The Great Wall

The Great Wall

Thomas Tull aveva otto anni quando venne a sapere che la Muraglia Cinese era l’unico oggetto realizzato dall’uomo che fosse visibile dallo spazio. Come tutti i grandi miti, questo fatto si fece largo nella mente del giovane ragazzino newyorchese e mise in essa radici profonde, e non sarebbe mai stata danneggiata dal fatto che la cosa non è affatto vera. “Sarà anche una leggenda urbana, ma l’ho trovata affascinante”, racconta Tull. “Non riuscivo a togliermela dalla testa.” Le domande si affollavano nella sua giovane mente. “Perché l’avevano voluta costruire? Cosa cercavano di tenere a distanza?”

La risposta non è arrivata se non nel 2010 – la mitica risposta, proprio quella – mentre stava facendo un viaggio (e dove altro?) in Cina. A quei tempi, Tull era ormai quarantenne e aveva messo in piedi la Legendary Entertainment, una casa di produzione specializzata in colossal fantascientifici e fantasy come Il Cavaliere Oscuro, Watchmen, Scontro di Titani e Inception. “Cominciai a pensare: ‘ beh, e se questo prodigio di ingegneria – questo incredibile impegno che richiese un’enorme forza di volontà – è fosse stato costruito per respingere non la gente o delle bande di predoni, ma creature mitologiche?” È a questo punto che Thomas Tull ha cominciato a costruire la sua Grande Muraglia.

Tra due anni la Cina sarà il più grande mercato mondiale per il cinema. Ma è un mercato in cui è difficile entrare, visti gli stretti controlli che regolano il business, per non parlare delle differenze di gusto e sensibilità di quelle platee. La Grande Muraglia è il primo film hollywoodiano a essere girato in Cina da un regista cinese, con un cast per lo più cinese e una crew cinese e occidentale. E con un budget di 250 milioni è il film più costoso mai girato nel Paese.

Tull, insieme al suo amico nonché autore di World War Z, Max Brooks, mise insieme una bozza di storia che negli ultimi sei anni era passata di sceneggiatore in sceneggiatore subendo innumerevoli modifiche. Ma il concetto fondamentale è sempre rimasto lo stesso: un paio di mercenari europei dell’undicesimo secolo si incamminano sulla Via della Seta per cercare di carpire il segreto della polvere da sparo dai cinesi, quando ecco che si imbattono in una versione romanzata e militarizzata della Grande Muraglia. Qui vedono un esercito cinese segreto, l’Ordine Senza Nome, che affronta un violento attacco di voraci demoni dalle sembianze di rettili conosciuti come i Tao Tei, che ogni 60 anni compiono un assalto in stile Pacific Rim contro gli esseri umani.

Matt Damon non è nuovo alle grandi produzioni, ma non ha mai visto niente del genere. “Mi sono sentito come se facessimo un film di Hollywood negli anni ’40. La scala del progetto era davvero enorme. Andavamo al lavoro e ci trovavamo con 500 comparse in armatura.”
Il regista Zhang Yimou era consapevole e raccolse la strana sfida quando accettò la “missione” di dirigere il film che avrebbe soddisfatto i suoi produttori di Hollywood, ma che doveva anche rimodellare sulle sue preferenze e i suoi metodi rigorosi. “Non è un processo facile perché devi sempre negoziare con Hollywood. Ma non è solo lo spettacolo che Zhang ha modificato.

C’era in particolare una parte dello script che gli era stato affidato che a lui dava fastidio. “C’era una di quelle relazioni piene di cliché tra l’eroe del film e il personaggio femminile principale, una di quelle storie che ti aspetti in un film di 007, con loro che alla fine finiscono a letto. L’idea non mi faceva impazzire, specie considerando che lei è un generale militare. Volevo che fosse più una relazione tra due guerrieri fidati. Durante la trattativa Hollywood era preoccupata di perdere l’elemento sexy, ma io sono stato molto ostinato sul punto.”

Dopo l’uscita del primo trailer non passò molto prima che il film fosse accusato di “whitewashing” .
“Voglio essere sensibile su quel punto di vista,” dice Matt Damon. “E certamente ci vorrebbe un discorso più ampio sulla natura sistemica di quel genere di cose, ma per quanto riguarda questo film vorrei che la gente almeno lo vedesse prima di etichettarlo e giudicarlo.”
Pochi giorni dopo queste conversazioni, La Grande Muraglia non solo apre in Cina con un weekend da 67, 4 milioni, ma anche con delle recensioni che a certi livelli contestano le accuse di whitewashing.

Zhang aggiunge “Se questo film dovesse avere successo, credo che aprirebbe molte porte.” Va a finire che la Grande Muraglia di Thomas Tull, sebbene progettata per tenere alla larga famelici mostri verdi, potrebbe non essere affatto una barriera. Di fatto, in termini di relazioni cinematografiche tra America e Cina, potrebbe essere l’esatto opposto. I cancelli sono ben spalancati.

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