena della nostra. Persone curiose, che si divertono e affrontano la quotidianità con tanta ironia.

Come hai coinvolto Valeria Golino?
Io e Valeria ci conosciamo dai tempi de Le Acrobate – era il 1997 – e da allora siamo rimasti amici. Quando ha accettato questo ruolo la sua paura più grande era non essere credibile, e quindi abbiamo lavorato molto su questo aspetto. Le ho fatto conoscere varie persone non vedenti e ha frequentato uno dei corsi di Orientamento Mobilità che loro affrontano per imparare ad essere autonomi nella vita quotidiana.

Ha funzionato?
Sì, anche se recitare senza fare uso del senso della vista è stato una cosa molto dura. Valeria voleva essere plausibile a tutti i costi, e io la tenevo d’occhio in modo particolare. La sfida era riuscire a fare tutto il ciak senza fissare il proprio sguardo su nulla, proprio come se la vista non esistesse. Abbiamo anche usato delle lenti a contatto particolari per rendere il colore dell’occhio verosimile e aiutarla in questo senso.

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E come sei arrivato ad Adriano Giannini?
Cercavo un protagonista maschile per il mio personaggio, che si chiama Teo e che doveva rappresentare uno di noi, un uomo della strada. Abbiamo voluto che fosse molto lontano da Emma, volevamo creare l’idea di due mondi molto distanti che si incontrano. Lui fa il pubblicitario, si occupa di comunicare attraverso le immagini, è una persona che non è ancora risolta, alla ricerca di un suo equilibrio fino al giorno in cui incontra una donna molto più strutturata di lui, che però non ci vede. Questo incontro crea dinamiche e processi all’interno di Teo per cui alla fine della storia lui è cambiato, è un’altra persona. Ed è proprio questo quello che mi premeva raccontare: come un incontro del genere possa cambiarti.

Insomma, in questo film si ride o si piange?
Ci sono momenti intensi ma anche scene di grande leggerezza. Io non credo in quei film che sono drammatici dall’inizio alla fine. Preferisco una ricchezza di toni espressivi, far passare un po’ d’aria.

Prossimi progetti?
Sto iniziando a pensare a una nuova storia. Anche a un documentario. Tutto sta nel trovare la cosa giusta da andare ad esplorare, dopo aver trovato il finanziamento ovviamente.

 

ADRIANO GIANNINI

Il tuo personaggio nel film viene definito un uomo in fuga dalle responsabilità. Confermi?
Teo sta fuggendo dal suo passato, dal suo futuro, dagli impegni della vita. Però non lo giudico, in fondo vive la sua esistenza con grande leggerezza. Ha una compagna, un’amante, magari anche più di una… ma in realtà è in fuga da se stesso, dalla sua famiglia, da alcuni dolori che ha subito. E l’incontro con il personaggio interpretato da Valeria, proprio grazie alla cecità di lei, cambia le regole del gioco.

In che modo?
Tutto nasce da una sfida seduttiva, una scommessa goliardica tra uomini: Teo si mette in testa di voler conquistare una donna della quale ha soltanto udito la voce. La condizione di lei lo costringe però ad assumere un approccio diverso, anche dal punto di vista seduttivo. Il fatto di non essere visto o guardato, e quindi il non sentirsi nemmeno giudicato, innesca in lui un’apertura, gli fa abbassare le difese.

Pensi che questo approccio gioverebbe agli uomini in generale?

Di sicuro aiuterebbe molti di noi a metterci in discussione in maniera diversa dal solito. Spesso non siamo disposti a riconoscere l’altro in quanto diverso da noi; l’errore più comune che facciamo nei rapporti è quello di non vedere né guardare realmente l’altra persona, ma di continuare a specchiarci in essa, rimanendo in realtà fissi su noi stessi.

Con questo film ritrovi Valeria Golino dopo averla affiancata in Per amor vostro di Giuseppe M. Gaudino…
Con Valeria ci conosciamo da tantissimi anni, siamo amici. Il film di Gaudino è stato un’avventura che ci ha legati molto, e quando hai un meccanismo rodato di fiducia reciproca, umana e di recitazione, tutto diventa più semplice. Con Valeria poi è molto facile lavorare, è un’attrice generosa, con sé e con gli altri. È imprevedibile nella recitazione, ha momenti di autentica magia che bisogna essere pronti a cogliere.

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Qual è il ruolo più arduo che hai interpretato?
Quando interpreto una parte cerco sempre di dare il massimo pur mantenendo una distanza emotiva dal mio personaggio. Ma vestire i panni di Boris Giuliano nella serie andata in onda su Rai Uno mi ha causato un coinvolgimento tutto diverso. Il fatto stesso di interpretare un personaggio realmente esistito, per di più un uomo di così alto valore, il fatto di incontrarne i familiari, gli amici, i colleghi poliziotti, il calpestare i suoi stessi luoghi, ha fatto sì che mi rimanesse dentro in modo particolare.

Pensi che venire dal doppiaggio ti fornisca delle sfumature in più dal punto di vista attoriale?
In realtà io ho fatto per tanti anni l’operatore dietro una macchina da presa, il doppiaggio è arrivato solo quando facevo già l’attore. Però sì, doppiare attori come Heath Ledger, Christian Bale e Joaquin Phoenix ti costringe a studiarli da vicino, a osservarne le mosse e le intenzioni, e questo arricchisce il tuo bagaglio artistico. E poi nel doppiaggio si impara a sbagliare, si sbaglia talmente tanto che poi quando arrivi sul set hai un’abitudine all’errore, a come affrontarlo, che ti aiuta. Non sei più terrorizzato e non ti si blocca la voce quando c’è un imprevisto sul set, perché sei abituato a gestire lo sbaglio.

Ci sono attori della generazione di tuo padre che prendi a modello?
Ammiro tutti gli attori di quella generazione, da Volontè a Mastroianni, da Manfredi a Tognazzi e Gassman. Forse Mastroianni è quello al quale mi sento più legato. L’ho conosciuto da piccolo perché veniva a pranzo a casa dei miei. Ricordo la sua semplicità e umanità, ne ho una memoria vivida e ogni tanto mi capita di pensare a lui sul set.

Pensi che tra quella generazione e gli attori di oggi si sia perso qualcosa?
Manca quel tipo di cinema lì, mancano gli anni ‘70, ‘80 e ‘90, ma mancano nel mondo, non solo nel cinema italiano. Era un’epoca in cui si facevano film come Qualcuno volò sul nido del cuculo. Invidio ai miei genitori la possibilità di essere entrati nel mondo lavorativo in un periodo così irripetibile dal punto di vista artistico.

Quali altri progetti hai in cantiere?
Ho girato di recente un secondo cortometraggio (dopo l’esordio nel 2009 con Il gioco, presentato alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, ndr) che ho portato in concorso al festival di Palm Spring, il più importante nel Nord America. Ora mi piacerebbe mettere insieme le idee per un lungometraggio. Avendo fatto prima il cineoperatore e poi l’attore, la regia è qualcosa che mi diverte e che sento come un vestito comodo da indossare.

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