Donne contro

The beguiled - l'inganno, sofia coppola, elle fanning, colin farrell, nicole kidman, kirsten dunst

Perché Sofia Coppola ha deciso di dirigere il remake di un film degli anni 70 definito “un incubo misogino”? La regista si confessa in esclusiva per Empire.

Testo Dan Jolin

In principio il nuovo film di Sofia Coppola è partito come uno scherzo. Ma non si trattava di uno scherzo particolarmente tagliente e pesante, somigliava più a una di quelle barzellette che ti capita di raccontare per caso, en passant, tanto per dire qualcosa. Prima che tu te ne accorga, prende vita; una gag veloce, fatta tra amici. Perciò questo scherzo era: qualcosa venuto fuori per caso, all’improvviso, quando un’amica della Coppola le parlò di questo folle film con Clint Eastwood del genere southern gothic ambientato all’epoca della Guerra Civile.

“Devi vedere The Beguiled (in italiano La notte brava del soldato Jonathan)”, le disse la sua amica ridendo. “É un film di cui devi proprio fare il remake”. Alcuni mesi dopo, mentre osservavano delle modelle in sottoveste bianca sul set di uno spot che stavano girando a New York per un profumo di Marc Jacobs, la stessa persona si rivolse con una battuta alla Coppola: “Oh, è perfetto per The Beguiled! Sai, la nostra versione di The Beguiled”.

Tre anni più tardi, questo annoso scherzo portato avanti con leggero sarcasmo aveva smesso di essere tale. La Coppola ha il suo remake. E nemmeno lei può crederci, in un certo senso. Dopotutto, questo è il film che è stato succintamente descritto come “un sensazionale incubo misogino” dal critico cinematografico del New York Times Vincent Canby, quando uscì nelle sale nel 1971. La Coppola sorride. “Sì, c’è stata una certa sorpresa quando si è saputo che volevo veramente farlo”.

Ci troviamo nel suo ufficio di Lower Manhattan; il cielo blu limpido e luminoso che si intravede fuori dalla finestra non lascia per nulla presagire la pioggia torrenziale che, nel giro di poche ore, precipiterà dalle pesanti nuvole che si stanno raccogliendo. La nostra intervista è già stata intervallata tre volte oggi in porzioni di mezz’ora – appena la Coppola arriva, è avvolta in un’enorme maglia, con le maniche lunghe agganciate sopra le mani e strette tra le dita. È dispiaciuta e stanca. È stata una giornata lunga.

La Coppola ha concluso da tempo il montaggio di questo film del tutto inatteso. Un film al quale ha iniziato a lavorare l’anno scorso, con le riprese partite in Lousiana nell’ottobre 2016 e concluse e impacchettate appena cinque settimane dopo. Al momento è fresca di una première del trailer a Las Vegas. Sono state fatte congetture da parte della stampa e dei fan. Abbiamo già detto che è stata una giornata lunga? Oggi, spiega, lei e un tecnico del montaggio se la sono dovuta vedere con dei livelli sonori che hanno qualcosa che non va. Ci hanno lavorato per ore. Mentre parliamo, membri della sua troupe si affacciano dietro la porta del suo ufficio, chiedendo gentilmente se può prestare un orecchio velocemente; cosa che fa, profondendosi in scuse.

Il luogo che inizia per C fa capolino, e la Coppola conferma che sì, ha fatto in modo di avere il film pronto per Cannes, il festival al quale ha già presentato in passato diversi suoi film, incluso Il Giardino delle Vergini Suicide e Marie Antoinette. Tira giù le maniche della sua maglia un po’ di più e la stoffa le si stringe contro le dita. Quello che ignora, a questo punto, è che non solo The Beguiled – L’inganno verrà acclamato dalla critica quasi unanime a Cannes, ma che lei stessa diventerà la seconda donna nella storia del festival a vincere il premio come Miglior Regista.

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La Coppola  inizia visibilmente a rilassarsi mentre parla delle riprese. Racconta che sono state brevi, intense, brillanti, ma fondamentalmente belle. Alcuni attori – incluse Kirsten Dunst, Angourie Rice e Elle Fanning – hanno condiviso su Instagram foto delle loro capigliature fatte di treccine, dei legami nati sul set e nel piccolo motel fuori città in cui sia il cast che la troupe locale soggiornavano (e sì, anche le vincitrici del premio Oscar). Il termine che la Coppola, il cui ultimo film è stato Bling Ring nel 2013, usa con maggior frequenza, a parte ‘divertente’, è ‘bello’. “C’era un’atmosfera veramente bella. Sono sempre preoccupata – penso: ‘Oddio, i film devono avere una base drammatica e delle brutte esperienze per essere validi’. Se è troppo confortevole la cosa mi preoccupa, ma questo è stato veramente bello e c’erano un bel gruppo e una bella atmosfera”.

‘Divertente’ e ‘bello’ sono parole che non verrebbero, o almeno non dovrebbero venire, mai in mente quando si tratta di The Beguiled. Una storia nata come romanzo – A Painted Devil, di Thomas Cullinan – e adattata per la prima volta per il grande schermo da Don Siegel, con protagonista quello che poi divenne il suo attore preferito, Clint Eastwood. Una storia che già all’epoca e da allora in poi ha diviso il pubblico, affrontando principalmente temi come l’isolamento femminile durante la Guerra Civile Americana e la gelosia sessuale, l’isteria e la violenza che esplodono quando un soldato dell’Unione ferito e con tendenze da seduttore (interpretato nel film della Coppola da Colin Farrell) viene accolto nel Seminario per Giovani Donne di Miss Martha Farnsworth, in Virginia.

È una storia violenta, cupa, con uno stile narrativo poco convenzionale e strapiena di personaggi decisamente antipatici e sgradevoli. Le metafore e i cliché di genere abbondano. Sotto molti aspetti era una storia femminile, ma raccontata dal punto di vista maschile. È noto che Siegel abbia affermato che si trattava di un film riguardante “il desiderio basilare delle donne di castrare l’uomo”. L’amica che lo portò all’attenzione della Coppola era Anne Ross, produttore esecutivo e responsabile delle scenografie. Contenuti della pellicola a parte, si è trattato di uno scherzo tirato per le lunghe perché la Coppola era decisamente disinteressata all’idea di

realizzare un remake, di qualunque film si trattasse. Detto questo, la cosa destò la sua curiosità: per cui si sedette e guardò il film di Siegel prima di scovare una copia di seconda mano del libro fuori stampa per 10 dollari, che lesse durante le vacanze estive. Mentre ne parla, sceglie le parole con molta cautela: “Non è veramente… Non lo consiglierei… Non è un libro imprescindibile! È molto particolare”. Ma nonostante le sue riserve, durante le vacanze si rese conto di non riuscire a smettere di pensare a quella folle storia. “È talmente strana – dice – ho pensato che sarebbe stato interessante raccontare la stessa storia, ma dal punto di vista del personaggio femminile. Sai, quella di Don Siegel è una versione con un’impronta più macho”.

Mentre iniziava a lavorare all’adattamento, e con la nuova prospettiva ben definita, divenne chiara la presenza di un forte elemento tematico che in effetti si inseriva in maniera molto salda nell’universo della Coppola, trattandosi di una storia riguardante l’isolamento di un gruppo di donne e le conseguenze prodotte dall’intrusione del mondo esterno. “C’era qualcosa che mi faceva pensare a Il Giardino delle Vergini Suicide – ricorda – parla di donne e ragazze, tutte quante recluse e tagliate fuori dal mondo… Ci sono lo stesso tipo di ragazze dall’aria acqua e sapone all’apparenza delicate, ma c’è di più in loro”.

Benché sia quello che Sofia considera il suo primo film di genere, è comunque riconoscibile il suo stile. Le scenografie sono state affidate a Anne Ross, che ha lavorato a tutti i film della Coppola dai tempi di Lost in Translation; è stato girato in 35mm, che è il suo formato preferito, dal direttore della fotografia Philippe Le Sourd, ottenendo quell’effetto sognante de Il Giardino delle Vergini Suicide. “Trattandosi di un film in costume, desideri che abbia un aspetto delicato e un certo feeling d’epoca – spiega – stavamo cercando di ricreare l’era della Guerra Civile, ed è stato difficilissimo”.

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Come per il film del 1999, anche in questo caso il casting delle ragazze era cruciale: alla star di maggior successo della scorsa stagione Angourie Rice (la Coppola ammette di non averla vista in The Nice Guys) si sono unite le new entry Oona Laurence, Emma Howard (attrici di teatro) e Addison Riecke – che ha recitato in The Thunderman, una sitcom molto apprezzata dai figli della Coppola – nel ruolo delle allieve. Dopodiché la Coppola ha contattato due attrici con le quali aveva già lavorato in passato. Innanzitutto Elle Fanning, che nel 2010 aveva recitato in Somewhere all’età di 12 anni. La regista sorride mentre racconta che è stata la prima

la volta che la Fanning, ora diciottenne, si è presentata sul set senza l’accompagnatore. “È stato veramente divertente conoscerla: ora che è adulta – afferma – è ancora la stessa persona di quando era bambina. Ha mantenuto la stessa personalità. Ha conservato quella giocosità tipica dell’infanzia, ma allo stesso tempo è molto intelligente e sofisticata. Il suo personaggio [Alicia] è una ragazza molto viziata e vanitosa, un tipo completamente diverso da lei. È un’attrice davvero meravigliosa. Riesce a illuminare lo schermo”.

La loro insegnante, Edwina, è interpretata da una collaboratrice di vecchia data della Coppola (le due si conoscono da quando l’attrice aveva 16 anni), la star del Giardino delle Vergini Suicide Kirsten Dunst. La regista ne parla riferendosi a lei come a una sorella minore, e descrive con calore il loro modo di comunicare, che spesso si esprime attraverso un semplice scambio di sguardi sul set. Come nel caso della Fanning, anche a lei la regista ha voluto assegnare un ruolo in contrasto col suo carattere. “È stato divertente vederla interpretare qualcosa che non avevamo mai visto prima – questo personaggio così vulnerabile e represso. Nella vita reale, è la persona meno repressa che si possa immaginare”.

In gioco ci sono le lotte di potere, le relazioni intricate e le dinamiche sessuali ed emotive, che si allacciano a un tema che da molto tempo appassiona la Coppola: ‘il modo in cui la donna interagisce’. Tuttavia, a differenza delle Vergini Suicide, questo non è un film che parla solamente del mondo interiore delle adolescenti in procinto di diventare donne. I personaggi femminili presenti nella scuola spaziano dalle bambine fino ad arrivare a una donna sulla cinquantina, la direttrice Martha Farnsworth, interpretata da Nicole Kidman. L’incrocio dei generi ma anche delle età rappresenta un nuovo e stimolante terreno di ricerca per la Coppola. “Ho amato il fatto che tutte quante avessero età diverse – afferma – e questo influenza il modo in cui interagiscono”.

La Kidman e la regista non avevano mai lavorato insieme, ma è stata l’attrice che la Coppola ha immaginato fin da subito nei panni della Fansworth, pensando a lei e solo a lei mentre scriveva la sceneggiatura (e addirittura ancor prima di riuscire ad acquisire i diritti). Racconta di essere stata attratta dal lato ‘perverso’ della Kidman, riferendosi a Suzanne Stone, il personaggio da lei interpretato in Da Morire. “Trovo che sia fantastica – dichiara la regista – Nicole è molto autoritaria. Nell’altro film [il personaggio] è più vecchio e fuori di testa. Volevo davvero che le ragazze si trovassero su piani differenti, ma sono tutte quante fantastiche. Dunque non c’è un personaggio che non sia attraente”.

Il periodo (1860) e l’ambientazione (il Sud) in cui si svolge la storia hanno presentato nuove sfide per la Coppola, lei stessa una donna di New York decisamente moderna. “Ho sempre amato le donne del sud; tutte le buone maniere e la gentilezza – dichiara la regista – c’è un tale sfarzo: si tratta di un aspetto così diverso, il modo in cui [le donne] venivano educate e cresciute, davvero solo per apparire graziose e soddisfare gli uomini. Poi all’improvviso [in questa storia] esse si trovano isolate da tutto, e devono badare a loro stesse. È un film che parla non solo del tempo di guerra, ma anche di queste donne che sono state abbandonate”. La storia, dal momento che tratta di una comunità femminile isolata, contiene solo un personaggio maschile degno di nota: John McBurney, il soldato dell’Unione ferito. Ed è questa figura ad aver scatenato la maggior parte delle polemiche nell’adattamento del 1971. Quando ha interpretato McBurney, Clint Eastwood era già una star rinomata di

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film d’azione, per cui ha visto in questo ruolo l’opportunità di cimentarsi con un personaggio completamente nuovo (successivamente avrebbe fatto Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo!). Un uomo – specialmente uno come Clint Eastwood – essenzialmente in balìa di un gruppo di donne all’apparenza raffinate era qualcosa di difficile da vendere negli anni ‘70. Le pubblicità del film si presentavano con la didascalia: “Un uomo… sette donne… in una strana casa!”, mentre i poster si muovevano su un terreno più familiare, con Eastwood ritratto con in mano una pistola veramente enorme (anche se non spara un colpo in tutto il film), richiamando così i thriller d’azione più macho e tradizionali. La produzione e la successiva campagna marketing furono segnate da una serie di contrasti tra Siegel, Eastwood, e un continuo via vai di sceneggiatori e lo studio.

L’aspetto con cui dovevano fare essenzialmente i conti, al di là delle questioni di genere, era che nonostante quest’uomo sia sessualmente aggressivo, tuttavia il ruolo esige un certo livello di fascino e astuzia – elementi cruciali per rendere credibile il fatto che riesca a sedurre un’intera casa di donne, provocando conseguenze così violente. E l’idea della Coppola era che Colin Farrell fosse la scelta perfetta. “Ci serviva un tipo davvero virile, dal momento che deve essere capace di gestire tutte queste signore”, afferma ridendo. “E desideravo veramente quel contrasto – loro sono così femminili, pallide e tutte pizzi e merletti, mentre lui è tenebroso, rude e pieno di peli. Quando l’ho incontrato, aveva proprio un fascino particolare. Trasmetteva quel certo tipo di carisma sexy”.

Un tocco del film originale lo si è avvertito quando è uscito il trailer, che contiene la battuta più lontana dal cinema della Coppola, quando Farrell grida: “Che cosa mi avete fatto, puttane vendicative?” La regista sembra ancora un po’ insicura rispetto alla sua inclusione. “Quella frase era nella sceneggiatura – dice – volevano che venisse inserita nel trailer, mentre io ero tipo: ‘Non lo so… Non voglio essere aggressiva nei confronti delle donne’. Mi preoccupava l’idea di risultare offensiva”. Poi fa un’altra pausa e appare un po’ perplessa. “Sono rimasta sorpresa – la gente ha veramente reagito”. La Coppola sottolinea con forza il fatto che, sebbene durante l’intervista a Empire abbia fatto diversi riferimenti alla versione di The Beguiled di Don Siegel, tuttavia l’ha visto solo una volta e poi l’ha messo da parte, scegliendo deliberatamente di non rivederlo per non essere influenzata nel suo remake. “Ho cercato di dimenticarmi di quel film”, dichiara fermamente. Sta usufruendo della sua immaginazione e della sua esperienza femminile per raccontare in una maniera unica quella che considera una storia unica.

Infine era ben consapevole di dover realizzare questo film di base così distante dal genere ‘Coppola’ e piegarlo ai suoi canoni. “Si avverte ancora la mia personalità, nonostante si svolga in questo mondo così diverso”, sono le sue parole. “Ma di sicuro ho dovuto spingere me stessa un po’ oltre”. Una cosa però è chiara, mentre il sole si immerge dietro le nuvole, segnando la conclusione di questa lunga giornata: sicuramente non sarà ‘un sensazionale incubo misogino’. Ed è altrettanto certo, senza ombra di dubbio, che non si tratta più di uno scherzo.

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